primo raggio di Vincenzo Andraous
Tratto da Avvenire del 10 giugno 2009

Mi è capitato tra le mani un opuscolo dal titolo: «Carcere e Società» e mi sono chiesto perché non titolarlo «Carcere è società» ?

Quell’accento mancante non è cosa di poco conto: sono convinto che una persona detenuta debba fare ricorso alle proprie energie interiori per migliorarsi, ciò senza l’utopia del carcere imbonitore, ma «nonostante il carcere». L’esperienza, anche dentro un penitenziario, spinge a cercare chiarimenti, attraverso l’incontro e il confronto, per comprendere che rieducare, risocializzare, è possibile solo se la società accetta di diventare parte attiva del percorso. Si tratta di prendere coscienza tanto dei problemi, quanto del fatto che per la loro risoluzione c’è bisogno di una cultura nuova, che permetta, a chi vive a contatto diretto e quotidiano con il recluso, un modo nuovo di concepire e mettere in pratica la propria professionalità e le proprie responsabilità. Inutile negarlo, ancor oggi permane uno sbilanciamento strettamente custodialistico­prisonizzante, antitetico allo spirito e alle attese delle leggi. Questa prigione è davvero un mondo che vive del suo, costretto a rigenerarsi autonomamente? Il carcere è società, lo affermo da tanti anni e lo ripeto adesso con maggiore intensità, perché ha un prima, un durante e un dopo. Come può una collettività non avere consapevolezza che è suo preciso interesse occuparsi di ciò che avviene dentro al carcere, perché, volenti o nolenti, esiste un «dopo», e che questo sia positivo, dipende inderogabilmente da un «durante» solidale, costruttivo, non indifferente. Tali passaggi dovrebbero risultare il collante per un ripensamento culturale che alimenti attenzione solidale tra comunità e carcere.

Perché ho posto quell’accento iniziale? Durante un dibattito un cittadino ha descritto il carcere come un contenitore di mostri, un’affermazione che mi ha fatto pensare. Successivamente quel signore (con cui è nata una stima reciproca mantenuta nel tempo) si è detto certo di non sbagliare mai, che lui non ha e non avrà mai a che fare con prigioni e detenuti. Nessun uomo è un alieno: tutti, nessuno escluso, partecipiamo alla comune umanità, persino in quella più derelitta e sconfitta relegata in un carcere, dove esistono soltanto perdenti. Più rileggo queste ultime righe, più mi convinco dei molteplici legami che rendono solidale la società col carcere, obbligati a renderci conto che il problema della giustizia e del carcere riguarda tutti e tocca tutti da vicino, a tal punto che farsene carico non è una questione di pura pietà e altruismo, bensì un vero e proprio interesse collettivo.