La settimana scorsa l’Occidentale, quotidiano online in un editoriale di Giorgio Demetrio metteva in luce, che un personaggio come l’onorevole Alfredo Mantovano, deputato Pdl cattolico con lunga militanza in Alleanza Cattolica, apprezzi la coerenza dimostrata dalla Lega Nord, tra campagna elettorale e post-voto in particolare dai neo governatori Cota e Zaia sul terreno dei principi non negoziabili tanto cari alla Chiesa di Benedetto XVI. Infatti appare quasi scontato che i credenti non progressisti si sentano più a loro agio in casa della Lega (e del Popolo della Libertà) piuttosto che nelle stanze anguste di partiti che osano, a dispetto dei doppi e tripli forni praticati, rivendicare ancora la primogenitura del voto cattolico(…)Se la vita va difesa dal concepimento alla conclusione naturale, in soldoni, – continua Demetrio – l’adesione al Magistero non può conciliarsi con l’avallo sostanziale di certi cattolici ‘adulti’ agli strumenti che mortificano e spengono la vita, dall’eutanasia diretta e indiretta, alle pastiglie abortive che isolano la donna e banalizzano l’interruzione della gravidanza”. (Giorgio Demetrio, I cattolici votano chi difende davvero i valori non negoziabili di Benedetto XVI, 11.4.2010 L’Occidentale).

Mantovano intervistato dal quotidiano Libero rende onore ai neo governatori Cota e Zaia che vogliono contrastare con ogni mezzo (lecito) la diffusione della Ru486, mentre altri governatori di centrodestra non sono stati così espliciti. E si augura che su un tema così delicato tutti coloro che hanno avuto i voti del centrodestra trovino compattezza e prendono posizione battendosi contro la cultura di morte.

Sui temi etici, talvolta, il Pdl, si trincera sbrigativamente dietro l’usbergo friabile della “libertà di coscienza”o addirittura ci sono alcuni futuristi o finiani che vorrebbero abbracciare le tesi progressiste e radicali in materia di famiglia, vita e libertà di educazione.

Ma il Pdl per fortuna non ha sposato le tesi minoritarie del presidente Gianfranco Fini. Ricordiamo tutti come il Cavaliere, “anarchico dei valori”, si sia espresso contro la condanna a morte di Eluana.

Due esempi hanno sfatato quella presunta ”inopportunità elettorale”, di contrastare l’aborto o l’eutanasia, pratiche eugenetiche. Il primo i quattro referendum nel 2005 promossi dai detrattori della legge 40 sulla procreazione assistita e si sa come sono finiti, affossati dal boicottaggio consapevole del 75% di italiani che hanno ritenuto di non far prevalere per via consultiva selezioni di laboratorio che poco hanno a che fare con l’accoglienza apriosticamente positiva della vita.

Referendum bocciati non da una massa “poco critica” di bagnanti “a prescindere” ostili alle urne quindi, ma – come fu palese dalla quota irrisoria di votanti, appena il 25,9%, dato in controtendenza con le percentuali (ancora) robuste registrate nel Paese in occasione di ogni consultazione elettorale – un blocco di iscritti determinati a una foltissima maggioranza (più o meno) silenziosa. Un nucleo vasto di difensori di principi tradizionali che non intende affidare a una scheda, né ad altre vie, la demolizione dei cardini della vita.(Ibidem)

Il secondo esempio carico di significato secondo la quale non conviene lottare contro l’aborto o eutanasia sotto elezioni è il caso paradigmatico del neo governatore piemontese Roberto Cota.

Per strappare il Piemonte a una campionessa di laicismo manifesto come Mercedes Bresso (sostenuta dall’Udc, in “coerenza” con il doppiofornismo a detta di Casini orientato dai programmi) , l’ex capogruppo della Lega alla Camera non si è limitato a sussurrare la sua opposizione a quanto a vario titolo minacciasse l’integrità dei principi non negoziabili.

In pratica Cota non ha scelto di confinare la tutela della vita in un capitolo striminzito del programma (come pure fanno tanti politici, cattolici solo sul biglietto da visita), ma ne ha fatto un solido punto qualificante del suo impegno.

Cota non solo ha vinto ma ha stravinto perchè è riuscito a battere i cosiddetti “titolari” del voto cattolico, i pretoriani di Casini in terra sabauda, rispetto alle elezioni europee del 2009 hanno dilapidato metà elettori (da 147.365 a 74.412). Lo stesso ha fatto Luca Zaia e con tinte più sfumate la Polverini, Scopelliti e perfino Caldoro.

E allora se gli esempi che abbiamo fatto prima ormai sfatano il luogo comune che i valori non portano voti, possiamo mettere in discussione la “libertà di coscienza” a priori : non è inattaccabile la tesi per cui un grande contenitore “deve” essere terzo (ovvero scientemente insipido) rispetto a questione centrali come vita e morte; è evidentemente fallace la tesi secondo la quale è consigliabile dribblare i temi di biopolitica per non sbattere il muso contro le urne.

Allora rifletta Filippo Facci, crociato laicista anti-Mantovano, espressione di idee legittime ma lontane dal Verbo pidiellino, piuttosto che dare credito a presunti sondaggi che qualificano l’elettorato berlusconiano favorevole all’aborto e all’eutanasia, magari consideri meglio quei “macrosondaggi” assai più probanti rappresentati dai responsi elettorali. In cabina la decisione di apporre una croce su un simbolo si pondera molto più di una risposta distratta a un quesito telefonico.
E riflettano pure i cosiddetti “futuristi” e giornali che, con scarso senso del pudore, mantengono la stessa testata dei tempi di Michelini e Almirante pur essendo diventati megafoni radicali. Rifletta, laicamente rifletta (opportuno specificarlo per non essere accusati di oltranzismo fanatico), chi scambia un partito che ambisce a non essere un cartello elettorale per una banderuola pronta ad andare sempre e soltanto a favore di vento.

DOMENICO BONVEGNA

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