“Per fare un figlio non basta l’aereo. In provetta, a Barcellona o a Londra”. L’articolo sull’ultimo numero di “A”, settimanale femminile del gruppo Rizzoli Corriere della Sera, promette di spiegare tutto (prezzi, vantaggi, speranze, cose-da-sapere-assolutamente) a chi vuole rivolgersi a una clinica della fertilità fuori dai nostri punitivi confini. Il genere letterario, lo sappiamo, è piuttosto noioso e ripetitivo, con le prevedibili lamentazioni sul turismo procreativo al quale molte coppie italiane sarebbero “costrette”, soprattutto quelle che cercano un’eterologa. In questi anni si è detto e letto veramente di tutto, soprattutto grazie a personaggi disinteressatissimi, come certi luminari della fecondazione, nonché titolari di cliniche filantropiche (dove si pagano donne povere perché “donino” ovociti, altrimenti nessuna metterebbe a rischio la propria salute). Le spericolate dichiarazioni della fonte pressoché unica dell’articolo di “A”, vale a dire il dottor Pedro Barri, direttore del Dipartimento di Medicina della riproduzione al centro Dexeus di Barcellona, superano però ogni immaginazione. A una domanda sui rischi della “stimolazione” (tout-court), Barri risponde rassicurante che “gli ormoni non fanno male alla salute della donna” (anche in dosi da cavallo?). La cosa è sufficientemente ambigua da far pensare che le stimolazioni ormonali necessarie per le pratiche di fecondazione siano una piacevole passeggiata, magari consigliabile a tutte. Barri si fa garante anche del fatto che “la stimolazione ormonale non influisce sul rischio a lungo termine del cancro ginecologico”. Non per essere pedanti. Un grande studio statunitense, pubblicato sulla rivista “Fertility and Sterility” nel 2003, dimostra che  i rischi di cancro al seno aumentano nelle donne che hanno seguito cure ormonali per stimolare la fertilità. In particolare, “il rischio triplica, se sono state assunte, per più di cinque cicli, gonadotropine menopausali umane”. I dati hanno una fonte un po’ meno vaga del dottor Pedro Barri, vale a dire i Centers for Disease Control and Prevention di Atlanta, la massima autorità epidemiologica americana. Ma è meglio non farlo sapere alle lettrici di “A”.

Nicoletta Tiliacos

© http://www.piuvoce.net/newsite/index.php – 29 ottobre 2010