di Domenico Bonvegna
La settimana scorsa scrivevo che le discutibili esternazioni sui giovani di Monti e dei suoi ministri al di là delle pesanti offese, qualche merito l’hanno avuto, aprire il dibattito sulla questione del lavoro giovanile.

Ha cominciato ad affrontare lo spinoso argomento, Antonio Polito con un editoriale sul Corriere della Sera, e poi tanti altri, tutti hanno colpevolizzato non tanto i giovani ma gli adulti, in particolare i genitori, i nonni, ma anche la politica, il sindacato, ma soprattutto la scuola.

Giampaolo Pansa su Libero scriveva che se i giovani non trovano lavoro o non lo cercano la colpa è dei loro genitori che forzatamente li hanno mandati a scuola per prendersi un inutile diploma e poi ancora peggio li hanno iscritti all’università per un pezzo di laurea che non serve a niente. Il loro figlio non doveva imparare un mestiere manuale come il falegname, l’elettricista o l’idraulico, guai, come fa poi a conquistare una ragazza con l’etichetta di falegname. Convengo che la tesi di Pansa può essere discutibile, come ogni cosa, non è la prima volta che mi capita di leggere simili argomenti. L’anno scorso ho letto e presentato in diverse puntate l’ottimo studio di Paola MastrocolaTogliamo il disturbo, edito da Guanda e proprio in questo testo la professoressa di Torino denunciava una certa abitudine ormai consolidata tra i genitori di far frequentare a tutti i costi la scuola, magari il liceo e poi l’università ai propri figli.

Certamente Mastrocola tende a provocare il più possibile forse per accendere il dibattito sulla questione scuola, sulla serietà dello studio e poi sul lavoro, temi abbastanza collegati tra loro. Lo studio dev’essere una scelta, non un obbligo. “Non tutti vogliono studiare – scrive la Mastrocola – Non tutti nascono soldati o sacerdoti o studiosi. C’è anche chi nasce fabbro, panettiere, meccanico, fotografo. Perché torciamo i giovani? Perché obblighiamo tutti a studiare?” Così come non tutti sono portati a lavori come il panettiere o il cuoco, qualcuno vuole studiare, però con questa scuola di massa che si accontenta di poco, chi vuole studiare non può farlo, perché viene distolto dal farlo.

La Mastrocola è perentoria: “bisognerebbe dare ai giovani la libertà di non studiare. Se non vogliono farlo, che non lo facciano”. E nello stesso tempo bisogna, “dare la libertà di studiare a chi lo volesse ancora fare”. La prof si rende conto che questo è un discorso difficile da accettare, non abbiamo l’abitudine a farlo, perché siamo prigionieri di luoghi comuni, e di pregiudizi.

Occorre superare l’equivoco della scuola dell’obbligo, per la Mastrocola è il primo macigno da superare. In passato aveva un senso perché c’era il gravissimo problema dell’ analfabetismo, bisognava aiutare i ragazzi delle famiglie meno abbienti. Si è pensato di dargli maggiori opportunità facendoli studiare: “con l’istruzione avrebbero potuto migliorare le proprie condizioni future, accedendo a professioni migliori rispetto a quelle dei padri”. L’idea era buona. Ma oggi bisogna fare chiarezza: “una cosa è l’obbligo scolastico (o formativo che dir si voglia), un’altra cosa è l’obbligo, tutto nuovo, tutto neo-global-capitalistico, ad andare al liceo, e poi all’università, e diventare tutti ingegneri, avvocati, medici ed economisti!” Ma una cosa è l’obbligo ad andare a scuola, un’altra cosa è l’obbligo di studiare. Al giorno d’oggi le due cose spesso non coincidono.

Per la Mastrocola, “oggi si può benissimo andare a scuola e non studiare”. Il libro cerca di sfatare alcuni equivoci come quello che la laurea conduca a un ottimo lavoro o che imparare un mestiere equivalga a ignoranza. “Il panoramaè cambiato. Noi pensiamo sempre alla scuola come a una opportunità per i poveri, deboli e svantaggiati”. Non è più così, “una volta era lo Stato che obbligava le famiglie a mandare i figli a scuola, adesso è la famiglia che ‘obbliga’ i propri figli ad andare controvoglia a scuola”. Paola Mastrocola fa riferimento a un ‘ nuovo obbligo’, sociale e non statale, implicito, silente, dato per scontato e molto più subdolo e invadente”. Pertanto non è più lo Stato che vuole salvare i ragazzi sfortunati dalla strada, ma sono le famiglie fortunate che intendono parcheggiare nel modo più divertente e indolore possibile i loro vezzeggiati pargoli”.

Un secondo macigno che la prof invita a superare è il vilipendio del lavoro manuale. E’ un’idea profondamente sbagliata che hanno le nostre generazioni, si pensa che il lavoro manuale, artigianale, tecnico-pratico, sia cosa vile, umiliante, degradante. Quindi è quasi obbligatorio studiare, per non andare a lavorare. Così lo studio diventa forzato. “Non una fortunata chance, ma una specie di tortura a cui non ci si può sottrarre, pena il disfacimento, la rovina e la disistima sociale”.

In pratica c’è l’idea che “se un ragazzo invece di andare al liceo va a fare pratica in una falegnameria, sia un fallito e un mediocre, uno scarto della società, destinato a essere infelice tutta la vita”. Solo alcuni lavori sono buoni, altri come “quelli manuali, artigianali e tecnici, sono cattivi lavori, residuali, da lasciare ai reietti della società”.

Pertanto tutti devono andare a scuola e il più a lungo possibile, ne consegue che tutti devono essere laureati, ingegneri, medici, avvocati, architetti, economisti, manager etc. Paradossalmente per la Mastrocola, proprio oggi che tutti studiano , quasi nessuno è più capace di studiare. E così ci ritroviamo ragazzi non preparati culturalmente e quindi neanche al lavoro.

Questi ragazzi sono tristi, basta guardarli una mattina qualsiasi prima di entrare a scuola, sembrano di essere condannati ai lavori (scolastici) forzati. Da queste scuole sforniamo i “qualcosisti” come li chiama Giuseppe De Rita: “sono i nostri giovani, un intero esercito di persone che hanno studiato ‘qualcosina’ fino a venticinque anni e alla fine non sanno niente (di utile per un lavoro), a volte non sanno neanche che cosa hanno studiato a fare”.

La Confartigianato, prendendo in esame ben sessantotto mestieri, ha rilevato che esistono figure professionali introvabili come gli installatori di infissi e serramenti, panettieri, pastai, tessitori, gelatai, sarti, parrucchieri, cuochi, saldatori…

La Mastrocola tenta di dare un contributo concreto alla discussione e lancia l’idea di percorsi di studio per arrivare a padroneggiare questi mestieri, migliorando e nobilitando “le nostre scuole tecniche, professionali, artigianali. Dovremmo far sì che siano non una scelta scolastica minore o perdente, ma il nostre fiore all’occhiello”. Ma tutto questo non basta, occorre che avvenga una rivoluzione nella nostra testa. “Dovremmo recuperare stima e ammirazione per chi è capace di costruire un tavolo, assistere un anziano, tagliare un vestito, rieducare un arto, produrre un cioccolatino, creare un gioiello, riparare un motore, un computer, un ferro da stiro”.