Troppo spesso si limitano a finanziare i figli fregandosene dell’educazione. Così non cresceranno mai
di Giampaolo Pansa
Tratto da Libero del 3 maggio 2011

La provocazione di Giampaolo Pansa è stata raccolta dal vicedirettore di Libero, Massimo de’ Manzoni, che sul quotidiano in edicola martedì 3 maggio ha rilanciato: “Ok, aboliamo pure i genitori, ma stessa sorte per giudici e professori”

Vi siete mai trovati in un ristorante quando entra una giovane coppia con un paio di bambini? La sala è tranquilla, i clienti pranzano conversando a bassa voce, nessun cellulare suona. All’improvviso, la sala diventa un inferno. I figli della coppia cominciano a scorazzare per il locale, urlano, manovrano le automobili di plastica che si sono portati da casa, s’infilano sotto i tavoli degli altri clienti. I genitori fanno finta di nulla. Anche il proprietario del ristorante non batte ciglio. Se qualcuno protesta, il padre dei bambini lo manda a quel paese.

La scena cambia e diventa una scuola media inferiore. I bulli prosperano. Sono ragazzini terribili che studiano poco o niente, schiamazzano in classe, si prendono gioco dell’insegnante, a volte picchiano i compagni più deboli. Quando arriva la pagella, zeppa di voti orrendi, qualche madre va a protestare dai professori. Difende a spada tratta il figliolo che non merita quei giudizi negativi. Lo fa con un’energia che spaventa. Un giorno una insegnante mi ha detto: «I genitori sono diventati i sindacalisti dei loro figli!».

Terza scena: le strade di una grande città. La sera diventano il campo di battaglia delle baby gang. Il teppismo giovanile dilaga. Non c’è più differenza tra violenti del posto e violenti immigrati. Le loro scorribande non conoscono limiti. Spesso vengono riprese dalle telecamerine dei capi banda. Poi sono affidate a YouTube oppure a Facebook, affinché tutti vedano quanto le gang siano imbattibili. È accaduto a Milano e in altri luoghi. Quelle descritte sono soltanto tre tappe di un processo diabolico che ha origine in famiglia. Ha un nome preciso: l’educazione inesistente, accoppiata con la rinuncia all’autorità da parte dei genitori. Un vecchio detto contadino recita: «Cresce quello che si semina». Non hai seminato nulla? Non crescerà nulla. I tuoi figli verranno fuori vuoti, storti, indifferenti a qualsiasi norma etica e incuranti di qualunque norma di legge.

Fare il genitore è il mestiere più difficile del mondo. Per questo motivo non getto la croce addosso alle famiglie dei quattro ragazzi che in Toscana hanno massacrato i due carabinieri. Ma qualche domanda i parenti se la saranno fatta, purtroppo soltanto dopo quell’assalto vigliacco. Si saranno chiesti come mai abbiano permesso che tre minorenni e un maggiorenne di appena 19 anni siano stati liberi di passare la notte a un rave party. Per poi ubriacarsi, drogarsi e aggredire la pattuglia che li aveva fermati alle dieci del mattino.

Mentre scrivo mi accorgo di essere un anziano signore ingenuo, un marziano nell’Italia del 2011. Oggi molti genitori di domande sui figli non se ne fanno più. Hanno gettato la spugna. Non vogliono sapere niente di loro. Si limitano a finanziarli per non avere la rabbia in casa. La parola “castigo” è diventata una bestemmia. La società odierna rifiuta di castigare, punire, reprimere chi sbaglia. Se poi a sbagliare sono i giovani, l’assoluzione è garantita: poveri figli, si comportano così perché non hanno lavoro e, di conseguenza, neppure un futuro. Quando sento i telegiornali strillare che un terzo dei giovani italiani è senza un impiego, mi irrito. Tra le tante sue colpe, la tivù è diventata la madre di tutte le favole sul destino malvagio delle nuove generazioni. Mai che si dica la verità: il lavoro c’è, faticoso, spesso ingrato, però esiste. Basta adattarsi. Sono gli stessi mestieri che hanno dato da vivere ai nostri genitori. Non sto parlando di secoli fa, ma di un’età più vicina: il Novecento, il secolo che ha visto l’Italia diventare un paese ricco, generoso, senza paura. Le famiglie italiane hanno informato i figli di come andava la baracca prima che loro nascessero? Penso di no. Insieme al castigo, manca pure la capacità di trasmettere le esperienze delle generazioni passate. I ragazzi cresceranno ignoranti? Pazienza, l’unica cosa che conta è farli sentire soddisfatti, felici, assistiti, convinti di meritare tutto. E di ottenerlo, questo tutto.

