di Rodolfo Casadei da Tempi.it

Tempi era a Parigi alla “Manifestazione per tutti” e ve la racconta come nessun altro. Slogan, testimonianze, ironie e pure il più grande “Gangnam Style” che sia mai stato ballato sotto la Tour Eiffel

Il momento più commovente della grande manifestazione di Parigi è stato quando Jean-Pierre di Homovox, indosso la t-shirt dell’evento, ha preso il microfono sul palco e si è rivolto alla folla: «Sono omosessuale e ho una vita di coppia in regime di Pacs (l’unione civile che in Francia esiste dal 1999, ndr). Sono qui perché ogni bambino ha diritto ad avere un padre e una madre. Perché non voglio che le donne siano ridotte a macchine per produrre figli per coppie di uomini. Perché non voglio che i figli dell’eterologa passino la vita alla disperata ricerca delle loro radici. Non ogni amore è fatto per il matrimonio. È l’amore incarnato nella differenza dei sessi che fa il matrimonio. Grazie, a nome degli omosessuali, per essere qui a difendere il reale!». Un’ovazione è salita dalle 800 mila anime sul prato del Champs de Mars, in faccia alla Tour Eiffel, e ha spazzato via per sempre le accuse di omofobia e di negazione dei diritti altrui. Se le è portate via l’acqua della Senna, verde e increspatissima sotto il Pont d’Iena.

La manifestazione contro il progetto di legge Taubira per il matrimonio e l’adozione (e presto anche la fecondazione assistita) aperti a tutti è stata un capolavoro politico e culturale. Il presidente François Hollande e il governo di Jean-Marc Ayrault sicuramente non indietreggeranno di un passo nei loro progetti, ma è indubbio che nel giro di quattro mesi il clima sociale intorno al dibattito è completamente cambiato, e anche i media hanno dovuto prenderne atto. Gli oppositori al matrimonio omosex sono riusciti a scuotersi di dosso tutte le etichette denigratorie che erano state loro cucite addosso, e ad accreditarsi come una grande forza popolare, intergenerazionale, pluralista, repubblicana, sinceramente preoccupata del pericolo di collasso delle istituzioni della vita civile che la nuova legge fa correre alla patria dei diritti umani. Senso critico, discorso razionale e tolleranza oggi sono i contrassegni caratteristici del movimento che si oppone al “matrimonio per tutti”, mentre l’immagine dell’intolleranza verso le idee altrui, dell’arroganza che rende sordi ai ragionamenti assennati e della sopraffazione dei diritti dei più deboli ha cominciato a incollarsi su promotori e difensori della legge. Infatti un altro momento drammatico e struggente della kermesse è stato quando un ragazzo dai tratti asiatici, ai limiti della perdita del controllo di sé, ha urlato nel microfono del palco: «Noi figli adottati non siamo una medicina per la sterilità degli adulti! Non siamo la cura per il loro dolore! Siamo bambini, non siamo diritti!».

La Manif pour tous è riuscita a produrre una sintesi che sembrava impossibile: un movimento che non perde spessore intellettuale nel mentre che pratica i tempi e i modi dell’azione di piazza, che difende i valori tradizionali con una padronanza perfetta dei meccanismi della comunicazione audiovisuale e delle regole della società dello spettacolo, che consente alla Chiesa cattolica di testimoniare la dignità pubblica delle sue preoccupazioni morali al servizio del bene comune senza che atei e non credenti aderenti all’iniziativa (fra loro psicanalisti e psichiatri) provino il minimo disagio o la minima subalternità. Il merito dell’impresa spetta soprattutto a due persone: il cardinale arcivescovo di Parigi, monsignor André Vingt-Trois, e l’umorista cattolica convertita Frigide Barjot, nome d’arte di Virginie Tellenne. Il primo ha saputo riaccendere e mantenere vivo un dibattito che sembrava già chiuso, con una serie di interventi a partire dall’estate scorsa che gli sono costati molte invettive; la seconda ha il merito del crescendo mediatico del movimento, ottenuto con una regia sapiente delle apparizioni televisive, quasi tutte in trasmissioni di intrattenimento, e con uno stile disinvolto e alla moda capace di far apparire la posizione anti-matrimonio omosessuale perfettamente progressista e aggiornata ai tempi.

Per non sprofondare in basso
Il 13 gennaio di Parigi è cominciato in certo qual modo durante le Messe mattutine, mentre le 800 corriere e i 6 Tgv prenotati dai comitati locali cominciavano a riversare manifestanti da tutta la Francia. La parrocchia di Saint Ferdinand des Ternes è a poche centinaia di metri da Place de la Porte Maillot, da dove parte uno dei tre cortei che convergeranno sul Campo di Marte, la grande spianata fra la Torre Eiffel e l’Accademia militare. Il celebrante si accorge subito che i fedeli sono più numerosi del solito: «Sono lieto di vedere più facce delle altre domeniche, questo vuol dire che la manifestazione sarà molto partecipata. Anche alcuni parrocchiani si ritrovano dopo la Messa per andare». Al momento dell’omelia, dopo la lettura di Isaia sulla consolazione di Gerusalemme e quella da Luca sul Battesimo di Gesù, il sacerdote torna sull’argomento: «Poiché non ci si lascia sollevare in alto, si sprofonda in basso. In questi giorni chi distribuiva volantini ai nostri fratelli africani e asiatici incontrava volti sbalorditi: non riescono a comprendere che nella nostra società non c’è più consenso intorno a cosa sia una famiglia. È giusto marciare oggi, ma la cura della famiglia deve vedersi nella vita quotidiana. Chi vive in provincia non lo sa, ma in questa città le famiglie faticano a ritrovarsi insieme a tavola: i ritmi di vita ormai isolano le persone». All’uscita il diacono François Déprez sfida apertamente la laicità alla francese: «Ai battezzati a livello politico viene consigliato di non fare riferimento alla loro fede cristiana se vogliono intervenire in ambito pubblico. Ci si suggerisce di essere schizofrenici, di separare la sfera privata dalla vita pubblica. I luoghi dove potremmo praticare la nostra fede dovrebbero limitarsi alla chiesa e alla casa. Ma se agissimo così, rinnegheremmo Cristo. Lui non ha mai nascosto la verità all’uomo peccatore, senza smettere di manifestargli il suo amore».

