Stiamo assistendo all’agonia degli eredi della fede bizantina? «Spariranno senza rumori né drammi, per lenta emorragia»
di Massimo Franco
Tratto da Avvenire del 2 novembre 2010

La «desertificazione» delle Chiese in terra di islam è in atto da un millennio, ma ora il processo d’espulsione o di emarginazione è diventato inesorabile

La desertificazione del cristia­nesimo d’Oriente è andata a­vanti per quasi mille anni. E adesso se ne vedono gli effetti. Fra il VII e il X secolo è stata la Chiesa caldea di Baghdad a creare la cul­tura araba, non musulmana, ricor­da Samir Khalil Samir. «I cristiani erano lì prima dell’islam, e hanno plasmato le società arabe. I chirur­ghi e i medici del califfo erano cri­stiani, figli della Chiesa d’Oriente, la più dinamica, al punto che allora si spinse fino in Mongolia». Ed era anche la maggioranza schiacciante della popolazione. «Poi, intorno al 1000, da maggioranza i cristiani so­no diventati minoranza: intorno al 1400, la percentuale era caduta al 10%. Sono riusciti a proteggersi chiudendosi nelle loro enclave. Ma nell’ultimo secolo la mescolanza con gli islamici è aumentata nelle scuole, nelle università. Però – so­stiene padre Samir – la gente non sa che il sistema musulmano è concepito per inghiottire lenta­mente l’altro, il diverso, l’alieno: il cristiano, appunto». Più che perse­cuzioni, apparse in modo vistoso soltanto negli ultimi anni per la ri­nascita del fondamentalismo isla­mico e dopo la guerra in Afghani­stan e in Iraq, si è verificato un pro­cesso inesorabile di emarginazio­ne, assimilazione o, in alternativa, espulsione. Se n’è accorto nella pri­ma metà degli anni Novanta del se­colo scorso un diplomatico france­se di stanza all’ambasciata a Geru­salemme. Sotto lo pseudonimo di Jean-Pierre Valognes, ha pubblica­to un tomo più che ponderoso di 972 pagine, scritto in caratteri mi­nuscoli, sulla Vita e la morte dei cristiani d’Oriente. Titolo eufemi­stico: la tesi del diplomatico, illu­strata con una mole impressionan­te di cifre, episodi, intrecci storico­religiosi, è che in realtà si stia assi­stendo all’agonia degli eredi della Chiesa di Bisanzio. Quando il libro uscì, fu accolto con grande interes­se ma anche da un ostracismo di fatto delle gerarchie cattoliche. Era troppo «religiosamente scorretto».

«Arrivava a conclusioni negative, e quindi rifiutate dagli stessi respon- sabili cristiani d’Oriente» ricorda padre Samir. Trasmetteva infatti quella sensazione di un soffoca­mento progressivo che oggi è opi­nione più o meno comune; ma in quegli anni contraddiceva tutti gli sforzi di dialogo fra Vaticano e au­torità islamiche sciite e sunnite. E dava per scontata la fine del cristia­nesimo d’Oriente proprio mentre gli episcopati locali e la Santa Sede facevano di tutto per ravvivarlo, tentando di imprimere una svolta alla situazione partendo dallo stal­lo fra israeliani e palestinesi. Ma ri­leggendo a 16 anni di distanza l’a­nalisi contenuta in quel volume, si trovano previsioni che sembrano sul punto di avverarsi. In fondo i cristiani d’Oriente sono sopravvis­suti alle vicissitudini di duemila anni, scrive l’autore. Ma questa im­pressione «non deve indurci in er­rore: dopo tante comunità mille­narie delle quali il XX secolo è stata la tomba, stanno per morire» an­che loro. La loro storia è stata dis­seminata di compromessi più che di battaglie, di negoziazioni più che di scontri. La descrizione di Va­lognes fotografa il risultato presso­ché finale di questa parabola. Nei vecchi quartieri delle città arabe, di solito ferventi di attività, aveva vi­sto «chiese museo» che trasmette­vano soltanto l’idea del silenzio e della morte. Nell’Anatolia centrale, migliaia di monasteri erano ridotti a fabbriche agricole o depositi di pietre. «Quando il popolo cristiano sarà sparito in Oriente – scrive Va­lognes – questi santuari divente­ranno le decorazioni di una “Di­sneyland spirituale” che prefigura già la Gerusalemme cristiana». A­veva osservato lo sradicamento fi­nale, ma senza sangue, senza tra­gedie. «Scompariranno senza ru­more, per un’emorragia discreta e inesorabile». Era il prodotto di una demografia sfavorevole. E soprat­tutto di una condizione di mino­ranza costretta a confrontarsi con una maggioranza arabo-islamica dominante; e a smettere di essere cristiana per adattarsi a quel mo­dello.

