Dal Vangelo secondo Luca 21, 20-28

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, allora sappiate che la sua devastazione è vicina. Allora coloro che si trovano nella Giudea fuggano verso i monti, coloro che sono dentro la città se ne allontanino, e quelli che stanno in campagna non tornino in città; quelli infatti saranno giorni di vendetta, affinché tutto ciò che è stato scritto si compia. In quei giorni guai alle donne che sono incinte e a quelle che allattano, perché vi sarà grande calamità nel paese e ira contro questo popolo. Cadranno a fil di spada e saranno condotti prigionieri in tutte le nazioni; Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani non siano compiuti.
Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina».

Il commento di don Antonello Iapicca

Ci aspettano “giorni di vendetta” dove esploderà l’ “ira” di Dio, che in ebraico indica anche lo zelo e la gelosia, l’amore ardente di Dio che non può rassegnarsi nel vedere i suoi figli incapaci di accogliere il Messia, perduti a inseguire idoli falsi e vani. Tutto ciò che Gesù profetizza e accadrà è il segno della sua misericordia che offre sino all’ultimo, in mille modi diversi, anche attraverso le drammatiche conseguenze dei peccati, l’occasione per riconoscere nel suo Figlio il Messia. Se proprio Gerusalemme, il luogo che Dio ha scelto per sua dimora, con il suo Tempio e le sue liturgie è incapace di accogliere il Signore, essa “sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti” e il “Popolo”, purificato nell’ “ira” ardente d’amore, saprà finalmente riconoscere il Messia. Allo stesso modo, se li abbiamo convertiti in idoli che ci impediscono di aprirci a Cristo, anche i luoghi che ci sono più cari e familiari, persino quelli che Dio aveva benedetto per incontrarsi con noi, saranno ridotti ad un cumulo di macerie “perché tutto ciò che il Padre ha scritto di noi si compia”, e ci convertiamo alla sua volontà. Per questo, quando in famiglia, sul lavoro, nella stessa nostra povera Chiesa, accadranno “tutte queste cose”, sarà importante comprendere l’urgenza del momento favorevole; “quando sono scosse le fondamenta” della vita, imitando il “giusto” del salmo che sa riconoscere la visita del Signore e per questo “fugge come un passero verso il monte”, siamo chiamati anche noi a non indugiare nella conversione, e non “tornare nella città” per rimettere insieme i cocci degli errori passati e salvare il salvabile. “In quei momenti”, infatti, prorompe la voce del Signore che ci ordina di “risuscitare”, secondo l’originale greco tradotto con “alzate gli occhi” e “sollevate il capo”. La passione di Cristo per ogni uomo, che precede sempre e di nuovo la risurrezione, viene a salvarci “sconvolgendo” addirittura il corso della natura con “segni nel sole, nella luna e nelle stelle”, e verga amori, lavoro, studio con le stigmate del suo amore. Se si ode oggi nella nostra vita “il fragore del mare e dei flutti”, è il segno che Gesù viene a purificarci “sulla nube” della sua shekinà ; con la “Gloria e la Potenza” della Croce gloriosa viene per “condurre prigioniero” il nostro uomo vecchio e farlo “cadere a fil di spada”: dalle ceneri della carne Egli saprà trarre un cuore capace di amare davvero.

Così, mentre “gli uomini muoiono di paura” di fronte ai cataclismi, alle crisi economiche, alle malattie, alle conseguenze del peccato che ha voluto cancellare Dio, noi restiamo saldi nel suo amore. Dove il mondo vede morte e “calamità”, gli occhi dei cristiani sanno riconoscere la passione di Cristo nella passione del mondo. “Guarderanno a Colui che hanno trafitto”: nella distruzione del mondo riconoscono impresse le piaghe di Gesù. Siamo le su avanguardie tra le macerie della società, i segni della sua gloriosa potenza: proprio dove tutto cade, il Signore ci “solleva” in una vita nuova. La missione profetica della Chiesa è sperare laddove tutti disperano, puntando il cielo mentre vi è “sulla terra angoscia di popoli in ansia”. Il sostantivo “synochē”, tradotto con “angoscia”, significa letteralmente “costrizione”, e nella versione greca della Bibbia è usato a proposito di un “assedio”. L'”aporia”, tradotto con “ansia”, rimanda a un passaggio impraticabile, una strada senza uscita: “l’aporia è la difficoltà irrisolvibile, l’ impasse logica … nella quale la realtà che si mostra nell’esperienza entra in conflitto con la realtà mostrata dalla logica” (Dizionario filosofico). Quante volte la logica dei nostri ragionamenti entra in conflitto con l’evidenza amara della realtà! E così nel mondo, dove la logica di teorie politiche e sistemi ideologici non regge l’urto con il peccato che “costringe” la storia in un “assedio” mortale. Nell’aporia della vita siamo chiamati ad “alzare la testa” per mostrare ad ogni uomo la Verità che supera ogni contraddizione, perché tutte le assume nell’unica logica possibile, quella dell’amore che pone fine al male prendendolo su di sé per bruciarlo nell’ “ira” di un cuore ardente di gelosia.

APPROFONDIMENTI

Giuseppe Ricciotti. La distruzione di Gerusalemme dell’anno 70