di Davide Giacalone
Tratto dal sito di Davide Giacalone

Non basta dire “digitale” per significare “migliore”, né basta comprare macchinari per dire di avere digitalizzato l’amministrazione.

Interessante il caso della giustizia, perché considerato un tabù. E’ mai possibile immaginare l’innovazione tecnologica e l’ingresso del mercato nell’amministrazione della giustizia? Difatti: nulla è più tipico della diretta azione statale, visto che l’autonomia e l’indipendenza del giudice sono beni irrinunciabili. Eppure, forme di privatizzazione della giustizia sono già abbondantemente diffuse, come, ad esempio, gli arbitrati. Ma non è su questo che attiro la vostra attenzione.

Si spende troppo per avere troppo poco. Tra il 1999 e il 2008 sono stati spesi 1, 5 miliardi di euro per digitalizzare la giustizia italiana. Nella sua relazione al Parlamento, sullo stato della giustizia nel 2011, il Ministro della Giustizia utilizza un diverso arco temporale, quello che va dal 1996 al 2007, il risultato è non meno significativo: più di 2 miliardi spesi. Dovremmo essere in grado di processare gli scippatori di Marte, in teleconferenza, invece non sappiamo neanche se un imputato ha cambiato avvocato, nottetempo. Prima lezione: se si mette il turbo digitale alla disfunzione organizzativa si ottiene un sistema turbodisfuso. Una volta informatizzati e messi in rete gli uffici, tutto dovrebbe funzionare alla perfezione, senza che giri più una carta. Ma non è così, perché il maxi investimento è stato spalmato nella babele di 1800 uffici, distribuiti in 3000 edifici, dotati di 60000 computer e assistiti da 5000 server. Seconda lezione: se digitalizzi il caos funzionale ottieni solo caos computerizzato. Ma non è finita: perché non solo gli uffici giudiziari sono assai più di quelli che ragionevolmente servono (sicché gli altri vanno chiusi), ma molti di loro hanno colpevolmente preteso di dotarsi di propri programmi e proprie ditte d’assistenza, moltiplicando tanto i costi quanto la confusione. Terza lezione: il magistrato deve essere autonomo nell’esercizio della sua funzione, ma l’organizzazione dell’ufficio deve essere centralizzata, razionalizzata e sottratta al gioco delle correnti, come a quello dei fornitori.

Il sistema giudiziario non ha bisogno di pagare un’assistenza 24 ore su 24, perché se ne lavorasse 12 saremmo già felicissimi. E qui si risparmia. Mentre i magistrati chiedono di assumere gli assistenti informatici e internalizzare i servizi, si deve andare in direzione esattamente opposta: coinvolgere i privati non solo nell’assistenza, ma nel funzionamento del servizio. La gran parte del lavoro di cancelleria, come quello di notificazione, come anche per la certificazione, potrebbe essere gestito in modo più razionale e aziendale, senza alcun pericolo per la riservatezza e la sicurezza. Risultato: migliore qualità e minori costi. Anche il mondo della giustizia diventerebbe un’occasione per creare ricchezza e introdurre innovazione, anziché bruciarla nei ritardi e bloccarla sul nascere. Non è pensabile che se spedisco un pacco in una qualsiasi parte del mondo sono costantemente aggiornato su dove si trova e quanto manca al recapito, che mi viene immediatamente notificato, e se si spedisce una comunicazione che abbia a che vedere con la giustizia parte un dissennato gioco a nascondino, di cui non so nulla fino a quando non mi ritorna una comunicazione cartacea. Anche a legislazione vigente può essere fatto molto.

Siamo in una strana condizione: abbiamo speso moltissimo e abbiamo una giustizia assai meno digitalizzata di quel che dovrebbe. Al tempo stesso, viviamo una singolare opportunità: potremmo risparmiare moltissimo e, per riuscirci, potremmo digitalizzare, razionalizzare, riorganizzare e sveltire la giustizia. Per imboccare la retta via dobbiamo uscire dall’incubo contabile: non è vero che spendendo di più si ottiene di più, non è vero che per risparmiare si debba necessariamente tagliare alla cieca. Il tema vero, quindi, non sono i talleri per un contratto, ma le riforme che sbaracchino una roba destinata a non funzionare.

Il nuovo piano straordinario serve a digitalizzare cancellerie e procedure, agganciando gli anelli mancanti e mettendo a frutto gli investimenti fatti. Ma una simile rivoluzione, per funzionare, ha bisogno anche che si cambino mentalità e procedure: a. il Consiglio Nazionale Forense continua ad essere in enorme e colpevole ritardo nella messa a disposizione degli elenchi digitalizzati degli avvocati, si dispone di quelli dei singoli ordini, ma non di quello nazionale; b. il ministero della giustizia deve tornare a svolgere il ruolo che la Costituzione gli assegna; c. la magistratura deve considerare la digitalizzazione un servizio alla giustizia e non una propria disponibilità.

Tra i magistrati e tra gli avvocati ci sono molti che sanno alla perfezione come farci uscire dal pantano. Purtroppo, fra entrambe le toghe, ce ne sono altri, solitamente i più ciarlieri e presenzialisti, che nella condizione odierna hanno trovato il loro habitat remunerativo. Non si andrà mai da nessuna parte, se non ci si decide a scegliere i primi, rispondendo a bisogni collettivi, lasciando schiamazzare i secondi, affezionati ai loro egoismi corporativi.