di Nirmala Carvalho
Intervista a madre Catherine Bernard, che ha fondato il Servizio per la ricerca sulla famiglia e i minori (Serfac) a Chennai e combatte da anni contro la violenza e l’orrore “che pervadono la società” e rischiano di distruggere tutto quello cui teniamo”.

Mumbai (AsiaNews) – La cultura della morte che pervade l’India “si nutre di tutto lo spettro di quelle cose che de-umanizzano la persona. Non parliamo soltanto, per quanto tragici, di aborto ed eutanasia: bisogna includere la povertà e l’odio. Per combatterla, serve una nuova cultura della vita all’interno di ognuno di noi”. Lo spiega ad AsiaNews madre Catherine Bernard, che ha fondato il Servizio per la ricerca sulla famiglia e i minori (Serfac) a Chennai.

La religiosa, una delle Sorelle della Croce di Chavanod, Ë medico. Da 33 anni lavora nel Ministero indiano per la famiglia, promuovendo le tematiche relative alla vita. Grazie a conferenze, seminari e ovviamente esperienze sul campo, suor Catherine Ë divenuta una delle più conosciute oppositrici alla cultura della morte che sembra sempre più presente nel sub-continente indiano.

“Quella cultura – spiega – Ë dappertutto. Non soltanto nelle pratiche mediche, ma nei giornali, in televisione e persino nei giochi elettronici dei nostri bambini. Bisogna chiedersi: ma si riesce a resistere a tutti questi orrori, perennemente ripetuti, senza rimanerne contagiati? Se guardi sempre e solo violenza, non tenderai prima o poi alla violenza? Queste cose, fra loro, si uniscono e creano dei mostri”.

Ma la cultura della morte, prosegue, “è anche e soprattutto in tutte quelle cose che de-umanizzano le persone. La povertà causa queste cose, e porta verso una grande disperazione: non riconoscere l’umanità di un individuo è il crimine peggiore. Ecco perchè è compito di ognuno di noi promuovere la vita e tutto quello che la vita ci regala: creare una cultura della vita”.

E’ proprio questo il compito primario del Serfac, che lavora a contatto con tutte le realtà sociali  dell’India: “I cristiani, e in modo particolare i cattolici, sono chiamati al ruolo indispensabile di ‘co-creatori’, insieme a Dio, di una nuova società che sia giusta ed equa. Il tempo in cui viviamo promuove infatti la morte, e per questo la vocazione del cristiano non può essere quella di rimanere ferma a guardare”.

In quest’ottica, i 23 anni di lavoro del Serfac hanno contribuito “con seminari, incontri e lavoro sul campo. Dobbiamo ridare speranza a questa società, globalizzandola e rispettando la vita tramite l’uguaglianza e l’integrazione. In questo modo potremo sconfiggere la cultura della morte, che rischia di distruggere il nostro mondo e tutto quello di bello che comporta”.