Un paradosso, tra i tanti, connota di sé la società italiana di questa fase storica.

Mentre è ormai ampiamente diffusa la consapevolezza del ruolo decisivo che la famiglia svolge come soggetto sociale e come produttore di grandi esternalità positive a beneficio dell’intera società, non procede con pari consapevolezza la messa in cantiere di provvedimenti e di misure volti alla attuazione di una politica della famiglia in sostituzione delle inadeguate politiche per la famiglia. Detto in altro modo, non procedono allo stesso ritmo il riconoscimento da un lato e la valorizzazione dall’altro che la politica “deve” alla famiglia per la mole di funzioni sociali che nessuno Stato, nessun mercato, nessuna agenzia pubblica possono surrogare in modo equivalente. Ad onor del vero, il divario qui denunciato riguarda un po’ tutta l’Europa, anche se per l’Italia esso assume un’ampiezza particolarmente preoccupante.

Infatti, se si leggono con attenzione i documenti della strategia di Lisbona si scoprirà che, mentre si parla ad abundantiam di capitale umano, di capitale sociale, di coesione sociale, ecc. mai la famiglia in quanto tale viene chiamata in causa, come se quest’ultima non fosse – lo vedremo tra breve – uno dei più decisivi generatori dei primi. Ancora, l’Eurobarometro, nei suoi rapporti periodici, non perde occasione per indicare che c’è un divario crescente tra il numero di figli che gli europei desidererebbero mettere al mondo e quelli che effettivamente nascono. Quanto a dire che la tanto sbandierata libertà di scelta dei coniugi non trova il modo di essere tradotta in pratica: una sorta di razionamento implicito nell’accesso alla generatività responsabile è all’opera nelle nostre società. Nei Trattati Europei non si fa parola di una qualche politica familiare europea, dato che l’intera materia viene lasciata agli Stati membri. Il che finisce col determinare discrasie di ogni tipo, dal momento che la vita delle famiglie europee risulta influenzata e deve fare i conti con non poche delle direttive comunitarie in aree quali la protezione sociale; i tempi di lavoro; l’eguaglianza di genere; la salute; l’educazione. In tutti questi ambiti, la famiglia diviene argomento di interesse europeo come destinataria, diretta o indiretta, di regolamenti e provvedimenti vari, ma invano l’osservatore attento troverebbe in tali documenti una qualche definizione di famiglia.

Un paio di esempi possono servire ad illustrare la portata di tale schizofrenia. Nel gennaio 1999, il Parlamento Europeo approvò un circostanziato rapporto sulla protezione della famiglia e dei bambini (Rapporto Marie Therese Hermange) in cui si avanzavano raccomandazioni per il rispetto della libertà di scelta dei genitori in materia educativa; per le pari opportunità per uomini e donne; per andare oltre l’approccio puramente socio-economico fino ad allora dominante. Il rapporto è rimasto lettera morta. Nel marzo 2004, sempre il Parlamento Europeo fece proprio il Rapporto Regina Bastos sull’urgenza di procedere verso la conciliazione tra famiglia e lavoro, richiamandosi agli obiettivi fissati nel summit di Barcellona del 2002: eliminazione degli ostacoli alla partecipazione delle donne al mercato del lavoro entro il 2010; assicurazione dei servizi di cura ai bambini di età compresa tra i tre e i sei anni nella misura del 90% e dei nidi d’infanzia fino al 33% del fabbisogno; flessibilizzazione dei tempi di lavoro e altro ancora. Quasi nulla di tutto ciò si è trasformato in direttive di azione, anche se – va riconosciuto – nel giugno 2007 la Commissione Europea ha approvato un importante documento (Towards common principles of flexicurity) in cui si parla esplicitamente della famiglia e dei suoi compiti e anche se nel marzo 2008 si è arrivati finalmente alla “Revisione della strategia di Lisbona” in cui entra, in maniera esplicita, la questione familiare. E così via.

