di Massimo Pandolfi
Tratto da Vite spericolate, il blog di Massimo Pandolfi, il 24 giugno 2011

Mi avventuro in un discorso che potrà sembrare dell’altro mondo, visti i tempi.

Ma provate a leggere e rileggere senza pregiudizi o ideologie prima di considerarmi un pazzo totale. Allora: quindici giorni fa, nelle Marche, sono andato a trovare un caro amico malato di Sla, costretto a vivere in un piccolo appartamento insieme alla adorata moglie. Moglie che lo scorso dicembre, al momento del trasloco, ha dovuto rinunciare a tutti i ricordi della sua vita: dell’infanzia, del matrimonio, dei figli. Nel nuovo appartamento non ci stanno. E i soldi per rimanere nel vecchio appartamento non c’erano. E fossero solo quelli i problemi. Macchè, c’è di peggio; ogni giorno ne spuntano di nuovi. E’ una lotta continua, quotidiana, per ottenere dalle istituzioni quei materiali curanti indispensabili per una persona; dalle garze alle bende, alle cannule, ai mille altri marchingegni che non sono benefit, ma in qualche modo dei veri e propri salvavita, a meno che non vogliamo che questo mio amico viva come un animale. O a meno che non si ritenga che la vita del mio amico non sia più degna di essere vissuta (a me questi discorsi di sapore nazista fanno terrore). Il mio amico, nonostante la gravissima malattia, ha ancora una voglia matta di vivere. Non soltanto perchè spera di guarire; no, gli basta anche vivere così, pieno di disabilità, incapace di muoversi, parlare e respirare senza l’ausilio di una macchina. Si puo vivere anche così. Si cerca la felicità anche così.

Torno alla partenza del post. Dopo aver trascorso un paio di ore allegre e serene con questo mio amico, quando sono uscito da quell’appartamento mi è montata una gran rabbia. E ho fatto il seguente paragone: lui, che vuole vivere, non riesce a ottenere dallo Stato le cure minime per andare avanti. Più di 100mila persone all’anno che invece, in Italia, chiedono di far morire un feto, un embrione, un qualcosa che comunque sarebbe destinato a diventare un bambino, un Te, un Me, beh, hanno la corsia preferenziale e paga tutto lo Stato. Per essere ancora più chiaro: non ci sono i soldi per curare il mio amico che vuole vivere, ci sono tutti i soldi di questo mondo per far abortire, e quindi provocare la morte. Togliamoci di dosso solo per un attimo quell’impiastro di cultura dominante che rischia di soffocarci e rispondiamo a questo quesito: è giusto o no? Io dico di no, io urlo di no! E rimango stralunato quando leggo che a Correggio, nel Reggiano, c’è chi protesta perchè si provano a dare dei fondi a quelle mamme che vorrebbero abortire perchè non hanno i soldi per tirare avanti e che grazie a quei fondi non abortiscono più. Cioè: fanno vivere un bambino, regalano un nuovo essere umano al mondo.

Ecco, c’è chi ha protestato, dicendo anche delle scemenze, tipo: ‘E’ contro la legge 194′. Non è ovviamente vero, perchè la legge 194 prevede espressamente che bisognerebbe cercare di eliminare tutte le cause che inducono la donna ad abortire, solo che facciamo sempre finta di niente e omettiamo questi… ‘particolari’. Ecco, viviamo in una società che ragiona soprattutto così. Per sentito dire. Per luoghi comuni. Proviamo, con la forza della ragione, dell’amore, della conoscenza, a rimettere le cose al loro posto.