di Don Antonello Iapicca

Lc 9, 22-25

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo  deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno» .
E a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.
Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà.
Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?».

IL COMMENTO

Il nostro cammino quotidiano è guidato da un imperativo categorico che sentiamo graffiare il cuore, la mente, la lingua e le mani, un’irrefrenabile esigenza di autoaffermazione. Esso si manifesta nelle forme più varie, cangianti con le varietà dei caratteri, ma tradisce sempre e comunque un’ansia irrefrenabile di essere. Per qualcuno, per sé stessi. E, immancabilmente, alla fine del cammino, una solitudine sconfinata, il prezzo del fallimento. Autoaffermazioni in collisione. Impossibile, per chiunque, foss’anche il più intelligente e il più potente, non soccombere. Tutti contro tutti al lotto dell’autoaffermazione.

Ed è quaresima. Il cammino al Golgota e alla risurrezione. E c’è Lui, il Messia, l’Uomo veramente affermato, che, paradossalmente, DEVE incamminarsi verso il patibolo. DEVE -è il Suo l’imperativo categorico- prendere il rifiuto, l’annichilimento, la totale cancellazione del Suo essere. In una parola, riprovato. Il verbo utilizzato nell’originale greco, apodokimazo, ci aiuta a comprendere. Esso deriva da dokimos, che significa fidato, attendibile, provato, e, come termine tecnico, indica una moneta autentica, circolabile, o anche persone cui è tributato comune riconoscimento. Nella traduzione della Bibbia greca della LXX il termine era usato esclusivamente per qualificare le monete valide. Il verbo che ne deriva, dokimazo traduce l’ebraico bakhan = provare con il crogiuolo. Così il testo evangelico si illumina: Gesù è dovuto passare per il crogiuolo del Sinedrio, ed è stato riprovato. Lui non era la moneta autentica di cui gli anziani, i sommi sacerdoti e gli scribi avevano bisogno. Essi “rappresentano l’avere, il potere e il sapere. La ricchezza, la vanagloria e la superbia, strette parenti delle tre concupiscenze di 1 Gv. 2,16, sono le tre maschere del nemico, e le tre apparenze del frutto di Gen. 3,6: buono, bello e desiderabile” (S. Fausti, Una comunità legge il vangelo di Luca, Milano 1994, pag. 300). Il demonio dunque ha rigettato Gesù, perchè Gesù lo aveva rigettato per tre volte nel deserto. Bisognava che satana gettasse fuori il Figlio dell’uomo. Quella moneta non gli apparteneva. Lui era la moneta del Padre Suo, gettata nel mondo per pagare il riscatto per la libertà d’ogni uomo imprigionato nei lacci della morte. Nel crogiuolo del Sinedrio allora, nell’apparente fuoco di satana, bruciavano le vampe gelose di Dio. Il nemico rigettava Cristo, il Padre accoglieva noi. Satana e i suoi emissari inchiodavano alla croce il Figlio, e il Padre ne accettava il sacrificio. Moneta rigettata dal nemico, pagava il riscatto per tutti. Doveva, per amore.

Quella moneta, disprezzata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, ci ha salvati. Ci ha riconsegnati alla nostra autentica identità. La Sua croce ha riportato alla luce l’immagine e l’iscrizione che portiamo impresse. Esse sono quelle delle monete del Padre che ci ha creati a Sua immagine e somiglianza. Siamo infatti venuti al mondo per essere monete autentiche, immagini fedeli dell’amore di Dio. Come figli nel Figlio, anche noi siamo monete gettate nel mondo per riscattare il mondo. La vita ci è data infatti per essere consegnata a questa generazione, come un dono d’amore del Padre per ogni uomo.

