​In Italia arriverà l’1 maggio ma negli Usa e in Gran Bretagna è già diventato il «caso cinematografico dell’anno», uno di quei fenomeni di costume che entusiasmano i più giovani e preoccupano i genitori, gli educatori e persino i politici. Tutto esaurito dunque nelle sale, merito anche della massiccia campagna della Lionsgate sui social network.Tratto dall’omonimo best seller di Suzanne Collins (il primo di una trilogia) che oltreoceano, da quando è uscito nel 2008, ha venduto 25 milioni di copie di copie, Hunger Games è un film su bambini che uccidono bambini. A dire il vero sono bambini nel libro, mentre nel film diretto da Gary Ross e realizzato con un budget di 90 milioni di dollari diventano per lo più adolescenti, per attrarre maggior pubblico nelle sale. In Usa i ragazzini sotto i 13 anni devono essere accompagnati dai genitori per vedere la pellicola, mentre in Inghilterra le madri sono in rivolta per l’eccessiva brutalità delle immagini.

Fatto è che, archiviate le saghe di Harry Potter e Twilight, eccone pronta un’altra (la seconda puntata, Catching Fire, è attesa per il 2013) diventata il nuovo «culto» giovanile nello spazio di un solo weekend. Ma questa volta il gioco si fa decisamente più duro.

Ambientato in un’America post-apocalittica, distopica (ovvero indesiderabile) e dittatoriale, il film racconta la disperata lotta per la sopravvivenza dei giovani Katniss Everdeen (la neo diva Jennifer Lawrence) e Peeta Mellark (l’emergente Josh Hutcherson), sorteggiati insieme ad altri 22 concorrenti (due per ognuno dei dodici distretti oppressi e affamati da una Capitale sfarzosa e decadente) per partecipare a un crudele reality show trasmesso in tutto il paese che vedrà la vittoria di un solo giocatore. Tutti gli altri sono destinati al sacrificio della propria vita, per cause naturali o per mano degli avversari.

Il tema non è nuovo per il cinema (tra non molto arriverà anche Big House di Matteo Garrone), ma con <+corsivo>Hunger Games<+tondo> il livello dell’asticella si alza. L’obiettivo, almeno sulla carta, è chiaro: puntare il dito contro la sottocultura televisiva che ha trasformato la violenza in intrattenimento, il dolore degli altri in svago, desensibilizzando il pubblico affamato di emozioni sempre più scioccanti. Con chiari riferimenti ai giochi gladiatori degli antichi Romani e al mito greco del Minotauro, il film infatti nella prima parte mostra con molta efficacia la macchina dello spettacolo che ruota intorno ai condannati a morte, costretti prima di iniziare il fatale gioco a partecipare a insulsi talk show e a sfilare su tappeti rossi con un look curato da un personal stylist e che molto può influire sulle simpatie del pubblico. Se il concorrente piace, non è escluso che qualche sponsor paghi per un “aiutino” durante una gara comunque manipolata dai produttori al fine di ottenere un successo più clamoroso.

Senza svelarvi il finale di questa prima avventura, diciamo solo che i due protagonisti proveranno a forzare le regole del gioco nel tentativo di sottrarsi all’assurda logica di morte dello show. Eppure questa condanna della ferocia dei media al dunque lascia assai perplessi, soprattutto nella seconda parte della pellicola dove mancano lo sgomento e l’indignazione che ci si aspetterebbe di trovare.

Abbiamo visto il film in un cinema di Londra gremito di giovani che anche durante le scene più violente non hanno mai smesso di sgranocchiare pop corn, ridacchiare, parlottare. Brutto segno. Significa forse che invece di immedesimarsi con le povere vittime costrette a massacrarsi tra loro, il pubblico reale è vicino a quello del film, indifferente e sadico? Significa che starà un po’ di più dalla parte degli autori dello show, pronti a inventarsi sempre qualche nuova crudeltà, tanto per movimentare un po’ le cose? E che si divertirà davvero solo quando vedrà la protagonista diventare carnefice? Se fosse così, sarebbe davvero un brutto segnale.

Alessandra De Luca da Avvenire