dal Vangelo secondo Gv 13, 1-15

Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. Poi versò dell’acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l’asciugatoio di cui si era cinto. Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi».

Il Commento di don Antonello Iapicca

Oggi Dio si inchina dinanzi a ciascuno di noi. Dio si mette ai nostri piedi. Basterebbe questo per rimanere schiantati. La nostra superbia, i giudizi, le pretese, l’ira, la maldicenza, l’arroganza, la sfrontatezza, l’onda melmosa del nostro orgoglio si infrange su quest’amore inimmaginabile. L’amore sino alla fine. Gesù è l’unico che va con noi sino in fondo, che non si ferma di fronte a nulla. Lui non lascia le cose a metà, il suo amore non si spegne, non si raffredda, non sfugge il pericolo, non rinuncia per la vergogna, non cambia per opportunismo, non esige cambiamenti e attitudini particolari, sa pazientare e attendere, guarda tutto di noi con speranza invincibile, non si aspetta contraccambio. Se ti prende per mano e ti promette di amarti sino alla fine, sarà esattamente così.

“Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni. Se dovrai attraversare le acque, sarò con te, i fiumi non ti sommergeranno; se dovrai passare in mezzo al fuoco, non ti scotterai, la fiamma non ti potrà bruciare; poiché io sono il Signore tuo Dio, il Santo di Israele, il tuo salvatore. Perché tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo. Non temere. Dirò al settentrione: Restituisci, e al mezzogiorno: Non trattenere; fa’ tornare i miei figli da lontano e le mie figlie dall’estremità della terra, quelli che portano il mio nome e che per la mia gloria ho creato e formato e anche compiuto. Fa’ uscire il popolo cieco, che pure ha occhi, i sordi che pure hanno orecchi… Voi siete i miei testimoni – oracolo del Signore – miei servi, che io mi sono scelto perché mi conosciate e crediate in me e comprendiate che sono io… Così dice il Signore che offrì una strada nel mare e un sentiero in mezzo ad acque possenti, che fece uscire carri e cavalli, esercito ed eroi insieme; essi giacciono morti: mai più si rialzeranno; si spensero come un lucignolo, sono estinti. Non ricordare più le cose passate, non pensare più alle cose antiche! Ecco, faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgerete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nella steppa.”. (Is. 43,1-7). Il Targum di Isaia aggiunge e commenta: “Nell’antichità, quando attraversaste il Mar Rosso, la mia Parola vi assisteva; il faraone e gli egiziani, che erano numerosi come le acque dei fiumi, non poterono nulla contro di voi; Neanche negli altri tempi, quando foste tra le nazioni, che erano potenti come il fuoco, queste non prevalsero contro di voi, né i regni, impetuosi come le fiamme vi distrussero… Non temere perchè sei amato davanti a me, non temere perchè la mia Parola viene in tuo aiuto… Fui Io che feci uscire il Popolo dall’Egitto, che era come un cieco anche se aveva occhi, e come un sordo anche se aveva orecchie…Voi siete i testimoni davanti a me – dice Yahwè – insieme con il mio servo il Messia nel quale mi sono compiaciuto, perchè lo riconosciate e gli siate fedeli davanti a me e comprendiate che Io sono”. Da questi testi comprendiamo come l’amore sino alla fine del Signore sia un amore incastonato nella dinamica dell’esodoun amore pasquale; l’amore che, quando ci prende, ci coinvolge in un cammino che fa della nostra vita un esodo alla scoperta di qualcosa di assolutamente nuovo, a noi sconosciuto, così bello da togliere il fiato e far dimenticare le cose passate e antiche: l’amore sino alla fine. “Egli coinvolge tutti noi, trascinandoci dentro la forza trasformatrice del suo amore al punto che, nel nostro essere con Lui, la nostra vita diventa “passaggio”, trasformazione… l’essere partecipi dell’amore eterno (della vita eterna, della speranza affidabile, della meta grande e sicura da giustificare la fatica del cammino), una condizione a cui tendiamo con l’intera nostra esistenza” (Benedetto XVI, Omelia della Santa Messa nella Cena del Signore, 20 marzo 2008].
