di Claudio Risé
Tratto da Il Mattino di Napoli del 7 settembre 2009
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Adolescenze turbate. Prima e dopo la ragazzina di Scampia, ogni giorno della scorsa settimana ha visto, in ogni parte d’Italia, adolescenti appena uscite dall’infanzia aggredite e violentate da coetanei, spesso guidati da un capo branco poco più grande.

Il fenomeno, d’altra parte, da tempo si impone all’attenzione delle famiglie, degli educatori, della società.

Oggi chi entra nell’adolescenza è spesso potenziale preda del «gruppo dei pari», da cui si aspetterebbe protezione e amicizia. La tendenza non risparmia neppure i giovani maschi, che spesso diventano bersaglio sessuale di gruppi di coetanei carnefici.

Carnefici occasionali o sistematici. Cosa si agita dietro a questi fenomeni? Occorre fare un passo indietro rispetto alla rappresentazione della sessualità che il sistema delle comunicazioni (a cominciare da media e spettacoli) offre, e cui siamo abituati. La sessualità è oggi essenzialmente rappresentata come piacere, bellezza e divertimento, e come misura del successo personale. Questa presentazione è però parziale, se non accompagnata da altre informazioni, che di solito nessuno dà.

La prima è che la sessualità è la più forte delle pulsioni che scuotono la psiche umana, con conseguenze decisive sull’intera vita, sia nel bene che nel male. Per questo lo sviluppo sessuale andrebbe accompagnato da un’attenta ed empatica informazione, che aiuti la persona a contenere questa pulsione e le sue manifestazioni nel quadro del rispetto della persona: la propria, e quella degli altri.

Così la spinta del giovane maschio alla conquista ed al piacere, va riconosciuta come espressione della sua forza vitale, ma insieme ricondotta all’attenzione per l’altro, la sua sensibilità ed i suoi desideri, senza la quale non è che brutalità e violenza, giustamente condannata dalla società e dalla sua legge. Ed anche la spinta ad essere ammirata e desiderata della ragazza adolescente andrebbe accompagnata con la consapevolezza della forza non sempre controllata (certo colpevolmente) del desiderio maschile, e quindi dei rischi cui va incontro.

Tutto questo attento lavoro educativo però, raramente viene svolto, sia a casa che a scuola o negli altri luoghi di formazione, e quasi sempre in modo insufficiente. È come se, un secolo dopo l’inizio della psicoanalisi e della sua scoperta della forza della pulsione sessuale, parlarne sia diventato tabù.

Certo, si parla di sesso dalla mattina alla sera, e vi si dedica gran parte del sistema delle comunicazioni, ma come se fosse solo piacere ed immagine, non anche spinta da educare e contenere; potenzialmente devastante se non ricondotta a precisi rituali di incontro e di corteggiamento (la cultura popolare del sud Italia li conosce ancora perfettamente, specialmente nei piccoli centri).

Anche le periodiche campagne contro la violenza maschile diventano retoriche se non si confrontano con cosa la origina (appunto la mancanza di una cultura sessuale profonda), e come evitarla e contenerla.

Il rumore mediatico sulla sessualità è accompagnato dal silenzio sulle sue caratteristiche meno superficiali, e quindi anche più delicate e difficili. Intanto, la sessualità spettacolo copre la distruzione della cultura sessuale che, nelle diverse classi e regioni, «amministrava» il delicato passaggio tra infanzia e adolescenza. A questa cultura ed ai suoi rituali non viene sostituito nulla, lasciando al caso (retto dalla legge del più forte) l’incontro tra adolescenti, ex bambini oggi portatori di una sessualità caotica ed esigente.

Punire lo stupro è indispensabile, ma insufficiente se non si cambia la cultura che lo promuove.