di Stefano Fontana
Tratto da L’Occidentale il 21 giugno 2009

“Un papa scomodo?” si chiedeva Giandomenico Mucci su “La Civiltà cattolica” del 2 maggio scorso.

La domanda è doverosa davanti alle continue critiche e veri e propri attacchi cui è soggetto Benedetto XVI. Contro di lui si sono pronunciati, tra gli altri, Giovanni Reale, Dario Antiseri, Eugenio Scalfari, Alberto Melloni, Paolo Flores d’Arcais, Sergio Romano, Stefano Rodotà, Gian Enrico Rusconi, il Times, il New York Times, il Washington Post, Le Monde, il Fondo Monetario internazionale, il Governo del Belgio.

“Il papa non è mai solo”, aveva detto Benedetto XVI a proposito delle voci sul suo “isolamento” suscitate dal tono sofferto di certe frasi contenute nella sua Lettera ai vescovi sul ritiro della scomunica ai lefebvriani. Certo, egli non è solo, ma continua ad essere sotto attacco, da fuori e da dentro il mondo cattolico.

Da dentro la Chiesa la contestazione avviene soprattutto nella forma del magistero parallelo, ossia nel procedere “Etsi Benedictus non daretur”. Il caso più evidente è quanto va scrivendo ormai da tempo il cardinale Martini, da ultimo nel libro scritto insieme a don Verzé, a cominciare dall’ormai famoso articolo sul “Corriere della Sera” in cui sosteneva che non si può sapere quando comincia e quando finisce la vita umana. Il caso meno eclatante, ma forse anche più incidente nel vissuto ecclesiale, sono i libri di Enzo Bianchi, il priore della comunità di Bose. Nel suo ultimo libro “Per un’etica condivisa” (Einaudi 2009), egli si muove parallelamente al papa, dicendo esattamente il contrario. Addirittura parla anche lui di “principi non negoziabili”, facendone però un elenco diverso da quello fornito dal papa nel famoso discorso ai Popolari europei del 30 marzo 2006. In altre parole fa il verso al papa, polemizza di sponda, lo prende in giro. Benedetto XVI parla della verità di Cristo e della identità del cristiano?, Enzo Bianchi pensa che il cristiano debba semplicemente “far emergere quell’immagine di Dio che ogni essere umano, anche il non cristiano, porta in sé”. Il papa denuncia il fondamentalismo laicista?, Bianchi afferma che “l’anticlericalismo è sempre in reazione al clericalismo”. Benedetto XVI dice che il cristianesimo non può non farsi cultura?, Enzo Bianchi sostiene che “la de-culturazione dell’evangelizzazione si accompagna all’in-culturazione del Vangelo”. Il papa – e la Chiesa italiana – sono impegnati sul fronte etico della vita e della famiglia?, Enzo Bianchi ritiene che “Per tutti i cristiani la conoscenza della verità, del bene e del male nell’etica è sempre una conoscenza limitata e relativa”.

Enzo Bianchi, e tanti che si collocano nella medesima linea, ritengono che la verità in sé non c’è, ma coincide con la coscienza della verità che ognuno ha, sempre limitata e progressiva. Benedetto XVI la pensa diversamente, come appare dal libro “L’elogio della coscienza” appena pubblicato da Cantagalli. Il magistero parallelo pensa che nessuno sia nella verità, e che la missione vada sostituita con l’etica della discussione. Capita però che la Commissione teologica internazionale abbia prodotto un Documento sulla legge naturale in cui sostiene che l’etica della discussione può essere un procedimento per saggiare le etiche proposte, ma non può produrre nuovi contenuti sostanziali?

Sempre dentro la Chiesa cattolica, c’è poi anche la posizione di chi, come padre Bartolomeo Sorge, direttore di “Aggiornamenti sociali”, non si contrappone al papa ma cerca di edulcorarlo e, diciamo così, di addomesticarlo. Per esempio nell’editoriale del numero di giugno della sua rivista sul senso del pontificato di Benedetto XVI, padre Sorge dimentica completamente il tema della verità esaltando solo quello della carità. Ne risulta una immagine dimezzata del papa.

Uno dei temi principali della critica al papa continua ad essere la valutazione del Concilio. Alberto Melloni e Giuseppe Ruggeri, teste d’uovo della Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna, eredi di Dossetti e Alberigo, pubblicano “Chi ha paura del Vaticano II?” (Carocci, Roma 2009) in cui si contesta il famoso discorso di Benedetto XVI alla curia romana del dicembre 2005, quando egli propose l’ermeneutica della continuità in luogo di quella della discontinuità per interpretare il Vaticano II. Il libro propone invece la coppia discontinuità/riforma, suggerendo che ad essere discontinuo è questo pontificato.

Dal campo esterno gli attacchi si muovono su alcuni temi ormai diventati classici: aver reintrodotto “la formula antigiudaica nella preghiera del Venerdì santo”, aver detto nella prefazione al libro di Pera che il dialogo interreligioso è impossibile, non tenere conto degli episcopati, aver tolto la scomunica al vescovo negazionista Williamson. Nel fascicolo di “Reset” ora in edicola Alberto Melloni e Francesco Margiotta Broglio giocano a tiro al piccione con Benedetto XVI: “Format Ratzinger, papa stop and go”. Si potrebbero esaminare una ad una le loro contestazioni e osservare, per esempio, che il papa non ha ripristinato nessuna “formula antigiudaica” ma solo l’oremus per la conversione degli ebrei; che nella prefazione a Pera il papa dice sì che il dialogo interreligioso è impossibile – e, in verità, si può discutere con un musulmano se Dio sia uno e trino oppure no? – ma anche che è possibile e doveroso il dialogo sulle conseguenze culturali e sociali delle religioni; che a proposito dell’autoritarismo del papa l’accusa più frequente è proprio l’opposta, ossia che egli semmai è poco energico e troppo mite e tollerante; che di Williamson si è saputo dopo e che a più riprese il papa ha negato il negazionismo e che sul ritiro della scomunica ha scritto una eloquente lettera ai vescovi spiegando, ben oltre l’usuale, le sue motivazioni. Ma sarebbe inutile perché gli attacchi dall’esterno del mondo cattolico, come questo apparso su “Reset” – perché non è stata data la parola anche ad un cattolico papista oltre che al progressista Melloni? – sono di carattere politico e quindi non sempre colgono la dimensione teologica dei problemi. Non si vuol negare che non sempre i collaboratori del papa siano stati all’altezza, ma non si può nemmeno ridurre un pontificato ai soliti temi politicamente corretti.

Con questo abbiamo toccato il tema teologico, che è quello decisivo. Questo papa è scomodo non perché la sua linea non sia chiara (stop and go), ma al contrario perché lo è, forse più di Giovanni Paolo II. Essa consiste nel “rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio”. Linea chiara vuol dire che propone dei limpidi criteri di demarcazione. Certamente, così facendo, infastidisce il cattolicesimo della chiesa minima – o “nuda” come ha detto di recente il cardinale Bagnasco – ed anche i fautori di una laicità non positiva – per dirla alla Sarkozy – però fa il suo dovere e conferma tanti altri, credenti o laici, che dal papa si aspettano parole chiare. Solo se le linee di demarcazione sono chiare, si può discutere e ognuno può  fare le proprie scelte.

Stefano Fontana