di Paolo Rodari

Tratto da Il Foglio del 23 dicembre 2009

San Sebastián è una città di oltre 180 mila abitanti della Spagna nord orientale. E’ capoluogo della provincia di Guipúzcoa, nella comunità autonoma dei Paesi Baschi. La diocesi di riferimento però è più ampia: ne fanno parte circa 600 mila battezzati. Qui lo scorso 21 novembre Benedetto XVI ha nominato vescovo monsignor José Ignacio Munilla Aguirre. Una nomina in linea con quella parte dell’episcopato spagnolo definita “conservatrice”, in sintonia con l’attuale pontificato e le sue linee magisteriali. Una nomina, anche per questo motivo, contestata dalla base, dai fedeli e dal clero, un po’ come avvenne lo scorso inverno con un’altra nomina di eguale fattura, quella di monsignor Gerhard Wagner a vescovo ausiliare dell’austriaca diocesi di Linz. Anche allora Wagner, come oggi Munilla Aguirre, subì una violenta contestazione, per settimane alimentata dai giornali e dai media locali nel generalizzato e imbarazzato silenzio dell’episcopato austriaco. Allora, era il 2 marzo, il Papa fu costretto a dimettere Wagner e, dunque, a tornare clamorosamente sui propri passi. Oggi, invece, Munilla Aguirre ancora non è stato dimesso e in molti, soprattutto tra l’episcopato spagnolo fedele al Papa, sperano che non si arrivi a tanto. Ma la situazione non è facile.

La rivolta della base spagnola vede in prima linea 85 dei 110 parroci in attività. Insieme hanno firmato un documento nel quale si dissociano dalla nomina di Munilla Aguirre. I motivi di questa presa di distanza però non sono semplicemente per la linea magisteriale del presule. Ma anche, c’è chi dice principalmente, per le sue idee politiche ben esplicitate in una recente dichiarazione rilasciata nel corso di un’intervista: “La priorità del mio ministero è quella di depoliticizzare la chiesa basca”. In una delle diocesi più politicizzate di tutto il paese dove anche i preti non sono lontani dalle aspirazioni irredentiste del popolo, le dichiarazioni del neo vescovo sono suonate come una sorta di attacco preventivo al quale, il clero, ha voluto prontamente controbattere. Non solo, contro il neo vescovo e le sue dichiarazioni è arrivata subito anche la protesta di parte del Partito nazionalista basco che ha denunciato un nuovo tentativo di “spagnolizzazione forzata” dell’identità basca.

E’ vero: Munilla Aguirre non se l’è presa più di tanto. Nato nel 1961 proprio a San Sebastián, conosce bene la sua gente. Sa che lo considerano contrario alla vena autonomista e alle simpatie nazionaliste locali. E sa che principalmente per questo motivo non può che essere criticato. Ciò che però non gli va giù sono le ostilità mostrate per il suo essere, come scriveva qualche giorno fa El Mundo, “militante fino al midollo, uno che non si arrende davanti a nulla e nessuno”. In sostanza, gli contestano anche d’essere troppo “ratzingeriano” come gli interventi tenuti periodicamente su Radio Maria España e sul quotidiano Abc dimostrerebbero.

A differenza del caso austriaco, in Spagna l’episcopato sembra essere compatto e unito in difesa del Papa e della congregazione dei vescovi che lo scorso novembre ha portato avanti la candidatura del vescovo. E, dunque, non si dovrebbero verificare dietro front. Anche perché un conto è contestare un vescovo perché troppo conservatore, come era il caso riguardante Wagner, un altro è contestarlo principalmente perché intenzionato a depoliticizzare la chiesa locale, come sta avvenendo a San Sebastián. Se di colpe si tratta, la prima colpa, quella di Wagner, sembra più grave della seconda: Wagner è stato dimesso, Munilla Aguirre ancora no.