Non si vedeva più la mesco­lanza, l’ibridazione di culture, reli­gioni, costumi ed etnie dei decenni e secoli passati. Si intravedeva l’u­niformità, figlia dell’«incapacità della società musulmana di accet­tare quelli che non le somigliano».

Già allora si avevano i segni vistosi di un’emigrazione continua della borghesia cristiana da Egitto, Iraq, Libano, Siria. Quelli che potevano se ne andavano, rendendo più fra­gile e precaria la situazione di chi restava. Già, ma quanti erano? E quanti sono oggi? Da tempo le sta­tistiche risultano sfuggenti come le persone che ne sono l’oggetto. L’u­nica cosa certa è che si tratta di mi­noranze sempre più risicate e ac­cerchiate. Ma con alcuni paradossi. Ci sono Stati i­slamici che ten­dono a ingigan­tire la residua­lità della pre­senza cristiana.

Al contrario, gli stessi copti, cal­dei, assiri, per paura di subire discriminazio­ni, quando non rappresaglie, spesso nascondono la propria fe­de. Quanto alle Chiese del Medio Oriente, sono inclini a gonfiare la consistenza delle loro comunità, magari includendo nelle percen­tuali anche i fedeli che da anni in­grossano la diaspora in alcuni Pae­si europei e negli Stati Uniti o addi­rittura in Australia. Non si tratta di discrepanze trascurabili. Le varia­zioni delle stime spesso raggiungo­no «il 50 o addirittura il 100, il 200 o perfino il 300% come in Egitto.

Quanti sono oggi i cristiani medio­rientali: fra i 5 e i 6 milioni o più di 15?». Libano a parte, «tutti i Paesi dell’area sottostimano il numero dei loro cittadini cristiani, perché pensano che falsando le percen­tuali sul numero reale possano se non risolvere almeno ridurre il problema a quello di una minoran­za marginale». Abbracciare una statistica o l’altra significa «far va­riare il rapporto cristiani-musul­mani in Libano da 55-45% a 30­70%». Significa definire quella na­zione «cristiana» oppure «musul­mana», con tutte le conseguenze che questo comporta in termini di legislazione, modello di società, al­leanze o comunque influenze in­ternazionali. Le stime riflettono questa approssimazione. Ma sono in ogni caso coerenti nel segnalare un calo di presenza simile, in alcu­ne realtà, a un vero e proprio crol­lo. Le cifre possono essere noiose, però aiutano a capire. E quelle for­nite da monsignor Robert Stern, presidente della Pontificia Missio­ne per la Palestina e segretario del­la Catholic Near East Welfare Asso­ciation, e riferite al 2007, confer­mano il dramma. In Israele, su 7. 337. 000 abi­tanti, i cristiani rappresentano il 2% della po­polazione: circa 147. 000, perlo­più arabi. E a Betlemme sono passati in vent’anni dal 90 al 20%, falcidia­ti dalla guerra e dalla politica del gruppo musulmano di Hamas.

In Giordania sono il 4%. In Libano, un tempo a maggioranza cattolica, sono scesi al 30%. E secondo le proiezioni della Cnewa, nello spa­zio di 15 o 20 anni i cristiani in tut­ta la regione potrebbero ridursi a 6 milioni: un numero considerato la soglia dell’estinzione. Allargando l’orizzonte si ha un 10%, circa 8 mi­lioni di cristiani copti, in Egitto. In Siria il 10% su quasi 20 milioni. «E in Turchia – ricorda padre Samir – in meno di cento anni si è passati da un cristianesimo diffuso fra il 20 % della popolazione, a meno dell’1%: ormai è morto. Nella resi­denza dei gesuiti ad Ankara sono rimasti 4 religiosi controllati dalla polizia.» E poi c’è l’Iraq, che ha a­vuto il triste merito di attirare l’at­tenzione su una «sindrome dei panda» già presente altrove, ma ac­celerata e drammatizzata dal con­flitto iniziato nella primavera 2003.