di Tommaso Scandroglio
Tratto da La Bussola Quotidiana

Il cinema, ma soprattutto il piccolo schermo sono da una parte specchio della realtà sociale e dall’altro anticipano mode, costumi e idee.

Quindi da una parte mimano il vero e dall’altro lo preconizzano. La fortunata serie Tv Grey’s Anatomy forse insiste più sul primo aspetto, esasperandolo però non poco. Questo serial, nato negli States nel matrzo 2005, ha ricevuto molti prestigiosi premi ed è approdato da noi nel dicembre dello stesso anno su Fox Life, Italia 1 e sul digitale terrestre di La5. Si tratta di un medical drama dove il personaggio principale, Meredith Grey, è una giovane dottoressa che svolge il suo tirocinio presso l’immaginario Seattle Grace Hospital. Le puntate si snodano tra operazioni di routine, patologie bizzarre, amorazzi, liti furiose e melense rappacificazioni.

Il 22 settembre scorso è andata in onda sulla ABC una puntata dove una delle colleghe della Grey, la dottoressa Cristina Yang, dopo aver scoperto di essere incinta ha deciso di abortire. Inizialmente aveva tentennato, non per questioni morali, ma perché il suo fidanzato Owen si era opposto. Ma Owen viene ripreso da Meredith: che non si intrometta nella gravidanza dell’amica. La decisione deve essere solo sua. Owen obbedisce e accompagna la fidanzata ad abortire. L “amore” trionfa sempre, non conosce ostacoli, nemmeno quelli posti da una nuova vita.

Perché Cristina ha preso questa decisione? Non perché il feto era malato, non perché la sua salute sarebbe stata in pericolo oppure perché era al verde, né perché aveva subito violenza, ma semplicemente perché il bambino sarebbe stato un freno alla sua carriera. Il tasso di cinismo presente in tutti i personaggi della serie è elevato, soprattutto nell’arrivista Yang, e quindi possiamo dire che in un certo senso il pubblico si sarebbe sorpreso se quest’ultima avesse deciso di tenere il bambino piuttosto che sopprimerlo.

Ma quello che più stupisce sono due aspetti. Il primo risiede nel fatto che gli sceneggiatori hanno deciso di non drammatizzare troppo l’evento. Pathos ce n’era senza dubbio, ma pareva più un ingrediente teso a rafforzare la fisionomia del personaggio della dottoressa Yang che, come sanno bene i fans della serie, non si ferma davanti a nulla pur di eccellere nel lavoro, piuttosto che una conseguenza naturale della scelta di abortire. La trama quindi sembrava tesa a normalizzare il dramma dell’aborto, a neutralizzare la sua componente fortemente emotiva.

Il secondo aspetto invece riguarda l’effetto specchio prima ricordato. Le motivazioni addotte dalla Yang sono tutt’altro che eccentriche, ma sono invece copia fedele delle ragioni che nella maggioranza dei casi spingono le donne ad abortire. Il ricercatore L. B. Finer nello studio del 2005 Perspectives on Sexual and Reproductive Health ci informava che il 25% delle donne intervistate che aveva deciso di non tenere il proprio bambino – la maggioranza relativa del campione – lo aveva fatto perché non si sentiva pronta, perché non era il momento adatto, perché in quel frangente altre erano le priorità. Solo il 3% aveva detto sì all’aborto perché temeva che il feto fosse affetto da qualche patologia e solo lo 0, 5% perché aveva subito violenza. Ma nell’immaginario collettivo la donna che abortisce lo fa sempre ed unicamente per gravissimi problemi di salute o economici, oppure perché violentata. Un’altra prova che sui temi di bioetica il percepito della gente è una cosa e la realtà dei fatti un’altra.

La puntata del 22 settembre scorso, che a breve verrà trasmessa probabilmente anche da noi, ha così instillato con disinvoltura nella mente di 10 milioni di telespettatori americani l’idea che l’aborto è legittimo quando contrasta con le proprie aspirazioni professionali. Un incidente di percorso superabilissimo senza lo spargimento di troppe lacrime. Un altro passo nella direzione del pieno assorbimento sociale di quell’atto che non è nient’altro che un omicidio pre-natale.

Ma perché gli ideatori della serie hanno deciso di trattare questo tema? Forse perché era uno dei tanti un po’ scabrosi che poteva attirare l’attenzione del pubblico? O forse perché era un espediente tra i molti per mettere un po’ di pepe nelle già intricate vicende di questi tirocinanti? Non pare proprio che la scelta sia stata casuale se andiamo a vedere chi è la creatrice della serie. Si tratta di Shonda Rhimes. Formatasi nel Marian Catholic High School a Chicago Heights, nell’Illinois, ad un certo punto della sua vita cambia strada e viene attirata dalle sirene prima del mondo dell’intrattenimento, dandosi alla sceneggiatura per la TV, poi della politica diventando membro del comitato direttivo del Planned Parenthood, nota e potente organizzazione internazionale dedita alla diffusione dell’aborto, della contraccezione e della sterilizzazione di massa. Nel 2007 la rivista Time la inserisce nella lista della 100 persone più influenti del mondo. E come dare torto al Time dato che le idee della Rhimes vengono veicolate a decine di milioni di persone ogni settimana grazie alle serie di cui è autrice o sceneggiatrice?

E così la dottoressa Yang è diventata sostenitrice e portavoce, anzi megafono, della mission del Planned Parenthood, ambasciatrice internazionale (la serie è esportata in vari paesi del mondo) dell’aborto libero e gratuito. Inutile aggiungere che nessuna voce di protesta si alzò per denunciare questo mega spot all’aborto, a parte quella di qualche gruppo pro-life.

Non così andò, guarda caso, quando un giorno del 2005 un attore di questa stessa serie, Isaiah Washington, apostrofò nel backstage un suo collega con l’appellativo di “frocio”. L’episodio arrivò alle orecchie dei media e l’organizzazione Gay & Lesbian Alliance Against Defamation (GAAD) pretese le pubbliche scuse di Washington. L’attore fu costretto a diramare un comunicato stampa in cui affermava: “Non posso né difendere né spiegare il mio comportamento… e non posso più negare a me stesso che ci sono delle questioni che devo ovviamente esaminare nella mia anima, ho chiesto aiuto”. Ma alla GAAD non bastò e fece fortissime pressioni sulla ABC affinchè prendesse provvedimenti. Washington fu obbligato ad andare in terapia come segno di ravvedimento e come atto di pentimento dovette recitare il seguente mea culpa: “Con l’aiuto della mia famiglia e dei miei amici, ho iniziato ad andare in terapia. Credo sia un passo necessario per capire i motivi del mio comportamento e per essere sicuro che non accada mai più. Apprezzo il fatto che mi è stata data l’opportunità di trasformare i miei errori in azioni positive, sul piano umano e professionale”.

Altro che piacevoli e innocui filmetti in prima serata: dietro alle trame di queste serie Tv si celano giochi di potere e lobby assai influenti che pilotano le ignare coscienze di centinaia di milioni di spettatori in tutto il mondo. E guai a non allinearsi.