di Stefano Fontana
Tratto da L’Occidentale il 19 ottobre 2009

La proposta di Gianfranco Fini e Massimo D’Alema di introdurre nelle scuole pubbliche l’insegnamento del Corano dice che ormai abbiamo bisogno di un criterio.

Prima o dopo qualcuno doveva farla la proposta. Meglio che sia stata fatta, meglio che se ne discuta, ma per arrivare a un criterio che ci orienti per il domani. Perché richieste di questo genere sicuramente si intensificheranno man mano che la società multireligiosa avanza. Non si può affrontarle alla chetichella, bisogna avere un disegno. Io ne propongo uno.

Lo strumento che la politica deve adoperare in questi casi non può essere quello religioso. Lo Stato è laico e quindi deve adoperare solo la ragione. Non si può quindi dire no all’insegnamento dell’Islam nelle scuole pubbliche per motivi di “cristianità”. La ragione politica, ossia quella che presiede al dibattito pubblico in ordine alla definizione del bene comune e che mira a costruire un consenso – razionale appunto – su cosa significhi la vita buona per la nostra nazione, non può essere indifferente davanti alle religioni. Non le può considerare tutte uguali. Quindi l’argomento quantitativo qui non trova posto. Si dice: ormai in certe zone 1 su 5 degli alunni delle scuole pubbliche è musulmano. Questo non è un argomento accettabile, perché bisogna chiedersi – con la ragione politica e quindi laicamente – se quella religione rientri nel concetto di bene comune che noi politicamente condividiamo e che è fissato, sempre provvisoriamente ma autorevolmente, nella nostra Costituzione. Se 1 alunno su 5 praticasse i riti woodoo, non avrebbe perciò titolo a pretendere dallo Stato una insegnamento apposito.

Non essere politicamente indifferenti vuol dire in pratica esaminare con la ragione politica la capacità delle religioni di costruire il bene comune, di creare socialità come la intendiamo qui in Italia e come è scritto nella Costituzione; di corrispondere costruttivamente alla nostra civiltà, nella consapevolezza che essa non esprime solo una posizione di parte, ma incarna valori universali, come la libertà, l’uguaglianza, lo Stato di diritto, la parità uomo e donna, la famiglia tra un uomo e una donna a fondamento della società e così via. Inclusione non può voler dire spostarsi un po’ per far posto anche all’altro, a qualsiasi altro. Vuol dire costruire con la ragione un quadro di valori umani, una cornice del bene comune e dentro questa cornice far posto a chi la condivide, pur se di religione o di cultura diversa. Senza di ciò non si dà vera inclusione. Questo compito è eminentemente politico e la politica che se ne volesse esimere, limitandosi ad accogliere senza includere, non svolgerebbe il proprio ruolo.

La ragione politica esamina quindi le religioni. Ha il dovere di farlo, proprio per il mandato ricevuto dai cittadini di orientare al bene comune, garantendo un pubblico dibattito razionale, nella libertà e nella partecipazione, considerati essi stessi valori appartenenti al bene comune stesso. Questo infatti non riguarda solo cosa si fa, ma anche come lo si fa. Da un simile esame risulta che alcune religioni promuovono l’accoglienza e la dignità umana, valorizzano la libertà e l’uguaglianza, danno garanzie sul rispetto dello Stato di diritto contro ogni forma di integralismo o fanatismo politico. In primo luogo questo è il caso del Cristianesimo, come dimostra il fatto stesso della nostra vita politica attuale, frutto non di una qualsiasi civiltà, ma di una civiltà nata dal cristianesimo. Se oggi ci si trova a discutere se aprire o meno l’insegnamento dell’Islam nelle scuole pubbliche lo si deve anche ai principi di libertà frutto della civiltà cristiana. Nei paesi musulmani non si apre nessun dibattito analogo e speculare. Ma è il caso anche di altre religioni. Ci si chiede se sia il caso dell’Islam. Su questo possiamo almeno dire che la questione è aperta e che meriterebbe un approfondimento che la politica non può esimersi dal fare. L’accoglienza non può consistere nell’includere un corpo estraneo, che rimarrà tale anche se incluso, e che metterà in pericolo la necessaria solidarietà del corpo politico su alcuni fondamentali baluardi della dignità umana.

Da questo punto di vista sono da condividere le tesi espresse domenica mattina dal Cardinale Bagnasco in un’intervista al Correre della Sera. La nostra identità, non intesa in senso esclusivista e chiuso ma vista come condivisione matura e razionale di alcuni valori legati alla dignità della persona e ai fondamenti della società, verrebbe compromessa se si accogliesse nella scuola pubblica l’insegnamento dell’Islam. Il discorso di Bagnasco però non deve essere inteso solo in senso storico e culturale. Come quando si disse, a proposito del Concordato, e si dice tuttora per l’ora di Insegnamento della religione cattolica, che senza conoscere il cristianesimo non sarebbero comprensibili la nostra arte o la nostra letteratura. Certo, anche questo, ma non solo questo. La ragione politica deve anche misurarsi con la verità delle religioni e considerare se i loro insegnamenti sono utili al bene comune o meno. Non si tratta di limitare la libertà di religione, ma di vedere se e quando lo Stato possa assumere pubblicamente un rapporto con una religione. Il criterio laico, razionale e politico non può essere che uno: quando quella religione non contraddice i diritti fondamentali dell’uomo, non si oppone su punti qualificanti al bene comune, non predica la violenza o non  discrimina la donna.

Certo che per fare questo la ragione politica deve concepirsi come “capace di verità”, in grado di fissare dei principi non convenzionali, in altre parole di non essere relativista sul piano dei valori. Perché allora sì varrebbe solo la maggioranza, ma in questo caso anche i praticanti i riti woodoo potrebbero pretendere un riconoscimento pubblico e il loro inserimento negli insegnamenti scolastici. Come si vede, non si tratta delle forza dell’Islam, ma della debolezza della nostra ragione politica.