Un amico rispondendo su facebook ai miei servizi sulle varie caste mi faceva notare che anch’io faccio parte di una “casta”, certo per chi si trova nello stato di precariato o senza lavoro paradossalmente uno come me può essere considerato perfino un “privilegiato”. Lascio a voi un commento. Intanto continuo il mio tour sulle caste italiane.

I baroni dell’università, nel 2001 i professori ordinari erano 16. 667, nei cinque anni successivi sono andati in pensione 6 mila, ma in ruolo ne sono entrati 9 mila nuovi docenti, a quanto pare con un forte aumento degli over 55 e addirittura ultrasessantacinquenni. Alla faccia del ricambio generazionale.

Nell’ultimo rapporto sul sistema universitario, presentato dal ministro Gelmini, vi sarebbero in Italia ben 239 “città universitarie”. Ci sono corsi universitari, almeno 33 senza studenti e molti altri con un solo studente. Inoltre, il numero degli insegnamenti universitari sono ben 171. 415. In cinque anni sono aumentati del 50 per cento, un incremento del 300 per cento. “Cosa c’è dietro questi numeri? Si chiedono Forbice e Mazzuca ne I Faraoni, “come vedremo, cattedre, posti di docenti ordinari, di associati, di ricercatori, di professori a contratto e quindi lotte serratissime (politiche e di interessi di casta)fra rettori, presidi e baroni in tutti gli atenei, grandi e piccoli”. Al boom degli atenei, alla moltiplicazione delle cattedre, dei corsi di laurea e degli insegnamenti non ha corrisposto un miglioramento della qualità delle nostre università: “siamo al penultimo posto in Europa, prima della Turchia”. Secondo una lista stilata da 20. 000 accademici di tutto il mondo, interpellati dal “Times”, nella lista dei migliori 100 atenei del mondo l’Italia non figura.

Nel regno accademico il potere dei magnifici rettori è immenso, troppi corsi e troppi esami hanno stravolto ogni correttezza. Le inchieste della magistratura, le denunce e le campagne di stampa, sempre più numerose, che hanno preso il nome di “Cattedropoli”, “Razzabarona”, “Ateneo pulito”, “Concorsopoli”, “Esamopoli”, hanno potuto poco.

A questo proposito Roberto Perotti, nel suo L’università truccata, edito da Einaudi, scrive: “E da anni che la magistratura interviene periodicamente ogni volta che scoppia uno scandalo. A ogni dato momento, sono in corso decine di indagini e processi per presunte irregolaritànei concorsi e altri fenomeni di clientelismo e nepotismo. Da molto tempo per esempio l’Università di Bari – scrive Perotti – è oggetto dell’attenzione dei magistrati; ma non c’è mai stata notizia di una sentenza definitiva di condanna, o di individui che abbiano scontato pene detentive, nonostante intercettazioni telefoniche così esplicite e imbarazzanti che in qualsiasi altro paese avrebbero stroncato qualsiasi carriera accademica”. E questo succede non solo perché la giustizia italiana è buonista, ma perché è difficile provare che il candidato vincitore del concorso è un poco di buono e che ci sia stato dolo nei procedimenti concorsuali. Nel valutare un candidato, “c’è sempre una inevitabile componente soggettiva nella valutazione della produzione scientifica”, in pratica si possono invocare altri aspetti, ancora più soggettivi, nella decisione di promuovere un candidato e bocciarne un altro… “

Da qualche decennio si registra una eccessiva polverizzazione degli atenei, dovuta all’uso distorto delle risorse pubbliche, statali e di altri enti: Comuni, Province, Regioni e anche dei finanziamenti dei privati. “Aumentano i sindaci ansiosi di promuovere i loro Comuni a colpi di cultura, ovvero cercando di conquistare se non una facoltà, almeno un corso universitario distaccato anche nel centro più remoto e difficilmente raggiungibile”.

Parentopoli, è il titolo di un libro di Nino Luca, ha provato a contare da nord a sud, i casi dei vari parenti che convivono nello stesso tetto, pardon ateneo. Non c’è università che si salva. “Il familismo attraversa orizzontalmente gli schieramenti politici, le aree disciplinari, supera le barriere geografiche e culturali”. Il professore della Bocconi Roberto Perotti scrive che a Bari nella facoltà di Economia dominano “tre autentiche dinastie. I Girone, con l’ex magnifico rettore Giovanni, professore di Statistica, la moglie Giulia Sallustio, tre figli e un genero docenti nella stessa facoltà (…)A Economia di Bari, almeno 42 docenti su 179, quasi il 25 per cento, risultano avere un parente in Facoltà. Ma anche a Medicina non si scherza. Stesso discorso a Messina, dove il settimanale Centonove, ha scoperto che il 50 per cento dei 1. 500 docenti ha almeno un congiunto in ateneo.

