Il mistero della vita nella sfera primigenia di Sloterdijk

I filosofi sono fatti per essere fraintesi, o almeno per riemergere a  spizzichi e bocconi nelle circostanze più disparate. L’appello del Foglio contro la pillola abortiva mi ha ricordato che non sarò né avv. né prof. ma sono dott. ric., in filosofia per giunta, e che ai beati tempi del dottorato avevo potuto assistere a un’intera settimana di corsi di Peter Sloterdijk. Pensatore inafferrabile, heiddegeriano che surclassa il (suo) maestro, già superstar negli studi televisivi tedeschi e al Festival di Filosofia di Modena, Sloterdijk m’è tornato in mente perché al mistero della nascita aveva dedicato un centinaio di pagine nel primo volume della trilogia “Sphären”, risalente al 1998 ma pubblicato quest’anno in Italia da Meltemi: “Sfere I: Bolle”, 563 pagine (ma ne vale la pena) per 34 euri (ma ne vale la pena).
Devo sintetizzare in tre righe tutta la settimana di corsi, altrimenti il ragionamento sulla nascita resta appeso e incomprensibile. In tempi di pensiero debole Sloterdijk ha un sistema simil-hegeliano, fondato su una complessiva riconsiderazione dei rapporti interpersonali.

Uomo e uomo non sono legati da una linea retta, che li porrebbe in relazione esclusiva, ma da una sfera che li comprende entrambi insieme all’ambiente che li ospita: la bolla. La sfera primigenia è il ventre materno, naturalità assoluta. Le comunità via via costruite dall’uomo e la concezione del mondo sono dei globi, artificialità assoluta; dalla pluralità di globi interconnessi scaturisce la schiuma, creata dall’uomo ma incontrollabile e quindi sintesi su vasta scala dell’artificiale e del naturale. “Globi” e “Schiuma” sono gli altri due volumi della maestosa trilogia di Sloterdijk: parte del secondo è stata tradotta in italiano da Carocci (“L’ultima sfera”, 2005) mentre il terzo va ancora letto in francese o in tedesco da chi ne ha il coraggio.
Lo slogan della 194, “non sarai più sola”, mi ha istintivamente ricondotto al passo in cui Sloterdijk dichiara che “tutte le nascite sono gemellari” perché “nessuno viene al mondo senza accompagnatore o scorta”. La scorta è la placenta, che in tedesco si dice Nachgeburt ossia ciò che viene dopo la nascita, in quanto “il bambino non esce mai solo dalla caverna – è seguito da un inevitabile supplemento organico”.

Essendo inevitabile, la placenta è anche necessaria (“una nascita non può essere considerata felicemente conclusa fino al momento in cui anche la placenta non abbia lasciato l’utero”) e soprattutto sacra: un tempo la si seppelliva per restituirla alla terra madre. Gli egizi mummificavano la placenta del faraone e hanno lasciato testimonianze iconografiche di processioni per venerarla. I coreani la cremavano. Tutte le civiltà l’hanno considerata ponte fra umano e divino fino al momento in cui, col trionfo di ragione e utilità, “prende piede l’abitudine di trattarla come uno scarto”.
Sloterdijk le dedica un’attenzione calibratissima e nutrita delle letture più disparate, a partire dal retore Censurino che nel III secolo scriveva: “Genius è il dio sotto la protezione del quale ciascuno vive dalla nascita. Deriva sicuramente il proprio nome da geno o perché veglia sul fatto che noi siamo generati o perché lui stesso è generato con noi”. Nel caso della placenta, argomenta Sloterdijk, entrambe queste ipotesi sono vere. Proteggendo il nascituro nel ventre materno, la placenta è il primo interlocutore di un dialogo muto. E’ il ponte fra individualità e alterità, consapevolezza di sé e presa di coscienza dell’altro, gemello e negativo. La sua perdita è il primo lutto al quale siamo sottoposti. Sloterdijk non lo cita ma il romanzo meno noto di Stefano D’Arrigo, “Cima delle nobildonne”, è tutto incentrato sulla tragica ricerca di questo gemello senza la cui assenza nessuno esisterebbe. Lo stesso afflato, spiega Sloterdijk, anima il mito di Orfeo ed Euridice; è questa “l’impotenza da cui deriva il desiderio di fratellanza” che ne “L’uomo senza qualità” di Musil segna l’incontro fra i “fratelli siamesi” Ulrich e Agathe, spinti dal bisogno di “sentirsi interamente vicini a sé stessi e anche a tutto il resto”.
Penso di poter escludere che Sloterdijk sia cattolico ma non è questo il punto. Scrive chiaramente che la placenta consente al nascituro di “fiancheggiare con discrezione e continuità una trascendenza vicina”, quindi segna la prova tangibile dell’indisponibilità del mistero della nascita e dell’incommensurabilità della vita. Argomenta che il genius di Censorino può agevolmente venire identificato nel doppio: specchio di ciò che bisogna fare, nella mistica (Sloterdijk cita gli “Apophtegmata Patrum Aegyptorium”, ma è meglio non addentrarsi); mostro siamese inquietante e attraente, nella letteratura (qui cita “Scene dalla vita di un mostro doppio” di Nabokov, già più potabile). “Gemello, angelo custode e anima esteriore”, la placenta testimonia che nel mondo non portiamo solo noi stessi ma anche quello che sant’Agostino, con un’intuizione ignota a molti avv. e a molti prof., definì “interior intimo meo et superior summo meo” (Confessioni, III, 6). Più vicino a me di me stesso, più elevato di dove riesco ad arrivare.

© 2009 – FOGLIO QUOTIDIANO

di Antonio Gurrado