di Claudio Risé
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Sta per arrivare il Bambinello, ma in Italia di bimbi ne nascono sempre meno. Anche il rapporto Istat 2011 racconta come la natalità diminuisca ancora, e nel 2010, con 561. 944 neonati (di cui 78. 082 stranieri) tocchi il punto più basso dal 1995.

La crisi non c’entra molto con questa tendenza, cominciata ben prima di essa, e, a quanto pare, destinata a durare. Gli immigrati, ben più poveri di noi, sostengono anzi la media dei nuovi nati. E’ il modo di guardare ai bimbi che sta cambiando.

Ormai (anche in demografia) si parla dei bambini come di “beni”, discutendo se sia un bene “privato” o “pubblico”. Anche nella questione della riproduzione, insomma, come in ogni campo, prevale una visione economica. Il bambino è solo in un secondo tempo una persona, il risultato di un rapporto affettivo, che si lega alla continuità personale dei genitori e della famiglia. E’ visto innanzitutto in quanto “bene” (l’inglese: “asset”): lo stesso termine usato per automobili, case, oggetti.

Il rapporto coi bambini diventa così meno spontaneo, diretto, in un certo senso meno “umano”, e molto più studiato, meditato. Soprattutto: calcolato. E poiché acquistare un “bene” è questione più complicata del fatto, naturale, di fare un bambino, di questi bambini-bene se ne fanno di meno.

Il fatto è, dicono molti, anche fra gli psicologi, che li si ama di più di una volta: anche per questo se ne fanno meno. Pochi, ma amatissimi. E’ possibile; ma, soprattutto, è certo che li si ama in modo diverso.

Li si ama sempre più come bene, come oggetto di possesso, e quindi con tutta l’ansia che ogni bene porta con sé. Come un vaso cinese di epoca Ming che, se cade, si rompe e va in pezzi.

Anche qui, il linguaggio aiuta a capire cosa stia accadendo; si dice sempre di più, infatti, che sui figli “si investe”, che un figlio “è un investimento”. Qui la psicologia può aiutare a riconoscere che tipo di “investimento” sia, quello fatto su figli considerati come beni in tuo possesso. Si usa infatti il termine di “investimento narcisistico” proprio per descrivere le energie affettive o finanziarie investite magari anche su altre persone, come appunto i figli, il coniuge, o altri, ma in fondo per goderne personalmente.

E’ questo, ad esempio, il caso di padre e madre che vivono l’affermazione (o lo scacco) dei figli come una vicenda del tutto personale, che determinerà la stessa affermazione (o scacco) sociale dei genitori.

Le storie narrate da adolescenti e ormai non più tali in psicoterapia, raccontano come queste aspettative dei genitori (che tra l’altro in Italia influenzano in modo abnorme la scelta del corso di studi dei figli, spingendoli a “far contenti” i genitori piuttosto che seguire i propri talenti o aspirazioni), sia spesso all’origine delle difficoltà dei figli a proseguire e terminare gli studi. Far fruttare l’”investimento” fatto dai genitori su di te è infatti meno appassionante che realizzare le tue scelte personali. Anche per questo, l’Italia, la Nazione europea in cui i genitori sono più attivi nell’influenzare (e spesso decidere) le scelte dei ragazzi, è anche il Paese dell’Ocse con la più alta percentuale di abbandoni universitari.

A uno sguardo più approfondito insomma, l’attenzione ansiosa con la quale i genitori italiani accompagnano il loro investimento affettivo ed economico sui figli finisce col togliere loro vitalità e spinta nelle iniziative della vita.

I bambini, infatti, non sono beni: sono persone. Certamente amati, ma altri, diversi da noi, con propri contenuti, e propri, personali destini. A cui voler bene nella loro imprevedibile diversità.