di Marina Casini*
Tratto dal sito ZENIT, Agenzia di notizie il 21 novembre 2010

Il 20 novembre ricorre esattamente il 51° anniversario della Dichiarazione Universale dei diritti del fanciullo (20 novembre 1959) e il 21° anniversario della Convenzione sui diritti del fanciullo (20 novembre 1989), approvate dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Cos’hanno di importante questi due documenti internazionali?

Essi offrono argomenti molto importanti per sostenere culturalmente la “causa della vita” con riferimento alla vita prenatale e perché l’attività culturale del Movimento per la Vita (MpV) si è inserita nel solco della moderna idea di diritti umani, inaugurata con la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo (10 dicembre 1948), per portarla a compimento, per declinarla coerentemente fino in fondo tenendo fisso lo sguardo sul bambino non ancora nato, il più piccolo e indifeso degli uomini.

“L’umanità ha il dovere di dare ai bambini il meglio di se stessa”.

Queste parole sono state scritte per la prima volta nella Dichiarazione del 1959, preparata da un precedente documento del 1924 emanato dalla Società delle Nazioni (Dichiarazione di Ginevra sui diritti del fanciullo), che voleva essere applicazione particolare della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo che la medesima Assemblea dell’ONU aveva approvato nel 1948. Nella Dichiarazione del 1924 si legge: “Secondo la presente Dichiarazione […] uomini e donne di tutte le Nazioni, riconoscendo che l’umanità deve offrire al fanciullo quanto di meglio possiede …”.

Il richiamo al dovere della società di dare ai bambini il meglio di se stessa si trova implicitamente richiamato in una raccomandazione dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (n. 874 del 4 ottobre 1979), nella quale – in occasione dell’Anno internazionale del fanciullo – si esortavano le istituzioni comunitarie a “intraprendere senza ritardo l’elaborazione di una Carta europea dei diritti del fanciullo”. In quel documento si indicavano i principi fondamentali ai quali la Carta europea avrebbe dovuto ispirarsi, “avendo ben presente la Dichiarazione sui diritti del fanciullo del 1959”.

C’è stato anche un momento molto significativo e importante nella storia del Movimento per la Vita in cui queste parole sono state solennemente pronunciate. Era il 17 maggio 1986, quando a Firenze, al termine di una grande manifestazione promossa dal MpV, due donne eccezionali, Madre Teresa di Calcutta e Chiara Lubich, sottoscrissero a nome dei numerosi partecipanti un “Appello all’Europa” in cui era chiesto: “Si rediga e si approvi una Carta europea dei diritti del bambino, che attualizzando i principi già contenuti nella Dichiarazione Universale del 1959, sproni l’Europa a dare ai suoi figli, prima e dopo la nascita, il meglio di se stessa”. E sempre il MpV si è fatto carico di diffondere queste parole ed insieme ad esse l’impegno per realizzarle, in uno degli ormai numerosi Concorsi europei per i giovani.

Infine, nel 1989 in occasione del 30° anniversario della Dichiarazione del 1959, l’ONU proclama la Convenzione sui diritti del bambino. Anche qui risuona il dovere da parte degli Stati di dare ai bambini il meglio di sé. E questa volta non si tratta più una dichiarazione che per sua natura investe solo ambiti etico-culturali, ma di un vero e proprio trattato, di un patto, da sottoporre alla ratifica degli Stati e quindi destinato a divenire una vera e propria normativa vigente. L’Italia ha ratificato la Convenzione il 27 maggio 1991 con la legge n. 176.

Cosa significa “dare il meglio”?

Sicuramente significa riservare ai fanciulli il privilegio di un’attenzione maggiore e più intensa di quella riservata a chi non è più collocabile nella fase dell’infanzia.

Una specificazione di questo “meglio”, infatti, è contenuta nell’art. 3 della Convenzione del 1989: “In tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche e private di assistenza sociale, dei Tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve avere una considerazione preminente”. Si noti che queste affermazioni sono state riprese integralmente nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Il principio è ripetuto anche negli articoli 9 e 21 proprio a proposito dei rapporti familiari e dell’adozione. In particolare, l’art. 21 afferma: “Gli Stati parti che ammettono e/o autorizzano l’adozione si accertano che l’interesse superiore del fanciullo sia la considerazione fondamentale in materia”.

Nello stesso novembre 1989, si tenne a New York il Vertice Mondiale per l’Infanzia, con la richiesta a tutti gli Stati di ratificare la Convenzione e un “impegno solenne” da parte dei leader mondiali a dare il massimo di priorità ai diritti dell’infanzia: “il benessere dell’infanzia richiede un’azione politica ai massimi livelli. Siamo determinati ad intraprenderla”.

* Marina Casini è ricercatore all’Istituto di Bioetica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.