da “Libero” – 11/05/2010
Andrea Morigi

Tra cultura e islam è un tiro alla fune ormai millenario. Inizia idealmente dalla condanna dei filosofi, pronunciata da Al Ghazali nell’XI secolo, e procede fino ai giorni nostri con la condanna dei fondamentalisti contro il cartone animato South Park. Quel processo di …costante soppressione delle energie intellettuali di una civiltà, ultimamente ha preso le forme di una battaglia mondiale contro la cosiddetta islamofobia. Solo Valentina Colombo, nel suo ultimo libro Vietato in nome di Allah. Libri e intellettuali messi al bando nel mondo islamico,(Lindau, pp. 176, euro 16, in uscita il 20 maggio), trova il coraggio di identificarlo per quello che è realmente: censura. Alcuni giungono ad autoimporsela, come lo scrittore Nagib Mahfuz. Altri subiscono, come Nasr Abu Zayd, obbligato a un divorzio dalla moglie dopo essere stato giudicato apostata e poi fuggito in un autoesilio europeo. Più che sfidarsi in un rapporto dialettico con il potere, nei Paesi musulmani, i letterati sono posti davanti a un percorso a ostacoli. Al posto dell’hegelismo, che in Europa ingloba tutto, nel Medio Oriente arabo domina Procuste, che taglia tutto ciò che esce dai suoi schemi. La via mediana, cioè quella del dialogo attraverso la ragione per superare il confronto attraverso la violenza, proposta da Papa Benedetto XVI a Ratisbona nel settembre 2006, non è stata ancora sperimentata. Con la tesi opposta lo aveva anticipato, il 23 aprile dello stesso anno, Osama bin Laden, lanciandouna campagnacontro gli intellettuali «eretici», in cuicondannava «il reato commesso dal libero pensatore», come «il peggiore dei reati», tanto «che il danno da lui arrecato restando in vita tra imusulmani è un danno gravissimo, quindi deve essere ucciso e il suo pentimento non deve essere accettato ».

Il capo della rete terroristica di Al Qaeda aveva citato anche dei nomi tra i quali Turki al-Hamad, giornalista delle principali testate arabe, autore di saggi e romanzi in cui denuncia senza mezzi termini le cause del terrorismo, prima fra tutte l’educazione fondamentalista impartita nelle scuole saudite. Perciò accade che, per non farsi superare in una corsa all’ortodos – sia, perfino il Parlamento delmoderato Bahrein gridi allo scandalo nel marzo 2007, quando Qasim Haddad, uno dei maggiori poeti contemporanei arabi, e ilcompositore e cantante libanese Marcel Khalifeh, presentano il balletto Majnun e Layla, al festival culturale «La Primavera della cultura». Rischia ancora di più, perché è si è permesso di utilizzare un palcoscenico pakistano, il teatro Ajoka di Lahore, Madeeha Gauhar dopo aver messo in scena, sempre nel 2007, Burqavaganza, una pièce teatrale satirica che si prende gioco del burqa. Anche pubblicare costituisce di per sé già un’impresa, in un mercato editoriale piuttosto asfittico come quello di lingua araba. Poi, una volta stampata e superata la prima difficoltà, l’opera è attesa al varco della tipografia da un giudizio religioso, al cui confronto l’im – primatur di marca cattolica è un istituto garantista. Basta che un imam, alzatosi dal lato sbagliato del letto, individui qualche frasetta a suo giudizio blasfema, per vedersi sequestrato il volume e finire sotto processo. E lì, come in ogni dramma sacro che si rispetti, si conclude l’ordalìa. Può accadere come a Nedim Gürsel – la cui vicenda giudiziaria è narrata da Valentina Colombo in uno stralcio del libro pubblicato questa pagina – di essere assolti. Ma si tratta comunque di un segnale d’allarme, perché dopo i processi contro gli scrittori Orhan PamukeElif Shafak, che riguardavano l’attacco alla identità turca, nel 2009 il processo a carico di Gürsel riguardava reati come «oltraggio all’islam e incitazione all’odio». E testimonia che perfino la laica Turchia è scivolata nel fondamentalismo. Ma la minaccia dell’imposizio – ne del velo islamico sulla cultura continua a incombere. Diventerà presto un burqa, a meno che gli intellettuali non trovino chi sia disposto a difenderli. Intanto, quel manto nero si è già steso sull’Eu – ropa il 2 novembre 2004, con l’as – sassinio ad Amsterdamdel regista Theo van Gogh da parte di un estremista islamico che voleva punirlo per via del suo cortometraggio Submission. Sul corpo di van Gogh, piantata con un coltello, era stata lasciata anche una condanna a morte per l’autrice della sceneggiatura l’olandese di origine somala Ayaan Hirsi Ali.