Abili tecnicamente, i giovani non trovano educatori «all’altezza»
di Francesco Ognibene
Tratto da Avvenire del 27 maggio 2009

«Nativi digita­li»: la defini­zione non sarà un capolavoro stilistico, ma rende l’idea.

L’hanno concepita i massmediologi per dare un nome all’inafferrabile generazione – ormai più d’una, per la verità – nata e cresciuta dentro la civiltà marchiata dal dilagare degli strumenti di comunicazione informatici, quelli che grazie alla tecnologia digitale hanno miniaturizzato la meccanica moltiplicando le prestazioni. Disporre di cellulari in grado di scattare foto, riprodurre musica e collegarsi al Web – oltre che telefonare, beninteso –, e insieme utilizzare con naturalezza computer attraverso i quali ci si connette a reti di relazioni virtualmente estese all’infinito significa ormai sentirsi padroni di un mondo immateriale, del quale si conoscono codici e tribù quasi del tutto ignoti a chi continua ad abitare pressoché esclusivamente il mondo reale.

Noi ‘nativi’ dentro, voi ‘vecchi’ fuori. Non stiamo parlando di una faccenda da esperti di hi-tech o studiosi di psicologia di massa: qui è in gioco qualcosa che interessa tutti.

Gli ‘indigeni’ della società iper­mediatizzata – giovani e giovanissimi – stanno semplicemente rovesciando il tradizionale rapporto educativo: essendo loro i colonizzatori di una frontiera culturale inesplorata, possono contare su rare figure di educatori attrezzati che li formino all’uso responsabile di strumenti tanto pervasivi e potenti. Sono anzi loro stessi ad alfabetizzare il mondo adulto, che di fronte a cellulari indecifrabili e a computer affacciati su un mondo ignoto prende atto di essere tagliato fuori, a meno che qualche figlio adolescente non abbia il buon cuore di spiegare ‘come si fa’. Usare un telefonino o un Pc per una piccola parte elementare delle sue funzioni – l’utilizzo tipico del mondo dei ‘grandi’ – è infatti cosa ben diversa dall’esplorarlo in ogni suo meandro e farlo correre a pieni giri, tra network sociali, video condivisi, blog, brani musicali scaricati, liste di amici: ovvero il modo in cui i ‘nativi digitali’ maneggiano le nuove tecnologie della comunicazione, sino a renderle estensioni illimitate del corpo, dei rapporti personali, della fantasia. Intelletto e coscienza di giovani allenati giorno dopo giorno ad avere come orizzonte un simile scenario, senza più apparenti limiti, crescono certamente secondo percorsi ben diversi rispetto a quanto sperimentato dalle persone cui spetta di formarli ad affrontare la vita. E il divario non può che avvertirsi nitidamente. Anche di questo si è ragionato durante la Settimana nazionale della sicurezza in Rete, appena conclusa, con la quale si è cercato di rafforzare la consapevolezza di una situazione culturale del tutto nuova e largamente imprevedibile nei suoi effetti.

Per sicurezza non si deve intendere infatti soltanto la pur indispensabile protezione dei minori, che – è un consiglio valido sin dagli albori di Internet – non vanno lasciati soli ad affrontare i marosi del Web. Occorre rendersi conto nei diversi contesti formativi che la generazione digitalizzata ha bisogno, più di altre che l’hanno preceduta, di strumenti etici per affrontare un mondo sconosciuto e in continua evoluzione. Non è più consentito gettare la spugna davanti agli ambienti tecnologici frequentati dai giovani a motivo del fatto che ci si sente a disagio. Non si tratterebbe infatti nemmeno più di una delega, ma di una pericolosissima resa. La responsabilità nell’uso di un telefonino o di un computer si continua a imparare attraverso l’esempio adulto nell’utilizzo dei media tradizionali, attento e consapevole oppure acritico e passivo. Le più recenti ricerche sulla diffusione di Internet spiegano che la metà degli italiani non usa mai il Web, affidandone di fatto l’esplorazione ad altri.

È la metà che rischia di perdere i contatti con l’altra metà, della quale fanno parte quasi per intero le nuove generazioni. Non è lecito abbandonarle nella colonizzazione dei nuovi territori digitali, nei quali stanno allargando le loro antiche radici la conoscenza e le relazioni umane.