Oggi il ragazzo è il cliente di un mercato gratuito, dove si conquista qualunque merce senza fatica e senza soldi. Vuoi la motocicletta, caro figliolo? Certo che la voglio. Dopo verrà l’automobile, l’ultimo aggeggio elettronico, l’abito alla moda, le scarpe costose, le vacanze senza risparmio, i lunghi week end, le donne o i maschi da scopare, i liquori per sbronzarsi, la droga per illudersi che il mondo sia fatto di vecchi stronzi, pronti a tutto pur di far felici i giovani. In parte avviene già così. Come campano i bamboccioni nullafacenti? Vivono sulle spalle dei nonni, che gli sacrificano le loro pensioni. E sulle spalle dei padri e delle madri, che faticano come bestie per consentire ai figli di non faticare. L’Italia è un’immensa vigna di Papa Giulio, dove l’uva cresceva senza che nessuno la coltivasse. Ma che cosa accadrà il giorno che i nonni per primi e poi i genitori moriranno? E il loro pozzo di San Patrizio risulterà asciutto? Mi è capitato di domandarlo a un ragazzo, simile a quelli che ho descritto. Lui mi ha risposto, lapidario: «Andrò a rubare». Sta già avvenendo. Anche nel clima di odio politico sono sempre i giovani a fare gli incendiari. Lo si è visto di nuovo a Napoli, due giorni fa, quando una gang rossa ha aggredito il candidato sindaco di un altro colore. Siamo sopra un Titanic che rischia di affondare. Quante famiglie l’ hanno spiegato ai figli? Non lo so. Ma ho un pensiero crudele. È questo: i genitori non servono più a niente. Forse sarà meglio abolirli.

“I genitori del 2000 li possiamo abolire Ma stessa sorte per giudici e professori”

De’ Manzoni risponde a Pansa: “Padri primi responsabili delle colpe dei figli, ma il determinismo è un’utopia”
di Massimo de’ Manzoni

Ha molte ragioni Giampaolo Pansa nel suo atto d’accusa nei confronti dei genitori del Duemila. E io, come padre di due figli adolescenti, salgo spontaneamente sul banco degli imputati e anzi mi dichiaro fin d’ora colpevole, pur essendo riuscito ad evitare che in età prescolare si infilassero sotto i tavoli dei clienti del ristorante, pur non ritenendo che si possano classificare come atti di bullismo le marachelle da loro commesse durante gli anni delle medie e pur non avendo (non ancora, almeno) notizie di loro partecipazione a baby gang.

Ma insomma il problema esiste, inutile girarci intorno: anche senza voler fare di ogni erba un fascio, i ragazzi d’oggi sono mediamente più maleducati e più violenti di quelli di trenta-quarant’anni fa. E, com’è ovvio, i genitori sono i primi responsabili della situazione. Gli unici? E con quale percentuale di responsabilità? Ecco, qui forse si può operare qualche distinguo rispetto a quanto ha scritto domenica Pansa su Libero. Io penso che non siano (che non siamo) affatto i soli da condannare. E che la loro (la nostra) possibilità di influire sull’educazione dei nostri ragazzi è sopravvalutata e comunque senza dubbio inferiore a quella che avevano mio padre e mio nonno. Cerco di spiegarmi.

«Un vecchio detto contadino recita: “Cresce quello che si semina”», ricorda Pansa. Che aggiunge: «Non hai seminato nulla? Non crescerà nulla». Giusto. Ma talvolta non cresce nulla anche se hai seminato: siccità, alluvioni, malattie possono compromettere il raccolto. E in ogni caso stiamo parlando appunto di campagna, di un mondo rurale del secolo scorso lontano mille miglia dalla vita metropolitana di questo secolo, nella quale siccità e alluvioni che investono le menti dei nostri ragazzi, per continuare la metafora, sono praticamente quotidiane e moltiplicate dai mezzi di trasporto e tecnologici. In altre parole, il determinismo pedagogico, se mai c’è stato, ora è pura utopia. Non è vero che se tu fai A, i tuoi figli faranno B. Pur avendo ricevuto la stessa educazione e gli stessi esempi, pur vivendo nello stesso contesto familiare, uno farà M e l’altro Z. C’entrano i geni, il carattere, magari anche l’intelligenza. C’entrano, moltissimo, le esperienze: basta una classe scolastica sbagliata nel periodo dello sviluppo sbagliato a imprimere una svolta drastica a una giovane vita. E tu da quel momento puoi tamponare, ma non riportare indietro le lancette: certi danni sono irreparabili.

