di Salvatore Giuliano
Tratto da Avvenire del 2 luglio 2009

Dopo la lettura del messaggio di Benedetto XVI per l’apertura del nuovo  Anno sacerdotale, ho avuto la sensazione di cominciare a prender parte ad un lungo corso di esercizi spirituali della durata di un anno intero, sentendo gli stessi buoni propositi che accompagnano sempre l’inizio di quei giorni di straordinaria grazia.

La percezione che questo anno sia una grande occasione che Dio ha messo nelle nostre fragili mani di ministri si va radicando sempre di più dai Primi Vespri celebrati in San Pietro nella solennità del Sacro Cuore di Gesù. E ieri il Papa è tornato sull’argomento mettendo in guardia dal pericolo di ridurre la portata della missione sacerdotale a un orizzonte di natura sociale, mettendo in second’ordine ciò che invece la caratterizza: l’annuncio del Vangelo e l’amministrazione dei sacramenti.

Sono certo che ognuno dei 407 mila sacerdoti sparsi in tutto il mondo sentirà che ogni giorno di questo an­no giubilare è un’occasione impor­tante per lavorare ad un’autentica santificazione nell’approfondimento di ciò che resterà sempre dono e mi­stero.

Lo stesso Santo Curato d’Ars di­ceva di sé che «non si sarebbe capito bene se non in Cielo» perché quello che siamo diventati con l’imposizio­ne delle mani sfugge anche alla no­stra stessa percezione umana. Nelle parole del Papa si avverte il sollecito richiamo di un padre che sprona noi figli, fratelli con lui nel sacerdozio, al­la riscoperta gioiosa della nostra grande identità, spingendoci e inco­raggiandoci ad un cammino di perfe­zione che non si lascia scoraggiare dalle difficoltà e dalle fragilità di cia­scuno perché è troppo grande il dono di grazia che passa attraverso le no­stre mani. Mi capita spesso di guardarle, le mie mani, dopo intense giornate vissute nella celebrazione delle confessioni sacramentali, nelle visite agli amma­lati o nelle altre attività pastorali e ri­conoscere come attraverso di esse sia passata l’azione di Cristo che, ancora oggi, in noi asciuga le lacrime, assolve i peccati e spezza il pane della Parola e quello eucaristico. Fu proprio una ‘ nonnina’ della mia comunità par­rocchiale che un giorno mi diede una solenne lezione di teologia del sacra­mento del Presbiterato a partire dalle mani consacrate. Ero ancora un no­vello sacerdote e dopo una celebra­zione prese la mia mano per baciarla in gesto di riverenza. Al mio tentativo di sottrarla, perché consideravo quel­la un’usanza oramai antiquata, lei mi disse con autorevolezza trattenendo­la con decisione: «Non è la sua mano che bacio, padre, è la mano di Cri­sto!». Detto questo, mi donò un ri­dondante bacio sulla destra. Da quel giorno non sottraggo più le mie mani comprendendo sempre meglio il grande desiderio del popolo di Dio di scorgere nei suoi ministri la presenza del divino Maestro. In fondo è ciò che abbiamo scelto nel giorno della no­stra consacrazione: donare la nostra vita per Lui sentendo di non apparte­nerci più affinché Cristo possa ri­splendere nei nostri gesti.

Perché questo sia sempre vero e per­ché il sacerdozio possa essere da tutti percepito, come ha scritto il Papa, co­me un «dono all’umanità» è urgente la nostra santificazione attraverso un amore ancora più appassionato a Dio, nei gesti di carità fraterna e nell’unità tra di noi perché il cuore di Cristo attiri attraverso i suoi ministri il cuore di tanti altri fratelli.