di Don Antonello Iapicca

Dal Vangelo secondo Luca 1,1-4.4,14-21.
Poiché molti han posto mano a stendere un racconto degli avvenimenti successi tra di noi,
come ce li hanno trasmessi coloro che ne furono testimoni fin da principio e divennero ministri della parola, così ho deciso anch’io di fare ricerche accurate su ogni circostanza fin dagli inizi e di scriverne per te un resoconto ordinato, illustre Teòfilo,
perché ti possa rendere conto della solidità degli insegnamenti che hai ricevuto.
Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito Santo e la sua fama si diffuse in tutta la regione.
Insegnava nelle loro sinagoghe e tutti ne facevano grandi lodi.
Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere.
Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto:
Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi,
e predicare un anno di grazia del Signore.
Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui.
Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi».

IL COMMENTO

La fede non è un salto nel buio. «Che cosa è infatti il cristianesimo? È forse una dottrina che si può ripetere in una scuola di religione? È forse un seguito di leggi morali? È forse un certo complesso di riti? Tutto questo è secondario, viene dopo. Il cristianesimo è un fatto, un avvenimento» (Don Luigi Giussani). La fede, nel cristianesimo, è essenzialmente un’esperienza fondante che continua a ripetersi nell’arco di una vita. In ebraico la parola fede – emunah- non ha assolutamente la connotazione che siamo soliti conferirgli: essa rimanda ad un sostegno, a qualcosa di fermo cui poter appoggiarsi. Si comprende così perchè l’autore della Lettera agli Ebrei scriva che “in Cristo abbiamo come un’ancora della nostra fede”. E’ Cristo il fondamento della fede, e Lui non è un’idea, un sogno, un progetto, è una persona. Scriveva il Card. Ratzinger: ” Il punto di partenza è l’esperienza della fede come realtà. Il cristianesimo è presenza, il qui ed ora del Signore, che ci sospinge nel qui ed ora della fede e della vita di fede. E così diventa chiara la vera alternativa: il cristianesimo non è teoria, né moralismo, né ritualismo, bensì avvenimento, incontro con una presenza, con un Dio che è entrato nella storia e che continuamente vi entra. Il cristianesimo è avvenimento; il cristianesimo è incontro con la persona di Gesù Cristo”. Per questo Luca, indirizzando il suo Vangelo a Teofilo, l’innamorato di Dio, lo invita a lasciarsi condurre dentro un avvenimento relamente accaduto, perchè la sua fede abbia pieno convincimento della solidità degli insegnamenti ricevuti. In ogni modo occorrono occhi di bambino, semplici, per guardare alla realtà senza pregiudizi. Occhi di Teofilo, innamorati ed amati secondo il duplice senso che esprime la parola greca; occhi fissi su Gesù. In ebraico il valore numerico delle lettere che formano la parola ebraica “Emunah”, fede, corrisponde al valore numerico della parola “bambini”. Occhi di bambini dunque, affamati e semplici, gli occhi che, nella tradizione ebraica, si schiudono solo nello Shabbat. Non è un caso che Gesù entri in Sinagoga, la sua Sinagoga, laddove era stato allevato nello studio della Torah. Gesù torna ale origini, alle fonti della sua storia, che è la storia di Dio con il suo popolo. Ed è la storia di un innamoramento, e poi d’amore travolgente, e di un’alleanza eterna, e poi di tradimenti, e cadute, e perdono e misericordia. Una storia di schiavitù, di oppressione, di povertà, spesso di cecità. La storia di un resto umiliato, affamato, con gli occhi fissi su una promessa. La storia di un’attesa, di un ardente desiderio di compimento. Il Sabato per Israele è tutto questo, il compimento delle nozze promesse. Nella lingua ebraica shabbat è femminile e in tutta la simbologia ebraica il sabato è paragonato alla sposa. Il canto per eccellenza con cui si accoglie questa festa è Lehà
doddì = Vieni mio caro, dalle prime due parole del ritornello che viene ripetuto dopo ogni strofa. Israele viene presentato come uno sposo invitato ad incontrare la sua sposa: “Vieni mio caro incontro la sposa, accogliamo shabbat”. Nel sabato risuonano le parole del Cantico dei Cantici, ed in quel giorno a Nazaret giungeva lo Sposo. Eccolo dietro la grata, eccolo raccogliere il rotolo del Libro, dove è scritta la sua storia e la volontà del Padre. Ecco il corpo preparato per manifestare l’Eterno, l’amore promesso, tante volte donato, ed ora vivo e bello, da potersi guardare e fissare. Ecco il sabato compiuto, il riposo agognato, quel volto di ebreo che stilla dolcezza e attira irresistibilmente ogni sguardo. Eccolo a consegnare un oggi eterno, quell’istante di duemila anni fa, ed ogni istante di ogni vita, lo scrigno dove deporre la Parola compiuta. Ecco la libertà, la salvezza, la guarigione, la gioia. Ecco le nozze, ecco la sua voce che ci guarda come uno sposo folle d’amore guarda la sua sposa. Ecco tutta la storia fissarsi in quell’istante, e trovar senso e compimento. Ecco la sua voce, quelle parole, e l’invito ad alzarci e ad andare con Lui, che l’inverno della morte e del paccato è passato, è già la primavera della Pasqua, della vita rinata per nn morire più. E’ Lui che aspettavamo, da sempre. E’ Lui che oggi ci spalanca le braccia e il cuore per farci uno con Lui, per attirarci nel suo amore infinito, per dare luce e splendore e sapore e allegria alle nostre esistenze, qualunque esse siano, crocifisse e dolenti che siano; oggi è si compie la Parola, oggi s schiude il Cielo.

Meditazione del giorno

Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Commento sui salmi, 1, 33 ; CSEL 64, 28-30

« Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udito con i vostri orecchi »

Dissétati prima all’Antico Testamento, per poter bere quindi dal Nuovo. Se non berrai al primo, non potrai bere al secondo. Bevi al primo per alleviare la tua sete, bevi al secondo per dissetarti appieno… Bevi l’uno e l’altro calice, quello dell’Antico e quello del Nuovo Testamento, perché in ambedue bevi Cristo. Bevi Cristo che è la vite (Gv 15,1), bevi Cristo che è la pietra da cui scaturì l’acqua (1 Cor 10,3). Bevi Cristo che è la fonte della vita (Sal 36,10); bevi Cristo perché egli è “il fiume che allieta la città di Dio (Sal 45,5); bevi Cristo che è la pace (Ef 2,14); bevi Cristo perché “fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno” (Gv 7,38). Bevi Cristo per dissetarti col sangue da cui sei stato redento; bevi Cristo, bevi la sua parola: sua parola è l’Antico e il Nuovo Testamento. Si beve la sacra Scrittura, anzi la si devora, quando fluisce nell’anima e le dà vigore la linfa del Verbo eterno. Infine, “non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Dt 8,3; Mt 4,4). Bevi questa parola, ma bevila nell’ordine in cui essa procede: prima nell’Antico Testamento, poi nel Nuovo.

Egli dice infatti quasi con premura : “Popolo che cammini nelle tenebre, vedi questa grande luce; su di te che abiti in terra tenebrosa, una luce rifulge” (Is 9,2 LXX). Bevi subito dunque, perché su di te splenda una gran luce: non la luce comune, quella del giorno, del sole o della luna, ma la luce che dissipa l’ombra della morte.