Forbice e Mazzuca fanno riferimento a un’inchiesta de l'”Espresso”del 2008 dove ha documentato che “la rete di potere dei baroni universitari, tanto di destra quanto di sinistra. Sono stati resi noti in ogni dettaglio i metodi mafiosi utilizzati da una sorta di ‘cupola’ accademica per controllare, anzi pilotare a proprio vantaggio, i concorsi delle università italiane”. “L’ultima generazione di baroni, per mantenere intatto il (suo) potere, ha rinunciato a ogni parvenza di nobiltà accademica e si è organizzata secondo gli schemi dell’onorata società”.

Il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca scientifica, Mariastella Gelmini, con le sue battaglie e soprattutto con le sue dichiarazioni deflagranti contro gli sprechi, i nullafacenti, il meccanismo delle clientele e delle parentele, è riuscita a farsi molti nemici: sindacati, corpo accademico, studenti. Uniti in un’onda anomala cresciuta all’insegna di sacri principi quali ‘no tagli’ e ‘il diritto allo studio non si tocca’. Ma che in realtànasconde resistenze all’innovazione e interessi per mantenere le cose come stanno”.

Il libro di Perotti è indispensabile per chi vuole fare una realistica e non utopica riforma dell’università italiana. Nel 3 capitolo il professore della Bocconi smonta i principali falsi miti dell’università italiana. Ne individua quattro: Il 1° mito: all’università mancano le risorse. Falso, il professore dimostra che l’Italia spende più degli altri Paesi, più della Francia e del Regno Unito. 2° mito. “poveri ma bravi”, nonostante tutto, l’università italiana è all’avanguardia. Facendo un confronto tra gli atenei italiani e stranieri, i nostri sono al fondo delle classifiche. 3° mito. Il clientelismo è un fenomeno circoscritto. Ovviamente il professore Perotti sa benissimo che la maggioranza delle persone che operano all’università non sono corrotti. Ma basta tutto questo per evitare risultati perversi? Il libro fa riferimento a una serie di inchieste e indagini giudiziarie in corso, ai libri e ai numerosi articoli apparsi sui giornali. Per il professore non si tratta soltanto di episodi, ma ci sono comportamenti impropri diffusi a tutti i livelli e anche negli atenei più visibili. Ultimo e 4 mito: L’Università gratuita è ugualitaria. Perotti arriva a una conclusione “scandalosa”: l’università pubblica italiana è un Robin Hood a rovescio, in cui le tasse di tutti, inclusi i meno abbienti, finanziano gli studi gratuiti dei più ricchi. Inoltre Perotti sfata un altro mito quello che l’università gratuita sia una posizione di “sinistra”e che fare pagare l’università a chi può permetterselo sia invece una posizione di “destra”. Si tratta di un abbaglio collettivoche risente ancora di posizioni sessantottesche – scrive Perotti – il motivo della popolarità di una posizione così infondata è probabilmente che essa è attivamente propugnata dall’elitè culturale, economica e politica, che ha tutto l’interesse a perpetuare lo status quo. Un po’ quello che scrive la professoressa Paola Mastrocola in Togliamo il disturbo, a proposito delle scuole Superiori.

Non è un caso che i media italiani quando il ministro Gelmini ha tentato di fare qualche briciolo di riforma dell’università hanno avvallato e cavalcato il mito dell’attentato al diritto allo studio. “Ma era vero esattamente il contrario – sostiene Perotti – tra gli studenti che dimostravano nelle strade c’erano tanti figli della borghesia che lottavano per difendere il loro privilegio di farsi finanziare dai milioni di poveri che non mandano i propri figli all’università”.

Il discorso ci porta lontani, concludo rinviandovi alla lettura delle ottime proposte del professore Perotti perrilanciare l’università italiana. “(…)L’università italiana non si riforma con gli appelli al civismo, né con una nuova ondata di regole, prescrizioni e controlli, né con azioni della magistratura. Ciò che serve all’università italiana è una cosa sola: un sistema di incentivi e disincentivi adeguati, per cui sia nell’interesse stesso degli individui cercare di fare buona ricerca e buona didattica, ed evitare comportamenti clientelari”. Ma come si ottiene tutto questo? “Basta applicare un principio molto semplice: ‘le risorse seguano la qualità’.