Nel caso del nostro paese, questi ritardi e queste incongruenze risultano ulteriormente amplificati e accentuati rispetto a quanto accade altrove, come la Seconda Conferenza Nazionale della Famiglia del novembre 2010 a Milano ha puntualmente messo in luce. Non solamente, come si è visto nel capitolo 3, la spesa per i servizi alla famiglia è scandalosamente bassa. (Basti un dato: se l’UE destina alla famiglia l’8% circa della spesa sociale, l’Italia ne destina il 4, 1%, corrispondente a poco più dell’1% del PIL). Quel che è più grave è che le modalità con cui vengono combinate tra loro le politiche che attribuiscono alla famiglia risorse di tempo (orari flessibili, congedi parentali), risorse economiche (deduzioni e/o detrazioni; buoni per l’acquisto dei servizi di cura) e servizi di cura diretti sono tali da determinare spesso effetti perversi (1). E’ il “familismo di default” – come lo ha chiamato Chiara Saraceno (2) – quello che per lungo tempo ha caratterizzato l’impianto del welfare state italiano. Ad esempio, mai fino ad oggi è stata introdotta una prestazione universalistica per le famiglie con figli allo scopo di sostenerle economicamente. Lo strumento adottato – quello degli assegni familiari volti a compensare per via assicurativa i carichi familiari dei lavoratori dipendenti – essendo sottoposto alla prova dei mezzi non solamente non ha sortito l’effetto desiderato (sostegno al reddito della famiglia) data la sua esiguità, ma ha finito con lo scoraggiare il lavoro fuori casa delle donne.

Non c’è allora da sorprendersi se il Rapporto 2008 del Global Gender Gap, promosso dal World Economic Forum, vede l’Italia in 84a posizione su 128 paesi per quanto riguarda la partecipazione femminile al mercato del lavoro (con una perdita di ben sette posizioni rispetto al Rapporto precedente). E non c’è da stupirsi se il “Primo Rapporto sulle politiche familiari” dell’OCSE (Parigi, 27 Aprile 2011) denuncia con forza la situazione italiana per il modo in cui vengono lasciate al loro destino le donne che cercano con fatica di conciliare i tempi di vita familiare con i tempi di vita lavorativa. Il rischio sarà – viene evidenziato – che i giovani che oggi hanno un’età compresa tra i venti e i trenta anni si vedranno nell’impossibilità pratica di generare figli, dopo essere stati “costretti” a posticipare tale desiderio a causa di un mercato del lavoro non amico della famiglia.

Occorre dunque essere avvertiti del fatto che l’Italia è un paese che, nonostante una certa retorica di maniera, continua a vedere la famiglia solamente come una delle voci di spesa del bilancio pubblico e non anche come risorsa strategica per la società. Del pari, si continua a considerare la famiglia come “variabile dipendente”: le grandi scelte a livello di assetto giuridico-istituzionale e di organizzazione produttiva vengono prese a partire dal presupposto – ovviamente non dichiarato – che debba essere la famiglia ad adeguarsi alle decisioni degli altri attori sociali. E’ solamente in tempi recenti che si è “scoperto” – si fa per dire – per un verso, che la famiglia è un soggetto attivo, dotato di una sua propria autonomia e non già un mero aggregatore di preferenze individuali (come la concezione individualista persiste nel far credere) e, per l’altro verso, che il benessere della famiglia è magna pars del benessere generale: non può esserci avanzamento duraturo sul fronte della felicità pubblica se non si migliorano le condizioni di vita delle famiglie. Una recente ed accurata indagine empirica (3) svela più e meglio di ogni considerazione teorica il significato pratico di tale paradosso. Indagando sull’impatto della grande crisi durante il triennio 2007-2009 sulla distribuzione dei redditi familiari di 21 paesi occidentali, gli Autori, dopo aver mostrato che la crisi non ha colpito questi paesi in modo omogeneo, ci informano che, mentre nella gran parte dei paesi considerati il reddito disponibile delle famiglie è aumentato pur in presenza di una diminuzione del PIL, in quattro paesi (Svizzera, Danimarca, Grecia, Italia) ciò non è accaduto. Le famiglie italiane hanno perso il 3, 3% del reddito disponibile – l’Italia è ultima in tale poco invidiabile classifica – ; quelle francesi hanno guadagnato il 2, 2%; le inglesi il 2, 5%; le tedesche le 0, 5%; le americane il 2, 5%. E come v’era da attendersi, l’impatto negativo maggiore è stato sulle famiglie più giovani e con figli a carico.

(1) Cfr. M. Matzke, I. Ostner, “Change and continuity in recent family policies”, Journal of European Social Policy, 20, 2010.
(2) C. Saraceno, “Social inequalities in facing old-age dependency”, Journal of European Social Policy, 20, 2010.
(3) S. P. Jenkins, A. Brandolini, J. Micklewright, B. Nolan, “The Great Recession and the Distribution of Household Income”, Sett. 2011.

di Stefano Zamagni
Tratto dal sito ZENIT