Di Claudio Risé
Tratto da Il Mattino di Napoli del 27 settembre 2010
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Nelle ultime settimane i maggiori settimanali del mondo, e molti quotidiani, hanno fatto copertine e grandi pagine sulla fine del maschio e l’inevitabile supremazia femminile.

La ragione: i recenti dati americani secondo cui le donne hanno superato gli uomini nei dottorati di ricerca, nell’occupazione, e, per le giovani sotto ai 30 anni, anche nelle retribuzioni. Dati importanti. Ma è giusto farne il bollettino della vittoria? Soprattutto: c’è mai stata una guerra tra uomini e donne?

Cominciamo da qui, anche perché non si sa chi ci guadagni nel trasformare un cambiamento sociale in un conflitto. Quello che è certo è che a votare tutte le leggi fatte negli ultimi anni a favore delle donne (quote rosa, parità nel lavoro, tutele nelle separazioni, divorzio), sono stati parlamenti a larga maggioranza maschile. Che non erano obbligati a farlo da rivolte sociali: hanno promulgato queste leggi perché pensavano che fossero giuste. E, probabilmente, anche perché volevano essere rieletti: la maggioranza dei votanti Usa, infatti, è femminile.

Quanto sta accadendo, quindi, non è il risultato di una guerra tra i due sessi, ma di un consenso tra essi sull’opportunità, per tutti, di una piena parificazione tra maschi e femmine. È meno «da copertina» di una guerra, ma forse più equilibrato.

Questa trasformazione, prodotta dal consenso tra uomini e donne che desideravano un cambiamento nella situazione, ci può anche aiutare a capire cosa sta veramente accadendo. Ad esempio il «sorpasso» delle donne nel numero dei ricercatori, o degli occupati, forse non prelude a quel futuro di uomini regrediti verso la condizione servile o l´analfabetismo descritto in molti articoli, ma semplicemente rispecchia il fatto che le femmine americane sono più numerose dei maschi.

La maggior ricchezza invece della popolazione femminile non è certo una novità: gli uomini muoiono circa 7 anni prima delle donne, e anche dalle statistiche finanziarie è noto che il gruppo sociale costituito dalle vedove è particolarmente ricco. Questo dato, di cui nell’attuale dibattito non si parla affatto, ci aiuta a capire un aspetto importante per la comprensione di questi dati: la supremazia ha dei costi che il maschio (in America ma anche altrove), non vuole più pagare. E´anche per questo che non si è fatto molto pregare nel promuovere le leggi e i dispositivi che miglioravano la condizione femminile.

Essere uomini ha significato per secoli andare in guerra (accade ancora), provvedere alla famiglia, competere nella società, morire prima, gareggiare con gli altri maschi per la propria compagna: una sfibrante condizione di lotta col resto del mondo che l’uomo di oggi non è più motivato a sostenere. Tranne quando, come nei Paesi ancora relativamente poveri vi sia spinto dalla fame, o dalle convinzioni religiose, come accade in molte fra le diverse culture islamiche.

Del resto era stato il maschio occidentale, ancora prima della donna, a denunciare (fin dall’Illuminismo, e poi col pensiero libertario, anti e post coloniale) come la condizione di «padrone del mondo», oltre che ingiusta verso gli altri, fosse fonte di infelicità per chi se l’assumeva. È già molto difficile (questo fu il pensiero – prevalentemente maschile – del secolo scorso), diventare padroni di sé, figuriamoci degli altri.

Il «sorpasso» rivela dunque (oltre che una condizione demografica), una tendenza in atto da tempo in Occidente, e che ha ispirato la legislazione nell’ultimo secolo: il maschio non vuole più portare il peso del mondo. Anche per campare più a lungo, e con maggiore tranquillità.