Non tutti i genitori «hanno gettato la spugna». Non tutti «si limitano a finanziare i figli per non avere la rabbia in casa». Molti lottano ancora, eccome. Ma non per questo c’è la garanzia che questa rabbia non esploderà. Prendiamo uno degli esempi che fa Giampaolo Pansa: i quattro ragazzi che hanno massacrato i due carabinieri in Toscana. Il padre dell’unico maggiorenne del gruppo è un lavoratore, spurga i tombini sulle strade, ai giornalisti ha detto: «Non sono andato a trovare mio figlio in carcere, che cosa dovrei dirgli? Qui ci sono due ragazzi perbene, eroi, i carabinieri, che lavorano sulla strada come me.. E qualcuno li ha colpiti come carne da macello. Prima di vedere Matteo voglio chiedere perdono ai militari e alle loro famiglie. Lui ora deve stare in carcere». Ora, uno che pronuncia parole del genere, qualche valore al figlio immagino l’abbia trasmesso, eppure è successo quel che è successo. Perché l’ha lasciato andare in giro fino al mattino?, chiede Pansa. Forse, banalmente, perché gli ha detto che si fermava a dormire da un amico, come tante volte abbiamo fatto anche noi a 19 anni. E magari il padre era pure contento, come qualche volta lo sono stato io, perché così il figlio non doveva tornare di notte, guidando su quella strada pericolosa con tutti gli ubriachi che ci sono in giro il sabato sera…

Poi, invece, te lo ritrovi al rave party. Colpa tua? Sì, anche: ma davvero si può dire sempre no? E poi, vogliamo parlarne di questi raduni illegali ma sempre tollerati? Vogliamo parlare di quella festa di Pisa, la maratona in discoteca fino al mattino (in barba alle leggi sulla chiusura) dove i ragazzi si strafacevano di droga fino a morirne mentre l’esterno del locale era presidiato da decine di poliziotti, carabinieri e finanzieri? Tutto normale? A me non pare. «La parola “castigo” è diventata una bestemmia», scrive Pansa. Si riferisce alla famiglia. Ma sono questi gli esempi di castigo che i nostri figli vedono fuori di casa? Sono decine al giorno le illegalità impunite che passano davanti ai loro occhi, con le forze dell’ordine che magari chiudono un occhio sul “poveraccio” che vende senza licenza merce contraffatta o che imbratta di rifiuti i giardini delle nostre città.

Castigo? Qual è: quello dei giudici che sentenziano come anche un quarantenne che evita accuratamente qualsiasi lavoro abbia diritto (diritto!) di essere mantenuto dalla famiglia? Di che castigo parliamo quando, se una bambina accenna a uno scapaccione in un tema, arrivano i servizi sociali e la portano in comunità? Ripeto, non voglio fare una difesa d’ufficio. So benissimo che ci sono genitori che, davanti a un brutto voto, aggrediscono il prof anziché il pargolo somaro. Ma non facciamo finta di non sapere che ci sono anche fior di insegnanti incapaci o menefreghisti. Che la femminilizzazione della scuola sta producendo guasti profondi nei nostri figli maschi, privati di una figura di riferimento extrafamiliare del loro stesso sesso. Che di quattro maestre delle elementari spesso non se ne tira fuori una. Che nelle stesse elementari al primo problema ti convocano e ti ingiungono di rivolgerti a uno psicologo. Mentre alle superiori il ragazzo difficile viene talvolta semplicemente “espulso”. Che, insomma, spesso neppure la scuola svolge più la funzione educativa. E non parliamo delle parrocchie: causa traslochi ne ho girate parecchie e non ne ho trovata una dove si facesse sugli adolescenti un lavoro paragonabile a quello che ricordo nella mia da ragazzo. Sarò stato sfortunato.

L’ho già detto, siamo colpevoli. E prima di tutto lo siamo noi padri: se non altro perché dedichiamo a quello che resta il mestiere più difficile del mondo soltanto i ritagli di tempo. Ma non siamo i soli a dover entrare nella gabbia degli imputati. Se non lo si capisce, se non si ripensa tutto il mondo che ruota intorno ai nostri figli, aboliamo pure i genitori come suggerisce Pansa: da soli effettivamente rischiano di non servire più a niente. Basta che non vi illudiate che così le cose miglioreranno.