di Andrea Camaiora
Tratto dal sito Ragionpolitica.it il 4 maggio 2009

Gianteo Bordero ha scritto recentemente della distorsione con cui si guarda al magistero e alla figura di Joseph Ratzinger. Critiche e attacchi al Corpo di Cristo e al Santo Padre non sono, del resto, una novità.

Anzi, si può rilevare come, con il pontificato battagliero di Benedetto XVI, l’offensiva laicista si sia caratterizzata per accenti sempre più duri, di cui si rendono protagonisti, peraltro, i soliti noti. In un recente fondo pubblicato dal Corriere della Sera, Michele Salvati ha sottolineato quanto le iniziative di carità della Chiesa – dalla crisi al terremoto – suscitino consenso, a differenza delle prese di posizione «intransigenti» in materia di vita e di morale, il cui esito nell’opinione pubblica risulterebbe invece molto più aleatorio. E ha concluso: «Non converrebbe alla Cei concentrarsi maggiormente su un terreno, quello della carità, in cui la Chiesa di sconfitte non ne può subire?». Una tesi che i soliti noti portano avanti ormai molto da tempo e alla quale rispose con straordinaria efficacia, intervenendo al Meeting di Rimini lo scorso anno, il cardinal Bagnasco, presidente della Cei: «Oggi, come in altri periodi della storia, si vuole che la Chiesa rimanga in chiesa. Il culto e la carità sono apprezzati anche dalla mentalità laicista: in fondo – si pensa – la preghiera non fa male a nessuno e la carità fa bene a tutti. In altri termini si vorrebbe negare la dimensione pubblica della fede concedendone la possibilità nel privato».

Nel mondo dell’informazione, e in particolare in quello della carta stampata, Salvati non è solo. Sul Manifesto del 30 aprile Dario Fo, infastidito dal successo del pontefice in occasione della visita alle popolazioni terremotate dell’Abruzzo, ha raccontato una storiella di pessimo gusto. Ricorrendo «ad un cronista che s’è tenuto anonimo» ha ricordato il terremoto che distrusse la città il 2 febbraio 1703. Secondo le sue fonti ci furono «oltre 10 mila morti e più di 300 mila feriti», mentre «il 50% dei sopravvissuti», cioè altri 150 mila (per un totale di 460 mila), «emigrarono». Ora, a parte il fatto che L’Aquila è un centro di appena 70 mila abitanti, capoluogo di una provincia di 300 mila persone, e che queste cifre sono state raggiunte soltanto alla fine del ‘900, il premio Nobel se la prende con Clemente XI. Secondo Fo, infatti, per ripopolare la città il Papa avrebbe detto: «Ci rivolgeremo ai nostri più stretti collaboratori. La Chiesa è ricca di giovani suore e di seminaristi nonché preti appena consacrati: saranno loro la nuova linfa di Gerusalemme… Sì, voglio dire dell’Aquila», cosicchè «i nuovi aquilani sono figli di frati e sante». Così il Manifesto.

Va forse meglio sul quotidiano della Confindustria? Il 26 aprile Armando Massarenti, rimpiangendo la Magna Charta e le rivoluzioni di stampo illuministico dei francesi e degli americani, denunciava l’assenza, per gli italiani, di «un mito fondatore universalmente condiviso». Che fine ha fatto la rivoluzione cristiana che ha pervaso la società italiana ed europea e che ha portato intellettuali non credenti ad ammettere di non potersi non riconoscere cristiani? Al Sole 24 Ore se la devono essere dimenticata… In fondo che cos’è in confronto alla rivoluzione fordista?

Che altro si legge sui quotidiani italiani? Per esempio l’elegio di un suicidio. Il 1° maggio, su Le Nuove Ragioni del Socialismo in allegato al Riformista, Letizia Paolozzi scrive così del suicidio di Roberta Tatafiore, intellettuale e femminista: «Sola, depressa, malata? Sentiva il morso della vecchiaia? L’avvolgeva il velo della depressione? Macchè. Era bella, vitale, carnale. Però si è uccisa. Ha compiuto un gesto di cui noi, che tanto l’amavamo, possiamo solo riconoscere la verità. E impedire che venga sfigurato». È stato un atto di «laicità eccelsa». Laicità eccelsa. Vale solo per il suicidio o anche per l’overdose? E per una coltellata data su impulso di un moto d’ira? Per l’auto che investe la folla alla parata della regina d’Olanda? Laicità eccelsa. Lo stesso giorno, sul Venerdì di Repubblica, Michele Serra domanda: «Ma non si può crescere anche senza una religione?». Eccome se si può! Ma, messi da parte padri, madri, professori, parroci e testimoni di valori che non ingannano, non restano solo cattivi maestri e certi eccelsi eccessi?