di Alessandro Meluzzi

L’eterno mistero di iniquità del male opera innanzitutto attraverso la confusione delle parole

In un episodio di cui si è forse parlato troppo poco dopo il Concilio, si ricorda che papa Leone XIII ebbe, al termine di una celebrazione eucaristica, una tremenda visione: Satana otteneva da Dio la possibilità di tentare la Chiesa per un secolo, prima di essere privato di ogni potere di fronte a essa e al suo magistero. Per questo il Papa istituì una breve e bellissima preghiera a san Michele Arcangelo, che venne recitata in tutte le sante Messe fino alla riforma liturgica.
A sentire il procuratore aggiunto di Milano Pietro Forno, che ha denunciato in un’intervista l’esistenza di una lunga lista di preti indagati a Milano per pedofilia e abusi sessuali, si ha la tentazione di pensare che quel secolo, che peraltro volge al termine, stia toccando il suo apice. Non solo e non tanto per la presenza di peccati sulla fragile navicella di Pietro (sono spesso abbondati anche in secoli precedenti, trattandosi peraltro di una barca di salvataggio piuttosto che di un vascello con un equipaggio di santi). Ma soprattutto per le misure di purificazione che vengono proposte. Innanzitutto l’autocandidatura del procuratore stesso a inquisitore e polizia di prevenzione all’interno dell’istituzione ecclesiale (effettivamente l’idea di delegare alle procure la selezione dei seminaristi o la verifica delle attitudini dei parroci, degli abati e dei vescovi, ha qualche lampo luciferino). E ancor più forse le idee avanzate da qualche teologo “à la page” come Hans Küng, basate sulla messa in soffitta del celibato ecclesiastico, vera origine di ogni abuso infantile.
Come se la pedofilia non allignasse anche dentro famiglie, asili, scuole, palestre o campi di calcio.

È dura seguire il gregge “tenendo famiglia”
L’eterno mistero di iniquità del male opera innanzitutto attraverso la confusione delle parole. A tutti i credenti nella liberazione di Gesù, viene proposta la fedeltà al proprio stato. La castità per i cristiani è un valore, per esempio, anche prima, durante e dopo la vita coniugale, intesa come pienezza della relazione e accoglienza della vita. E l’altro non è mai considerato un mezzo invece che un fine. Per questo, così come è peccato usare una ragazza che non si ama, tradire la propria moglie o comprare e vendere corpi e sesso, allo stesso modo l’ascesi divina di chi ha scelto la sponsalità totale della mente, dell’anima e del corpo con la Santissima Trinità e con la comunità del suo popolo in cammino, ha un insostituibile valore. Il matrimonio dei preti non è la panacea delle vocazioni, come è dimostrato dal fatto che vi siano seri problemi a trovare operai per la vigna del Signore anche nelle Chiese d’Oriente, persino pastori nelle Chiese riformate e protestanti europee. Non è affatto scontato che un sacerdote abbia una migliore qualità del tempo pastorale da dedicare al suo gregge “tenendo famiglia” e dovendo in qualche modo farsi garante di fronte alla comunità anche della testimonianza di fede (oltre che della moralità) di sua moglie e dei suoi figli.

I celibi in carriera, gli ammogliati in panchina
La piena libertà da vincoli materiali e patrimoniali di trasmissione ereditaria è un sicuro fattore di dono e di libertà evangelica da pesanti vincoli di concretezza economica. Anche nelle Chiese d’Oriente, dove pure ci sono presbiteri coniugati, si ordinano vescovi soltanto monaci che, in quanto tali, hanno fatto una scelta di voto alla castità e al celibato. Quindi abolendo il celibato dei preti si correrebbe piuttosto il rischio di dividere i pastori in celibi in carriera e sposati di seconda categoria. Un’ascesi che riguarda anche il tema del sacrificio sessuale è negli usi sacrali e sacerdotali di tutte le tradizioni spirituali, persino nello sciamanesimo, nel buddismo o in molte tradizioni indiane, orientali e amerindie. Come se da questa rinuncia dovessero scaturire doni soprannaturali.
E poi mi sia consentita una battuta leggera: nel mio servizio diaconale di uomo coniugato da più di un ventennio e padre di famiglia, scherzo spesso con padre Orazio, compagno d’avventura pastorale nella nostra comunità di Agape Madre dell’Accoglienza. Quando è finita l’ora della compieta o dell’ultimo telegiornale, per lui c’è il riposo del grande silenzio. Invece per noi amati, anche felicemente sponsali, possono continuare le croci oltre che le delizie del talamo. Ne siamo felici, sia chiaro, altrimenti non andremmo verso un quarto di secolo di amore e tenerezza, gioie e dolori. Questo approfondisce magari la conoscenza diretta di tanti problemi che il sacerdote si trova ad affrontare nel confessionale. Ma in modo molto diverso dallo psichiatra sul lettino, o dal marito nel corpo a corpo quotidiano. Perché là, nella pienezza della grazia, un uomo ha scelto di farsi totalmente quello che tutti i cristiani devono esser almeno un po’: un “alter Christus” in cui «non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me». Potrà non essere facile, ma è un dono talmente grande e un mistero su cui si può persino permettersi di scommettere una vita.