di Giovanni Federspil da Avvenire
Negli ultimi anni il dibattito sull’evoluzione e l’evoluzionismo si è riacceso nel nostro come in molti Paesi al di qua e al di là dell’Atlantico. L’intensità della discussione è provata dal gran numero di libri che vengono pubblicati su questo argomento. È sotto gli occhi di tutti come oggi una specifica interpretazione dell’evoluzionismo venga considerata l’autentica concezione dell’evoluzione biologica: i grandi quotidiani nazionali nelle pagine della cultura e le trasmissioni televisive divulgative presentano regolarmente il neodarwinismo come l’unica concezione possibile dell’evoluzione biologica e a questa accostano considerazioni che vanno molto al di là delle reali acquisizioni scientifiche.

In realtà, l’«idea pericolosa di Darwin» porta ad affrontare temi filosofici ed antropologici fondamentali, come la diversità fra mondo inorganico e mondo dei viventi, la presenza di un ordine nell’universo, l’esistenza di una finalità nei fenomeni naturali, la natura e il destino dell’uomo, l’origine della morale e così via. Argomenti così cruciali toccano la visione generale del mondo e dividono facilmente coloro che accolgono una concezione trascendente da coloro che rifiutano tale visione. Si comprende quindi il conflitto intellettuale che ai nostri giorni oppone gli studiosi cristiani ai laici o, come sarebbe meglio dire, ai laicisti.

È facile vedere come molte delle attuali discussioni bioetiche traggano origine proprio dalle diverse visioni del mondo dei vari studiosi: se, infatti, si ritiene che i concetti teorici scientifici comprendano tutto ciò che vi è da sapere sulla persona umana, appare evidente che non si può andare oltre le tesi care a Boncinelli o a Pievani. Ma, se si ritiene che il discorso non possa rimanere circoscritto ai concetti scientifici, allora apparirà in tutta la sua dimensione la povertà del naturalismo ontologico. In altre parole, non vi è dubbio che le soluzioni offerte dalle varie scuole bioetiche dipendano dalle tesi filosofiche basilari dei vari bioeticisti. Il dibattito oggi in atto, insomma, rivela la sua vera natura: è un genuino dibattito filosofico.

Nel dibattito odierno si è troppo spesso dimenticato un punto focale, rappresentato dalla distinzione che esiste fra teorie scientifiche dell’evoluzione ed evoluzionismo filosofico. I sostenitori del naturalismo ontologico ritengono che le teorie scientifiche dell’evoluzione forniscano prove ragionevoli della tesi secondo la quale l’evoluzione biologica non ha bisogno di alcuna trascendenza ed accusano coloro che sostengono la tesi contraria, di non portare argomenti in favore della trascendenza. In realtà, i naturalisti ontologici aderiscono ad una tesi epistemologica che ritengono per sé evidente, ma non la sostengono in modo argomentato: essi ritengono che non vi sia alcuna reale diversità fra sapere scientifico e sapere filosofico.

Sarebbe quindi del tutto legittimo ritenere che le tesi filosofiche dipendano dalle conoscenze scientifiche vigenti in un certo momento storico e che, pertanto, se la conoscenza scientifica non fornisce prove in favore della trascendenza, allora la trascendenza semplicemente non c’è. In altre parole, secondo i naturalisti ontologici non solo l’onere della prova spetterebbe a chi afferma la trascendenza, ma tale prova dovrebbe avere natura empirica, come comunemente avviene nelle scienze naturali. Ed è proprio in questo assunto che il naturalismo odierno si rivela per quello che è: una forma pura di scientismo.

Un altro punto focale della discussione riguarda il valore della conoscenza scientifica. Dopo la grande lezione di Popper la gran parte dei ricercatori considera oggi le teorie scientifiche come costruzioni mentali indispensabili, ma non come verità definitive e incontrovertibili. Già circa 150 anni or sono uno scienziato molto più scaltrito epistemologicamente di Darwin – Claude Bernard – scriveva che le teorie scientifiche sono principi relativi «ai quali bisogna accordare un valore provvisorio nella ricerca della verità. (…) Esse non devono essere insegnate come dogmi o articoli di fede. (…) In quanto sintesi delle nostre conoscenze le teorie devono rappresentare la scienza. (…) Ma poiché queste teorie e queste idee non sono verità immutabili bisogna essere sempre pronti ad abbandonarle o a modificarle».

Invece, ai nostri giorni quando si parla di evoluzione, assistiamo ad un curioso fenomeno; la teoria di Darwin – al di là dei suoi indiscutibili ed evidentissimi meriti storici – viene di fatto considerata una costruzione intoccabile che, nonostante gli anni trascorsi dal momento della sua formulazione, non è possibile mettere in discussione. A tutto questo si deve aggiungere il fatto che, quando si parla di darwinismo, molti continuano a trascurare gran parte delle discussioni epistemologiche avvenute nel XX secolo. Il punto nodale riguarda la distinzione fondamentale che separa il discorso scientifico da quello filosofico.

La filosofia non si muove infatti sullo stesso piano della scienza: mentre quest’ultima si occupa esclusivamente della realtà empirica, ovvero dei fenomeni naturali, formulando ipotesi controllabili e proponendo leggi e teorie generali falsificabili, la filosofia si occupa anch’essa dei fenomeni naturali, ma li studia impiegando un metodo diverso da quello scientifico e ponendosi ad un differente livello di astrazione. Ciò che colpisce maggiormente nelle discussioni odierne dei naturalisti filosofici è la mancanza di consapevolezza dei limiti che separano il discorso scientifico da quello filosofico. Così, ad esempio, l’origine naturalistica della morale viene semplicemente affermata sulla base di alcuni comportamenti altruistici osservati negli animali, senza discutere adeguatamente la possibile esistenza di un salto ontologico fra l’uomo e il restante mondo dei viventi e senza riconoscere che l’ambito della realtà non coincide con quanto è oggetto della percezione empirica.

È peraltro possibile constatare come attualmente vi siano scienziati e filosofi che si rendono conto che discussioni puramente scientifiche non possono esaurire il dibattito sull’evoluzionismo e che, per affrontare questo argomento, è indispensabile far esplicito ricorso ad argomentazioni metafisiche. Negli ultimi tempi sono infatti divenute più frequenti le voci di studiosi che riconoscono le debolezze delle tesi neodarwiniane e sottolineano la difficoltà di fondare su una teoria scientifica una visione generale del mondo.

A questo proposito un grande biologo evoluzionista come Francisco Ayala, ad esempio, ha recentemente scritto che «gli scienziati e i filosofi che sostengono che la scienza esclude la validità di qualsiasi conoscenza al di fuori della scienza commettono un errore categorico: confondono il metodo e il magistero scientifici con le implicazioni metafisiche della scienza. Il naturalismo metodologico afferma che a conoscenza scientifica ha precisi confini, non che è valido ciò che essa dice in ogni campo».