di Francesco Agnoli da Il Foglio

I funerali sono una grande occasione, per la fede. Anche in un paese in cui ormai a messa ci va una piccolissima parte della popolazione, moltissimi sono coloro che si recano a tributare l’ultimo saluto ad un caro defunto. E’ un gesto di pietà profondamente insito nell’uomo, naturaliter religioso.

Così ogni parroco ha periodicamente la possibilità di parlare, almeno una volta ogni tanto, anche a cattolici non praticanti, o a non credenti. Anche a persone che mettono piede in Chiesa una o due volte l’anno. L’occasione, per di più, è propizia: la morte ci mette sempre tutti in una condizione di ascolto. E’ tremendamente potente, la morte, e pone molte domande, a tutti; ci fa pensare al significato della esistenza, alla fugacità del tempo, alle nostre responsabilità personali… mentre le lacrime scendono, il cuore si intenerisce, la mente è disposta ad aprirsi al Mistero…

Difficile immaginare un momento più propizio perché la fede faccia breccia nel cuore degli uomini.

Ma comprendono questa semplicissima verità, molti parroci che celebrano i funerali? Se lo facessero, immagino, renderebbero solenne la celebrazione: la solennità richiama, infatti, il significato. Celebrazione solenne, significa riconoscere la grandezza della vita e della morte di ogni singolo uomo. Canti adatti, atmosfera adatta, necessario raccoglimento e rispetto… Si sta accompagnando un’anima davanti al Sommo Giudice, giusto e misericordioso: “Giorno dell’ira, quel giorno che dissolverà il mondo terreno in cenere come annunciato da Davide e dalla Sibilla”; giorno in cui “la Morte e la Natura – così recita il vecchio canto funebre del Dies irae – si stupiranno quando risorgerà ogni creatura per rispondere al giudice”.

E poi una bella predica, che vada a segno. Che ricordi all’uomo che è fatto per l’eternità; che la vita è il tempo che ci è dato per operare, “con timore e tremore”, per la nostra salvezza; che Dio è Verità e Bene, Giustizia e Misericordia; che saremo chiamati a rendere conto dei talenti che ci sono stati donati, delle persone che ci sono state affidate, della carità che avremo vissuto o trascurato…

Invece no. Da tanti anni a questa parte la gran parte dei funerali sono uno stanco rito di commiato. Un rito quasi pagano; un rito civile, che potrebbe essere svolto dal sindaco, o da un funzionario.

Il rito prevede, sempre ed immancabilmente, l’elogio: spesso stucchevole; talvolta tirato per i capelli; tante volte retorico (sovente chi lo fa non aveva mai visto il defunto); in sostanza ripetitivo. Il parroco diventa così una sorta di funzionario delle pompe funebri. La penultima parte del lavoro, è compito suo. Questo perché si ha paura di nominarla persino, la famosa “salvezza delle anime”. Perché si ha persino paura di pronunciarle, le parole “paradiso”, “inferno”, “purgatorio”.

L’elogio, obbligatorio, di cui si è detto, infatti, nega implicitamente il fondamento della dottrina cristiana, il concetto per cui ogni uomo può salvarsi o dannarsi. Se tutti siamo buoni e bravi, se tutti siamo già salvi, allora cosa servono, le preghiere del sacerdote e quelle della comunità? Se in palio non vi è la salvezza dell’anima, perché Cristo avrebbe dovuto morire sulla croce? Perché la Chiesa? Perché i sacramenti? L’elogio obbligatorio è la implicita affermazione della salvezza universale; è l’implicita negazione, oltre che della libertà individuale, anche della funzione salvifica della Chiesa. Ma una Chiesa che rinuncia ad essere porta verso il Cielo, a cosa serve?

Per questo, un tempo, la Chiesa insegnava a non incentrare la predica sulla vita del defunto. Santo o malvagio che sia stato, infatti, non spetta al predicatore, o all’assemblea, la salvezza o la condanna. E interessa poco, al defunto, mentre si trova dinanzi a Dio, che qualcuno, dall’altra sponda, gli batta immancabilmente le mani. Il predicatore, un tempo, invitava a pregare, ricordava a sè e agli altri il gran compito della vita. E si cantavano o recitavano il Miserere, il De profundis, il Libera me Domine de morte aeterna, In paradiso ti accompagnino gli angeli…

Tutti canti le cui parole suonano gravi e dolci, ad un tempo; di monito e speranza; in una parola: serie. Ecco, quell’atmosfera, quei canti, quelle parole, quei gesti, desterebbero ancora oggi, in tanti, un afflato religioso; il senso della nostra miseria; la consapevolezza del bisogno del perdono… E’ la morte che ci ricorda ciò che siamo; sminuirne la forza, toglierle solennità, persino nel momento dell’Addio, significa rendere incomprensibile la vita stessa.