A Porte Maillot il corteo si muove alle 13 in punto, in un tripudio di rosa, azzurro e bianco, i tre colori della manifestazione. Nessuno sa dare una spiegazione univoca della simbologia cromatica, ma sembra soprattutto un affronto calcolato alla teoria del gender, che vede come il fumo negli occhi l’associazione di determinati oggetti o comportamenti con la differenza sessuale. Tanto più la tradizionale identificazione azzurro=maschio, rosa=femmina. «Il bianco è il matrimonio, il rosa le figlie femmine e l’azzurro i figli maschi», spiega convinta una signora. L’assortimento dei manifestanti è stupefacente: sembrano la riproduzione esatta della piramide demografica “a campana” della Francia d’oggi: tot bambini, tot adolescenti, tot adulti, tot anziani. Forse i sessantenni sono leggermente sovrarappresentati rispetto ai quarantenni, ma di poco. Si avanza a suon di musica rock francese e di fischietti scatenati. Non ci sono simboli di partito o sigle delle associazioni organizzatrici, ma solo stendardi delle 22 regioni della Francia e palloncini e bandiere con i colori e il logo della manifestazione. Che moltissimi portano dipinto sulle guance: uomo e donna stilizzati che tengono per mano due figli maschio e femmina. L’atmosfera è “bon enfant”, come dicono i francesi, i poliziotti in nero della gendarmeria sorridono: raramente a Parigi sfilano cortei così tranquilli e rilassati. Ma il messaggio politico è martellante, fatto di cartelli e slogan ritmati. Fra i primi i più popolari sono: “Papa Maman y’a pas mieux pour un enfant” (“Papà, mamma, non c’è niente di meglio per un figlio”), “Je suis un enfant, pas un droit!” (“Sono un bambino, non sono un diritto!”), “La différence est la clé de l’existence” (“La differenza è la chiave dell’esistenza”), “Tous nés d’un homme et d’une femme” (“Tutti nati da un uomo e da una donna”). Quanto agli slogan urlati, a parte il divertente “Pa-pa-Mére: Enfant! Enfant!”, qui i manifestanti hanno chiaramente rotto le consegne. Che erano di evitare «qualsiasi slogan di natura politica o che metta in causa delle persone». Slogan politici antigovernativi in senso stretto effettivamente non ce ne sono stati, ma l’occasione era troppo ghiotta per non bersagliare personalmente François Hollande, e così la gente s’è divertita un mondo a scandire in coro “Hollande, Hollande, va t’marier, va t’marier!”. Cioè “vatti a sposare”: il paradosso infatti vuole che il presidente che intende istituire il “matrimonio per tutti” sia anche l’unico non sposato di tutta la Quinta Repubblica. Il volto del presidente e quello del ministro della Giustizia Christiane Taubira autrice del progetto di legge apparivano poi su giganteschi manifesti contraffatti del film La gloire de mon père, versione cinematografica del romanzo autobiografico di Marcel Pagnol. Il titolo però è stato adattato ai nuovi tempi: “La gloire de mon parent 1”. Quando poi la folla partita da Porte Maillot, da Place d’Italie e da Denfert Rochereau si è ritrovata unita sull’erba del Campo di Marte, il presidente ha avuto l’onore di sentire il suo nome scandito come un tuono da 800 mila bocche: “Hollande, Hollande, ta loi on n’en veut pas!” (“Hollande, Hollande, non vogliamo la tua legge”).

Gangnam Style collettivo
Lungo il percorso da finestre e balconi pendevano striscioni – non molti, per la verità – che riprendevano gli slogan dei cortei. A quanti salutavano solidali dai piani alti i marciatori rispondevano, da veri animali da manifestazione quali sono i francesi, “dans la rue! Dans la rue!”. Cioè: scendete in strada. I volontari del servizio d’ordine – mille giovani vestiti di arancione (security), di verde (logistica) e di giallo (accoglienza) – vegliavano fra le altre cose a impedire che la gente avanzasse sui marciapiedi anziché in mezzo alla strada. «Solo chi marcia sul pavé viene contabilizzato dalle autorità», spiega un volontario vestito di giallo. Ma la precauzione non ha impedito che le stime di polizia e organizzatori sul numero dei manifestanti divergessero seriamente: 350 mila per i primi, più di 800 mila ad avviso dei secondi. A occhio, sono sembrati più vicini alla verità i secondi. O almeno è l’impressione che ha avuto chi ha assistito al più grande Oppah Gangnam Style della storia sull’erba del Campo di Marte: un popolo di bambini piccoli e settantenni imbacuccati che si dimenavano come invasati all’irresistibile ritmo rap di Psy. A dimostrazione che la linea di confine fra il possibile e l’impossibile la si può spostare sempre un po’ più in là.