di Aleks Kapllaj

Le stragi di civili – l’ultima il primo gennaio del 2010 – compiuti dai terroristi ed estremisti islamici, in Pakistan e in Afghanistan dimostrano, per l’ ennesima volta, che le vittime dei terroristi sono i musulmani innocenti che non accettano il potere violento degli integralisti islamici. La strage avvenuta a Lakki Marwat, nelle zone tribali del Pakistan nord-occidentale, ha provocato 93 vittime tra i partecipanti del centro sportivo mentre era in corso una partita di pallavolo.

I terroristi colpiscono ovunque, nei mercati, nei posti di preghiera, negli ospedali, nei centri di assunzioni di poliziotti e arruolamento degli soldati, dove si gioca, dove si prega e dove si costruisce, con mille difficoltà, un futuro individuale o comune. I terroristi colpiscono a Kabul, a Herat, a Peshavar, a Islamabad, a Rawalpindi, a Bagdat e Mumbai. Sono i musulmani principalmente le vittime del terrorismo.  Cittadini che vogliono vivere la loro quotidianità in libertà, ma non li è concesso, da chi la libertà la uccidono continuamente. Ormai le notizie delle stragi con un bilancio di vittime sempre più alto e sempre più frequenti, cominciano a diventare per noi occidentali solo delle cifre. Ci rendiamo conto della gravità della situazione, soltanto quando le vittime sono occidentali.
Tutto questo escalation, ha inizio; dopo l’offensiva in Waziritan dove i talibani hanno perso molti uomini e posti d’influenza strategica e dove avevano le roccaforti ( zona confine Pakistan-Afganistan); dopo l’ultima visita del Segretario dello Stato degli USA, Hillary Clinton, a Islamabad, verso la fine del novembre 2009; dopo il cambio della strategia del presidente degli USA, Barack Obama, che ha deciso di aumentare la presenza degli americani in Afganistan, 30 mila soldati americani e 7 mila soldati dall’ UE, complessivamente, la NATO, manderà in Afganistan altri 37 mila soldati. Perché più truppe in Afghanistan, vuol dire anche più efficienza e meno vittime tra soldati e civili.
Sappiamo tutti che solo il cambio della strategia in Iraq, con la nomina del comandante delle forze armate in Iraq, il generale David Petraus , con il coinvolgimento delle popolazioni -liberate dal dittatore Saddam Husein- garantendo ai cittadini irakeni la protezione e l’autogestione del loro futuro, entro le regole democratiche nonostante siano fragili ancora, con l’inizio della costruzione delle istituzioni democratiche,  si sono raggiunti i risultati positivi.
Proprio il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, davanti ai giovani cadetti dell’Accademia Militare di West Point, un paio di mesi fa, aveva annunciato che manderà in Afganistan, entro la prossima estate del 2010 (per poi poter iniziare il ritiro dal luglio del 2011), altri 30 mila soldati, e aveva spiegato anche i motivi di questo cambio della strategia della sua presidenza. “ Se non pensasi che in Afghanistan sono in gioco la sicurezza degli Stati Uniti, e degli americani, sarei ben felice di ordinare ad ogni singolo soldato di tornare a casa domani” – ha detto Obama. “Afganistan- secondo Obama -non è perduto ma per molti anni ha camminato a ritroso” e con aumento delle truppe possa risollevare la situazione. Nello stesso tempo Obama ha spiegato, a chi pensa che Afghanistan è un altro Vietnam dicendo che: “noi siamo in una larga coalizione di 43 nazioni che, riconoscono la legittimità della nostra azione, e contrariamente al
Vietnam, gli americani sono stati vittime di attentati abominevoli provenienti dall’Afganistan(11 settembre) e siamo tuttora il bersaglio di questi stessi terroristi”. Nel suo discorso che durò 35 minuti il presidente USA disse che “ Noi agiremo essendo perfettamente coscienti che il nostro successo in Afghanistan e legato inestricamente al nostro partenariato col Pakistan”. “Noi siamo in Afghanistan per impedire che un cancro si estenda una nuova volta attraverso questo paese….ma questo stesso cancro ha fatto radici nella regione confinante del Pakistan. E’ per questo che occorre una strategia che funzioni dai due lati della frontiera”.
Secondo Obama, “l’opinione pubblica (pachistana) si è rovesciata” e i pachistani sono ormai coscienti della minaccia dell’estremismo islamista.
Con l’ attentato fallito del nigeriano Umar Abdulmutallab, attentato rivendicato dal gruppo di Al Qaeda nella penisola arabica dello Yemen, conferma che l’organizzazione terroristica islamica più grande di oggi, si sta radicando in molti paesi dove soprattutto i regimi sono corrotti, come Somalia e lo Yemen. Però il fatto di come è stato gestito dai servizi segreti americani, il caso del attentato fallito del nigeriano, dimostra che tante cose non funzionano neanche in USA.
Ovvio che in Afghanistan, Pakistan e in Iraq e non solo, ma più tardi anche negli altri paesi dove si sta allargando il terrorismo islamico, c’è in gioco la sicurezza dell’America e degli americani, ma Obama  deve capire che in questi paesi è in gioco la sicurezza mondiale. Prima di tutto, in questi paesi è minacciata la sicurezza delle popolazioni civili, che hanno in casa loro la condanna contro la loro libertà e la loro vita. Ma soprattutto per vincere la guerra contro il terrorismo in Afghanistan, Pakistan, Iraq, India, Somalia e nello Yemen, si deve conquistare i cuore e l’anima dei cittadini di questi paesi, difendendoli e renderli responsabili per il loro futuro. Quando i cittadini di questi paesi capiranno il male che li viene dai terroristi, che la storia stessa sta confermando ogni giorno, che i terroristi, sono la distruzione dei loro paesi, del loro futuro e della loro vita, allora si può sperare che siamo nella strada giusta per
distruggere la nuova ideologia disumana come è oggi l’ideologia terroristica islamica.