di Massimo Introvigne
Tratto da La Bussola Quotidiana

Come sanno i lettori della Bussola Quotidiana, nella prima giornata della GMG Benedetto XVI ha proposto uno schema.

Le molteplici crisi contemporanee – tra cui al Papa è sempre presente quella economica, che però non è l’unica – hanno la loro radice comune nel relativismo, che genera da una parte una corruzione morale che si estende a tutti i campi dell’agire umano, dall’altra avversione e persecuzioni contro la Chiesa. La GMG costituisce una risposta autentica ed efficace alla crisi, in quanto chiama i giovani a lottare contro il relativismo e a non temere di proclamare che la verità esiste e può essere conosciuta, sia nella sua dimensione naturale e ragionevole sia nel suo fondamento ultimo che è Gesù Cristo.

Nella seconda giornata, venerdì 19 agosto, il Papa è tornato sulla risposta della fede e della ragione alla crisi generata dal relativismo. Alle religiose incontrate nel Patio de los Reyes dell’Escorial, il Pontefice ha spiegato che precisamente «davanti al relativismo e alla mediocrità, sorge il bisogno di questa radicalità [della vita religiosa], che testimonia la consacrazione come un appartenere a Dio, sommamente amato». Mentre il relativismo vuole convincere i giovani che non esistono radici né fondamento, la scelta delle religiose testimonia e grida al mondo che «la radicalità evangelica è rimanere “radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede” (Col 2, 7), che nella vita consacrata significa andare alla radice dell’amore a Gesù Cristo con cuore indiviso, senza anteporre nulla a tale amore (cfr S. Benedetto [480 ca. -547], Regola, IV, 21), con una appartenenza sponsale, come l’hanno vissuta i Santi».

La testimonianza delle religiose «possiede oggi una speciale rilevanza, quando “si constata una sorta di ‘eclissi di Dio’, una certa amnesia, se non un vero rifiuto del Cristianesimo e una negazione del tesoro della fede ricevuta, col rischio di perdere la propria identità profonda” (Messaggio per la XXVI Giornata Mondiale della Gioventù 2011, 1)». Naturalmente, non si tratta di un virtuosismo di cui ciascuno potrebbe inventarsi le regole. Al contrario, ha voluto precisare il Pontefice, «questa radicalità evangelica della vita consacrata si esprime nella comunione filiale con la Chiesa».

L’Escorial, che il Papa ha chiamato «luogo emblematico [dove] ragione e fede si sono fuse armoniosamente nell’austera pietra per modellare uno dei monumenti più rinomati della Spagna», è stato anche teatro dell’incontro con i giovani docenti universitari, in cui a Benedetto XVI sono tornati «alla mente i miei primi passi come professore all’università di Bonn. Quando si vedevano ancora le ferite della guerra ed erano molte le carenze materiali, tutto veniva superato dall’entusiasmo di un’attività appassionante, dal contatto con colleghi delle diverse discipline e dal desiderio di dare risposta alle inquietudini ultime e fondamentali degli alunni. Questa “universitas”, che ho vissuto, di professori e discepoli che assieme cercano la verità in tutti i saperi, o, come avrebbe detto Alfonso X il Saggio [re di Castiglia, 1221-1284], tale “riunione di maestri e discepoli con volontà e obiettivo di apprendere i saperi” (Siete partidas, partida II, tit. XXXI), rende chiaro il significato e anche la definizione dell’Università».

L’università – non è la prima volta che Benedetto XVI lo ricorda – è parte del problema e della crisi se diventa scuola di relativismo, ma può essere una parte decisiva della soluzione se riscopre il ruolo della verità e offre ai giovani solidi punti di riferimento. «Tuttavia, dove troveranno i giovani tali punti di riferimento in una società sgretolata e instabile?». Non certo solo nelle nozioni tecniche, per quanto avanzate ed eccellenti. «Talvolta si ritiene che la missione di un professore universitario sia oggi esclusivamente quella di formare dei professionisti competenti ed efficaci che possano soddisfare la domanda del mercato in ogni momento preciso. Si afferma pure che l’unica cosa che si deve privilegiare nella congiuntura presente sia la pura capacità tecnica. Certamente, oggi si estende questa visione utilitaristica dell’educazione, anche di quella universitaria, diffusa specialmente a partire da ambiti extrauniversitari».

Ma così appunto, cedendo al relativismo, l’università tradisce se stessa e diventa fattore a sua volta rilevante e pericoloso della crisi. «Voi – ha detto il Papa – che avete vissuto come me l’università, e che la vivete ora come docenti, sentite senza dubbio il desiderio di qualcosa di più elevato che corrisponda a tutte le dimensioni che costituiscono l’uomo. Sappiamo che quando la sola utilità e il pragmatismo immediato si ergono a criterio principale, le perdite possono essere drammatiche: dagli abusi di una scienza senza limiti, ben oltre se stessa, fino al totalitarismo politico che si ravviva facilmente quando si elimina qualsiasi riferimento superiore al semplice calcolo di potere. Al contrario, l’idea genuina di università è precisamente quello che ci preserva da tale visione riduzionista e distorta dell’umano».

La vera università, che storicamente – è bene sempre ricordarlo a chi tenta di farlo dimenticare – è nata dal cristianesimo e dalla Chiesa, «è stata ed è tuttora chiamata ad essere sempre la casa dove si cerca la verità propria della persona umana. Per tale ragione non a caso fu la Chiesa ad aver promosso l’istituzione universitaria, proprio perché la fede cristiana ci parla di Cristo come del Logos mediante il quale tutto è stato fatto (cfr Gv 1, 3), e dell’essere umano creato ad immagine e somiglianza di Dio».