L’amore di Gesù che percorre tutto il cammino che lo conduce sino al fondo delle nostre vite. Sino ad inginocchiarsi dinanzi ai nostri delitti, ad ogni peccato, grande o piccolo che sia, che infanga i nostri piedi. In ginocchio per perdonarci. Per lavare ogni macchia. I nemici che ci hanno resi schiavi, li vedremo morti: mai più si rialzerannoE’ nel perdono, in questo lavacro che dai piedi ci purifica sino alla fine, sino al fondo del cuore dove risiede la malizia del peccato, ì in questo amore nuovo che sorge per noi, oggi, la speranza di una vita nuova. In questo perdono possiamo cominciare un autentico esodo che dimentichi, che lasci dietro le spalle le schiavitù antiche, un cammino che guardi avanti per non ritornare a diventare, come la moglie di Lot, inanimate statue di sale bloccate e fallite. Lui è oggi prostrato davanti a noi, per lavare i nostri piedi affinchè ci facciano entrare nella Pasqua, nell’esodo che ci attende. I piedi sono immagine del nostro andare per la vita, sino a questa notte un vagare senza meta, insicuro, alla ricerca di senso e sostanza, come ciechi e sordi: “Eravate erranti come pecore ma ora siete tornati al pastore, e guardiano delle vostre anime” (1 Pt. 2,12). Lui è oggi di fronte a noi come il Buon Pastore che fascia le ferite, lava e rinfranca i nostri piedi dolenti, per prepararci e condurci al fine per cui siamo nati: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla; su pascoli erbosi mi fa riposare, ad acque tranquille mi conduce. Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino… Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me… Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; il mio calice trabocca. Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni” (cfr. Sal. 23). L’amore che ci guida ai pascoli erbosi del Paradiso, la Terra preparata quale premio di ogni fatica quotidiana, il riposo che ci attende al termine dei combattimenti del deserto. L’amore che ci porta sino alle acque del battesimo, dove rinnovare, giorno per giorno, l’alleanza con Lui. L’amore che prepara la mensa del suo corpo e del suo sangue, la fonte della vita piena che trabocca di gioia come un calice di vino squisito. Nel gesto di Gesù possiamo allora guardare con fiducia e speranza alla nostra vita: al passato nel quale Dio è stato tante volte fedele; al presente, dove si abbassa al punto di inginocchiarsi per riconsegnarci quell’amore perduto capace di rialzarci e introdurci nel cammino; al futuro, dove compirà, passo dopo passo, negli eventi che ci attendono, il suo amore infinito. Gesù, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, dopo i tanti prodigi mostrati sino ad ora, ci ama sino alla fine, oggi e sino all’eternità.
Comprendiamo allora come la sua ora, quella di passare da questo mondo al Padre, coincida con la stessa nostra ora, quella di passare dalla schiavitù del peccato e della carne, alla libertà dei figli di Dio. Con il Vangelo di oggi si inaugura la grande cena di Gesù, ed in ogni suo gesto, in ciascuna sua parola risuona il racconto dell’antico Esodo del Popolo, che, in Lui, non solo è memoriale che riattualizza gli eventi del passato, ma si compie definitivamente. E’ questo il senso più profondo dell’amore sino alla fine: l’amore manifestato nell’Esodo quale segno e memoriale per il Popolo si compie, giunge alla fine del piano di salvezza allora iniziatoIn Cristo si compie l’amore del Padre, l’Esodo trova il suo compimento.
