Rispetto ai più “timidi” Anglicani è la Chiesa cattolica, pur minoritaria, a dettare la linea contro la depenalizzazione della “dolce morte”. I vescovi: nella mentalità eutanasica c’è una violenza nascosta, figlia della paura di soffrire
di Giacomo Galeazzi
Tratto da Vatican Insider il 12 luglio 2011

Dolce morte: Vaticano batte Comunione anglicana uno a zero. In Gran Bretagna la Chiesa cattolica e quella anglicana discutono sull’eutanasia in tv. E sono molti gli anglicani delusi dalle loro gerarchie ecclesiastiche, giudicate troppo «soft» nella battaglia campale contro la depenalizzazione dell’eutanasia e il suicidio medicalmente assistito.

A scatenare il dibattito è stato un controverso documentario della televisione pubblica Bbc nel quale sono stati mostrati gli ultimi istanti della vita di un malato di sclerosi laterale amiotrofica in una «clinica della dolce morte» in Svizzera. Nei commenti arrivati all’emittente britannica, prevalgono i commenti negativi (oltre l’80%) e si rileva come la Chiesa Anglicana abbia limitato il proprio dissenso ad una protesta di un presule anglicano di origini pachistane che non ha più incarichi operativi all’interno della gerarchia guidata dall’arcivescovo Rowan Williams.

Soltanto il vescovo emerito di Rochester, Michael Nazir Ali, ha espresso rammarico per la mancata «discussione equilibrata» stigmatizzando «l’esaltazione del suicidio assistito». Nello scontro sul cambiamento della legge sulla morte assistita in Gran Bretagna, la Chiesa cattolica, invece, fin dall’inizio ha fatto sentire la propria voce attraverso le sue massime autorità, tuonando contro la «mercy killing» e condannando senza appello l’«uccisione per pietà» quale minaccia alla vita giunta al termine per una malattia in fase avanzata. Nessuna apertura, dunque, verso una via di fuga di fronte alla sofferenza e alla morte.

Pur essendo minoranza (4 milioni di fedeli), la Chiesa cattolica inglese sta diventando un punto di riferimento per tutta la cristianità britannica, spesso disorientata dagli strappi della Comunione anglicana su sacerdozio femminile, vescovi gay e altri punti di attrito fra fede e modernità. Per la Chiesa cattolica inglese la dignità umana emerge se si guarda alla verità dell’uomo che viene da Dio, perciò la qualità della vita in relazione a Dio non può mai essere ridotta a ciò che esternamente dell’uomo appare. Con un ribaltamento di prospettiva rispetto alla mentalità secolarizzata, le gerarchie cattoliche della Gran Bretagna indicano i malati non come “treni a fine corsa” bensì quali «leader spirituali, campioni di fede e di abbandono fiducioso nel Signore», perciò «la qualità delle cure che noi forniamo dipende proprio dagli occhi con i quali ci guardiamo reciprocamente». Il documento sull’assistenza spirituale ai morenti pubblicato recentemente dalla Conferenza episcopale di Inghilterra e Galles evidenzia come ci siano due cose da tenere in mente nelle cure di fine vita: rispettare la vita e accettare la morte. Rispettare la vita significa che la morte non dovrebbe mai essere il fine delle nostre azioni o delle nostre omissioni, accettare la morte implica di prepararsi adeguatamente lungo l’intera esistenza e non negare la realtà della situazione o fuggire dall’inevitabile cercando ogni trattamento possibile.

La frase simbolo della campagna anti-dolce morte dei cattolici inglesi è tratta dalle Sacre Scritture: «Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò” (Isaia, 66, 13). Quindi, sì alle cure a coloro che sono oppressi dalla malattia e dall’angoscia.

Citando direttamente il nuovo statuto del servizio sanitario nazionale inglese pubblicato nel gennaio 2009, l’arcivescovo di Canterbury, Vincent Nichols, primate della Chiesa cattolica d’Inghilterra e Galles ribadisce come tra i compiti che il sistema stesso si è dato vi sia da un lato quello di «cercare le cose che, per quanto piccole, si possono fare per dare comfort e alleviare la sofferenza» e dall’altro di «trovare il tempo» per stare accanto ai sofferenti. Se questo non succede non è semplicemente un problema di atteggiamenti di singoli individui, ma spesso di «cultura dell’istituzione» nella quale si presta servizio, di pressioni e di consegne che possono indebolire e compromettere l’abilità dello staff di fornire cure adeguate. Eutanasia e suicidio assistito sono bollati dalla Chiesa cattolica inglese come un’evidente mancanza di rispetto per la vita umana, l’applicazione di trattamenti sproporzionati a un paziente, specie in fin di vita, può rappresentare una mancata accettazione della morte.

Secondo l’episcopato cattolico inglese c’è una violenza nascosta in molti sistemi, anche quelli che si occupano di curare, poiché il loro modo di agire è basato sul riduzionismo: «Se riduciamo la morte a un evento clinico e ne gestiamo le fasi attraverso una serie di procedure standard non la affrontiamo correttamente né dal punto di vista clinico né dal punto di vista umano». La violenza che c’è dietro la mentalità eutanasica è definita dalla Chiesa cattolica inglese «figlia della paura».

Paura di sofferenze difficili da alleviare o di perdere la propria autonomia, paura di stare realmente davanti a chi soffre, paura di dover spendere troppo per chi, agli occhi dei «sani», non merita più di sottrarre risorse al pur vacuo e transitorio benessere. Dietro la campagna a favore della dolce morte, deplora l’episcopato d’Oltremanica, c’è «il tentativo di cercare disperatamente di controllare gli eventi fino a quando l’unica falsa libertà che rimarrà sarà quella di togliersi la vita».

La proposta è «quella di fidarci di chi più volte e oggi ancora ci ripete “non abbiate paura” e ci affida il compito di non fuggire di fronte alla sofferenza imboccando pericolose scorciatoie».

Insomma, in Gran Bretagna, rispetto ai “timidi” Anglicani, è la Chiesa cattolica, pur minoritaria, a dettare la linea e a condurre la battaglia contro la depenalizzazione della “dolce morte”