di Domenico Bonvenga

Non sono sicuro ma la notizia sugli assurdi orrori della scuola convitto tedesca di Odenwald è stata pubblicata solo dal settimanale Tempi, e quasi nessun blog l’ha ripresa, anche al mio amico Gianluca Cheli del sito Miradouro.it gli è sfuggita.

La Odenwald è un liceo tedesco laico, delle élite sessantottine dove si teorizza che insegnare è sbagliato e che non c’è differenza tra adulti e bambini. E dove si sono verificati stupri di gruppo e sevizie su minori, è una clamorosa notizia uscita in Germania qualche settimana fa, in Italia è stata raccontata da Alessandro Giorgiutti per Tempi.
Come mai nessun giornale in Italia ha pubblicato questa notizia uscita proprio nel periodo in cui si pubblicavano articoli scandalizzati sul fratello del Papa, don Georg Ratzinger, che aveva l’unica “colpa” di aver dato qualche scapaccione ai suoi allievi indisciplinati.

Nell’istituto tedesco fondato giusto 100 anni fa si apprende soltanto oggi che si sono verificati almeno dal 1971, “abusi e violenze «che superano la nostra capacità di immaginazione» (parola dell’attuale preside, Margarita Kaufmann). È stato pudicamente definito «liceo laico», «la Eton tedesca» o «scuola delle élites» (a ragione: la retta costa più di duemila euro al mese), ma la scuola-convitto, legata all’Unesco a partire dagli anni Sessanta, è in realtà qualcosa di molto particolare. Si tratta di una delle prime realizzazioni concrete delle ambizioni riformatrici della pedagogia d’inizio Novecento”. (Alessandro Giorgiutti, Il muro di silenzio della Odenwald, 27.4.2010, Tempi).

Paul Geheeb, il fondatore della scuola, ha deciso che la prima cosa da abolire era il concetto stesso di educazione, “Preferisco non usare le parole “educazione” e “educare” – diceva – preferisco parlare di sviluppo umano. Al bando anche l’anacronistica distinzione tra maestri e allievi. Gli adulti non devono essere educatori ma “amici” di bambini e adolescenti: “Bisogna che noi veramente viviamo insieme. Gli adulti non devono limitarsi a giocare, lavorare, passeggiare con i bambini, e condividere con loro le piccole e le grandi gioie come le tristezze; è necessario far partecipare questi ultimi, secondo il loro grado di maturità, alle nostre stesse esperienze ed azioni». Non si trattava di guidare, ma di accompagnare. Nessuno doveva essere educato perché ciascuno è il miglior educatore di se stesso”.

Con queste premesse nel liceo venne istituita la promiscuità tra alunni maschi e femmine, l’educazione fisica veniva praticata insieme, nudi, da bimbi e bimbe. Molte famiglie facoltose attratte dai principi educativi anti-autoritari iscrissero i propri figli nella scuola convitto di Odenwald.

Daniel Cohn-Bendit, il futuro leader sessantottino ed eurodeputato dei Verdi ha successivamente descritto con orgoglio i suoi giochi erotici con bambini di quattro e cinque anni. Dal 1970 al 1985 si concentrarono le violenze nei confronti degli alunni, sono gli anni successivi alla sbornia del ’68, mentre la scuola era diretta da Gerold Becker, che ha recentemente confermato gli abusi. Secondo l’attuale preside del convitto, le vittime di abusi sarebbero almeno quaranta, anche se il giornale che per primo, anni fa, aveva pubblicato le denunce di alcuni ex studenti ipotizza una cifra vicina al centinaio. Violenze dei professori sugli allievi e degli allievi più grandi sui più piccoli. Stupri di gruppo consumati con la complicità dei supervisori. Maestri che provvedono a distribuire alcol e droga. Studenti costretti a prostituirsi nei fine settimana per soddisfare qualche visitatore amico degli insegnanti. Si sospetta inoltre che quattro ex allievi suicidi si siano tolti la vita proprio in seguito alla vergogna e alle umiliazioni patite (che non possono essere trascritte qui).
Nel 2002 dalla deputata tedesca Antje Vollmer, fu consegnato un dettagliato rapporto sugli orrori della Odenwaldschule. Ma la Vollmer, scrive Giorgietti che all’epoca era vicepresidente del Bundestag e guidava una commissione sulla politica scolastica, non diede credito al dossier che, se divulgato, avrebbe demolito l’immagine di una scuola considerata il fiore all’occhiello dell’educazione pubblica.

Dell’esistenza di quel rapporto, redatto da un gruppo di insegnanti della Odenwaldschule, si è avuto notizia solo qualche settimana fa, proprio negli stessi giorni in cui l’attuale ministro della Giustizia tedesco, la liberale Sabine Leutheusser-Schnarrenberger, accusava la Chiesa cattolica di aver eretto «un muro di silenzio» sui casi di pedofilia. Un infortunio clamoroso, perché il ministro faceva esplicito riferimento al documento De delictis gravioribus del 2001 col quale il Vaticano istituiva la linea della “tolleranza zero”, ma tale da distogliere l’attenzione mediatica dagli insabbiamenti veri.

La clamorosa disfatta dei metodi educativi antiautoritari e libertari che hanno caratterizzato la pedagogia della scuola di Odenwald mi dà l’opportunità di richiamare al bellissimo libretto, poche pagine ma dense di significato, l’ho letto qualche anno fa, scritto da un professore tedesco, Bernhard Bueb, Elogio della disciplina, edito da Rizzoli; Bueb ha guidato un collegio tedesco per ben 30 anni con metodi certamente opposti a quelli sessontottini della Odenwaldschule, occorre ritrovare il coraggio di educare, afferma Bueb, ed educare significa esercitare la disciplina, che è il fodamento dell’intera educazione, il saggio sicuramente provocatorio è diventato un caso editoriale in Germania, e in Italia ha già avuto diverse edizioni.

Il padre, l’educatore, l’insegnante, spesso si trova nelle condizioni che deve decidere subito, non può impegolarsi nel dibattito, l’educatore deve decidere in modo rapido e chiaro,vale per le questioni di poca importanza che per quelle di grande importanza.

Nella cultura in cui cresciamo severità e rigore sanno di crudeltà; – afferma Bueb – abbiamo paura che la coerenza ci faccia perdere l’affetto di chi vogliamo educare, e ci preoccupiamo per le conseguenze psichiche della disciplina.

Del resto il professore Bueb sostiene che la libertà si conquista con la disciplina, molti giovani ma anche adulti, tendono a commettere l’errore di far collimare la libertà con l’indipendenza. Pensano di essere liberi quando si rifiutano di obbedire a una autorità, e dunque si credono ‘liberi da’ qualunque controllo. E’ una equiparazione che hanno fatto molti genitori, insegnanti, educatori, e teorici dell’educazione. Occorre invece esercitare il giovane alla rinuncia, sia in famiglia, all’asilo, a scuola, in collegio, dovremmo reintrodurre con coraggio forme di digiuno ritualizzato ed esrcitare la rinuncia. La pedagogia sessantottina ha fatto sparire i concetti cme “autorità” e “obbedienza”, invece i giovani hanno un forte desiderio di autorità.

La vera autorità non incute paura, anzi genera sicurezza: è la mancanza di punti fermi, piuttosto, a rendere gli adolescenti di oggi disorientati e insicuri. Solo così i nostri figli sapranno conoscere se stessi e il mondo, vivere con pienezza le loro esistenze ed essere felici.