Se Cristo è Logos, ragione, allora diventa possibile fidarsi della verità, allora vale la pena dedicare la vita alla verità che la ragione può scoprire. «Questa buona novella scopre una razionalità in tutto il creato e guarda all’uomo come ad una creatura che partecipa e può giungere a riconoscere tale razionalità». Ma la buona novella sull’università si perde a causa di poteri forti che proclamano il relativismo per i loro fini di ricchezza e di potere. «L’università incarna, pertanto, un ideale che non deve snaturarsi, né a causa di ideologie chiuse al dialogo razionale, né per servilismi ad una logica utilitaristica di semplice mercato, che vede l’uomo come semplice consumatore».

A tutto questo però si può reagire, riprendendo la grande tradizione dell’università come casa della verità. Anche oggi infatti «i giovani hanno bisogno di autentici maestri; persone aperte alla verità totale nei differenti rami del sapere, [… ] persone convinte, soprattutto, della capacità umana di avanzare nel cammino verso la verità. La gioventù è tempo privilegiato per la ricerca e l’incontro con la verità. Come già disse Platone [428-348 a. C. ], “Cerca la verità mentre sei giovane, perché se non lo farai, poi ti scapperà dalle mani” (Parmenide, 135d). Questa alta aspirazione è la più preziosa che potete trasmettere in modo personale e vitale ai vostri studenti, e non semplicemente alcune tecniche strumentali ed anonime, o alcuni freddi dati, usati solo in modo funzionale».

C’è dunque bisogno di docenti che siano sentinelle della verità e baluardi contro il relativismo, pronti a «non perdere mai questa sensibilità e quest’anelito per la verità; a non dimenticare che l’insegnamento non è un’arida comunicazione di contenuti, bensì una formazione dei giovani che dovrete comprendere e ricercare; in essi dovete suscitare questa sete di verità che hanno nel profondo e quest’ansia di superarsi».

Al vero educatore il Papa assegna due compiti: quello «di tenere a mente, in primo luogo, che il cammino verso la verità piena impegna anche l’intero essere umano: è un cammino dell’intelligenza e dell’amore, della ragione e della fede. Non possiamo avanzare nella conoscenza di qualcosa se non ci muove l’amore, e neppure possiamo amare qualcosa nella quale non vediamo razionalità, dato che “non c’è l’intelligenza e poi l’amore: ci sono l’amore ricco di intelligenza e l’intelligenza piena di amore” (Caritas in veritate, 30). Se verità e bene sono uniti, così lo sono anche conoscenza e amore. Da questa unità deriva la coerenza di vita e di pensiero, l’esemplarità che si esige da ogni buon educatore».

Ma c’è anche un secondo compito. «In secondo luogo, occorre considerare che la stessa verità è sempre più alta dei nostri traguardi. Possiamo cercarla ed avvicinarci ad essa, però non possiamo possederla totalmente, o meglio è essa che ci possiede e che ci motiva. Nell’opera intellettuale e docente, perciò, l’umiltà è una virtù indispensabile, che ci protegge dalla vanità che chiude l’accesso alla verità. Non dobbiamo attirare gli studenti a noi stessi, bensì indirizzarli verso quella verità che tutti cerchiamo. In tale compito vi aiuterà il Signore, che vi chiede di essere semplici ed efficaci come il sale, come la lampada che fa luce senza fare rumore (cfr Mt 5, 13-15)».

Tutto questo, ha concluso il Papa, «ci invita a volgere sempre lo sguardo a Cristo, nel cui volto risplende la Verità che ci illumina, ma che è anche la via che ci conduce alla pienezza duratura, poiché è il Viandante che è al nostro fianco e ci sostiene con il suo amore».

Se le religiose testimoniano la verità, contro il relativismo, con una fede radicalmente vissuta che incontra la ragione, gli educatori la testimoniano con una passione per la verità vissuta nell’amore e nell’umiltà che incontra la fede. Tutti – meglio, tutti i fedeli – incontrano la verità quando scoprono che è una persona, Gesù Cristo, e camminano con lui anche nelle difficoltà, fino al Calvario. È questa l’immagine che nella sera di Madrid il Papa ha voluto lasciare ai giovani al termine della Via Crucis. È l’immagine «della croce gloriosa di Cristo, che contiene la vera sapienza di Dio, quella che giudica il mondo e quanti credono di essere sapienti (cfr 1 Cor 1, 17-19)».

Ispirato dalla «contemplazione di queste straordinarie immagini del patrimonio religioso delle diocesi spagnole», «nelle quali la fede e l’arte si armonizzano, per giungere al cuore dell’uomo ed invitarlo alla conversione», il Papa è tornato a proporre ai giovani, come fa spesso, di arrivare al vero in un’epoca di crisi percorrendo la via più immediata: quella del bello, la «via pulchritudinis». «Quando lo sguardo della fede è limpido e autentico – ha detto il Pontefice – la bellezza si pone al suo servizio ed è capace di raffigurare i misteri della nostra salvezza fino a commuoverci profondamente e trasformare il nostro cuore, come accadde a santa Teresa di Gesù [1515-1582] nel contemplare un’immagine di Cristo pieno di piaghe (cfr Libro della vita, 9, 1)». Capire la bellezza di queste piaghe, della croce «icona dell’amore supremo», «ruvido legno» che però si fa luce capace d’illuminare la nostra «notte del dolore» significa essere passati definitivamente dalla parte di Cristo, che è la parte della verità che non delude.