I Rabbini hanno interpretato la parola Pesach con pe sachla bocca parla, esprimendo così l’importanza di raccontare l’evento con le parole. “Come un semplice parlare di questi grandi eventi non basta, così neanche il segno da solo è sufficiente. Unicamente l’unità tra il fatto e l’articolazione in parole del suo significato conferisce alla notte pasquale il potere di riprodurre nell’assemblea gli antichi prodigi” (Daniel Lifschitz, Le feste ebraiche – 3. Pessach – Pasqua). Con il segno della lavanda dei piedi e le parole pronunciate durante la cena Gesù obbedisce al comando di raccontare gli eventi prodigiosi dell’Esodo mostrando contemporaneamente la novità assoluta e sorprendente del suo potere di compiere le parole e i segni.
E’ questa l’esperienza che ci attende oggi, in questo Santo Giovedì. Immergerci nel mistero d’amore che il nostro cuore attende da una vita. Incontrare Colui che stiamo cercando senza posa da quando siamo nati. Lasciarci sorprendere e trafiggere dall’amore di Gesù, l’unico che ci ama sino ad inginocchiarsi dinanzi a noi. Sino a consegnare tutto di sé. Chiunque oggi si senta vuoto, solo, sfiduciato. Triste, angosciato, ribellato. Schiavo di peccati dai quali non può uscire. Chiunque di noi insomma, oggi può stupirsi di un amore mai conosciuto. Un amore che ama sino alla fine di noi stessi, sino agli angoli bui e irrisolti delle situazioni che ci tolgono pace e gioia. Sino alla fine di ogni nostro fallimento. Sino alla fine del peggior lato del nostro carattere. Sino all’ultima nostra debolezza. Sino alla fine dell’ultimo peccato inanellato. Un amore che brucia e cancella, che salva tutto quanto sembra perduto, che ricrea tutto quanto sembra morto e imputridito. Un amore che colma l’esistenza di senso e vita nuova. Un amore fatto pane, da mangiare per essere saziati. Un amore fatto vino, da bere e colmare ogni sete. Un amore che guarisce e dona pace e gioia. Un amore che stupisce e risuscita e ci sospinge nella vita ricolmi dello stesso amore, per amare, per inginocchiarci a nostra volta dinanzi a chiunque appaia nelle nostre ore mendicando esattamente quello che abbiamo mendicato noi, sino a questo giorno. L’amore di Dio in Cristo Gesù, annientatosi e fattosi servo, l’ultimo, il più piccolo di questa terra, per farci suoi fratelli, salvati, amati. Per fare della nostra vita un miracolo d’amore capaci di prendere per mano i nostri fratelli e, con loro questa generazione, ed incamminarci insieme nell’esodo che conduce al Cielo. Lavarsi i piedi gli uni gli altri è proprio questo entrare insieme, riconciliati, perdonati, amati, nel grande cammino di liberazione che inaugura la Pasqua.
Gesù è innamorato, di me e di te, e non vi è altra spiegazione che il suo amore. Oggi è il giorno per contemplare questo amore. Le parole resterebbero sempre incapaci di descriverlo, come dice il Cantico dei Cantici: “forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma del Signore! Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo. Se uno desse tutte le ricchezze della sua casa in cambio dell’amore, non ne avrebbe che dispregio” (Ct. 8,6-7). Il suo amore sino alla fine è da accogliere, umilmente; nulla possiamo dare per averlo, nulla neanche in contraccambio. Il suo amore disintegra l’orgoglio di Pietro, il nostro orgoglio, incapace di ricevere un dono così sconvolgente. Oggi Gesù depone le sue vesti, offre la sua vita secondo il verbo usato da Giovanni. Oggi Gesù getta via la sua dignità, quasi dimentica d’essere Dio per farsi uno con ciascuno di noi, per raggiungerci laddove siamo caduti. Nudo per rivestirci della sua dignità. “Ti sei donato a me senza riserve, pieno di soavità hai fatto piccola la tua grandezza; così che non tremassi nel vederti, nell’aspetto pure come me perchè potessi riceverti” (Ode VII di Salomone). Lasciarsi amare, lasciarsi lavare i piedi da Gesù, è questa la porta che apre alla felicità piena, che nessuno potrà rubarci.
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