Comprendiamo allora il cammino che questa quaresima ci pone innanzi. Rinnegare noi stessi. Dire no a satana, difendere l’immagine e l’iscrizione che portiamo scolpite. “Ogni giorno, ma particolarmente in Quaresima, il cristiano deve affrontare una lotta, come quella che Cristo ha sostenuto nel deserto di Giuda, dove per quaranta giorni fu tentato dal diavolo, e poi nel Getsemani, quando respinse l’estrema tentazione accettando fino in fondo la volontà del Padre. Si tratta di una battaglia spirituale, che è diretta contro il peccato e, ultimamente, contro satana, “origine e causa di ogni peccato” (Rito del Battesimo, Professione di fede). E’ una lotta che investe l’intera persona e richiede un’attenta e costante vigilanza. Osserva sant’Agostino che chi vuole camminare nell’amore di Dio e nella sua misericordia non può accontentarsi di liberarsi dai peccati gravi e mortali, ma “opera la verità riconoscendo anche i peccati che si considerano meno gravi… e viene alla luce compiendo opere degne. Anche i peccati meno gravi, se trascurati, proliferano e producono la morte” (In Io. evang. 12,13,35)” (Omelia pronunciata da Benedetto XVI durante la Santa Messa del mercoledì delle Ceneri, celebrata nella basilica di Santa Sabina, 1 marzo 2006). Dire no, in ogni istante, di ogni giorno. Prendere la croce, ogni evento, parola, persona che ci inchioda alla volontà di Dio, all’immagine che Gesù ha cesellato in ciascuno di noi. Dire no a quanto in noi è di scandalo a quest’immagine, attraverso i chiodi della croce di ogni giorno, che potano, recidono, passano al crogiuolo tutto quanto vi è di inautentico.

Perdere la vita che ci ha condotto alla morte, e ricevere in cambio la vera Vita, l’eterno esistere nell’eterno Essere. Seguire il Signore nella sua umiliazione per essere partecipi della sua resurrezione. Il crogiuolo della Passione lo ha infatti proclamato Kyrios-Signore proprio perchè il fuoco della Croce ne ha rivelato il valore; rinnegato e rinnegatosi perchè il Padre lo AFFERMI davanti a tutti. Per la salvezza di tutti. Ecco il cammino per noi, spogliarsi per rivestirsi, perdere per trovare, rinnegarsi per vedersi affermati. Così Gesù ci ha tracciato il cammino, e schiude dinnanzi a noi la rotta di questa quaresima, paradigma delle nostre esistenze: RINNEGARE SE STESSI, prendere la CROCE ogni giorno e seguirlo. Ciò significa, probabilmente, perdere ogni partita, restare sconfitti e abbandonati; si, proprio così, disprezzati e umiliati, senza un briciolo di vita carnale per essere ricolmi di Vita Celeste. Il cammino che realizza in ciascuno di noi il Mistero Pasquale ad ogni passo quaresimale, in ogni istante della nostra vita, e imparare a varcare il mistero d’una morte che apre alla vita. E’ questo il segreto e l’elisir di lunga vita. Una vita immortale. Perder tutto per ricevere tutto. Il suo perdono ci strappa dalla schiavitù del dover essere, annulla la condanna all’autoaffermazione, e ci dona la Grazia di camminare in una nuova vita, dove poter sperimentare che è vero, che proprio morendo si risuscita a Vita eterna: oggi e ogni giorno sino al Giorno eterno, l’alba che non conoscerà tramonto.

Commento al Vangelo di :

Liturgia orientale
Ufficio dell’Esaltazione della Santa Croce

« Prenda la sua croce e mi segua »

Salve, croce vivificante, trofeo invincibile della pietà, porta del Paradiso, conforto dei credenti, baluardo della Chiesa. Da te la corruzione è stata annientata, la potenza della morte è stata inghiottita ed abolita, e noi siamo stati innalzati dalla terra alle cose celesti. Sei l’arma invicibile, l’avversario dei demoni, la gloria dei martiri, il vero ornamento dei santi, la porta della salvezza…

Salve, croce del Signore, per mezzo tuo l’umanità è stata liberata dalla maledizione. Tu sei il segno della vera gioia; quando sei elevata, spezzi contro terra i nostri nemici. Ti veneriamo, sei il nostro soccorso, la forza dei re, la fermezza dei giusti, la dignità dei peccatori…

Salve, croce preziosa, guida dei ciechi, medico dei malati, risurrezione di tutti i morti. Ci ha rialzati mentre eravamo caduti nella sozzura. Per mezzo tuo è stato messo fine alla corruzione e l’immortalità è fiorita; per mezzo tuo noi mortali siamo stati divinizzati, e il demonio è stato completamente schiacciato…

O Cristo, la tua croce è preziosa, la veneriamo oggi con le nostre labbra indegne, noi che siamo peccatori. Noi cantiamo te che hai voluto esservi legato; e a te gridiamo come il buon ladrone: “Rendici degni del tuo Regno!”