vangelo Lc 13, 31-35

In quel giorno si avvicinarono alcuni farisei a dirgli: «Parti e vattene via di qui, perché Erode ti vuole uccidere». 
Egli rispose: «Andate a dire a quella volpe: Ecco, io scaccio i demòni e compio guarigioni oggi e domani; e il terzo giorno avrò finito. Però è necessario che oggi, domani e il giorno seguente io vada per la mia strada, perché non è possibile che un profeta muoia fuori di Gerusalemme. 
Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto! Ecco, la vostra casa vi viene lasciata deserta! Vi dico infatti che non mi vedrete più fino al tempo in cui direte: Benedetto colui che viene nel nome del Signore!».

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Gesù deve andare per la sua strada. Nulla e nessuno potrà fermarlo. La sua missione esige radicalità. La consapevolezza dell’opera da compiere lo rende forte e audace. Non saranno le minacce di morte che lo distoglieranno dal compiere il mandato ricevuto dal Padre. L‘autenticità della profezia si rivela nella fermezza e nella parresia del profeta. La missione di Gesù è il compimento di quella affidata a Giosuè; in ebraico il nome “Giosuè” (yehosu‘a), infatti, è una forma antica del nome “Gesù” (yesu‘a). Giosuè doveva guidare il popolo alla conquista della terra promessa, combattendo gli abitanti di Canaan; Gesù dovrà scacciare i demoni per introdurre gli uomini nel Regno di Dio: “E’ lui infatti che dopo la morte di Mosè ha assunto il comando, è lui che ha condotto l’esercito e ha combattuto contro Amalec; e ciò che era adombrato dalle braccia distese sul monte egli lo ha realizzato inchiodando alla croce i principi e le potenze sulle quali egli, in se stesso, trionfa” ((Origene, Omelie su Giosuè, I, 3). Il Signore invia Giosuè infondendogli coraggio: “Sii coraggioso e forte, poiché tu dovrai mettere questo popolo in possesso della terra che ho giurato ai loro padri di dare loro. Solo sii forte e molto coraggioso, cercando di agire secondo tutta la legge che ti ha prescritta Mosè, mio servo. Non deviare da essa né a destra né a sinistra, perché tu abbia successo in qualunque tua impresa. Non si allontani dalla tua bocca il libro di questa legge, ma mèditalo giorno e notte, perché tu cerchi di agire secondo quanto vi è scritto; poiché allora tu porterai a buon fine le tue imprese e avrai successo. Non ti ho io comandato: Sii forte e coraggioso? Non temere dunque e non spaventarti, perché è con te il Signore tuo Dio, dovunque tu vada… Allora Giosuè comandò agli scribi del popolo: «Passate in mezzo all’accampamento e comandate al popolo: Fatevi provviste di viveri, poiché fra tre giorni voi passerete questo Giordano, per andare ad occupare il paese che il Signore vostro Dio vi dà in possesso»” (Gs. 1, 3 ss.).

Gesù fa sue le parole rivolte a Giosuè, e con coraggio si dirige a Gerusalemme: sa di non essere solo, il Padre è sempre con Lui perchè Egli compie sempre la sua volontà, non devia da essa né a destra né a sinistra; Gesù medita giorno e notte la Scrittura, dirige su di essa i suoi passi, la incarna e la compie in ogni istante, è sempre presente sulle sue labbra. Per questo non teme e non si spaventa: raccoglie i suoi discepoli, consegna se stesso come provvista, annunciandogli il mistero che lo attende, la morte e la risurrezione che avverrà dopo tre giorni; allora passeranno finalmente il Giordano della paura, per andare ad annunciare il Vangelo e occupare il paese soggiogato da satana che il Signore dà loro in possesso sino ai confini della terra. Gesù va per la sua strada: è la profezia che stana e scaccia i demoni. E’ la verità che fa liberi. Il programma di Gesù è semplice: ha davanti a sé un tempo limitato, due giorni, che lo prepara al compimento dell’opera nel terzo giorno. La missione di Gesù è dunque riassunta nei tre giorni del suo mistero pasquale: è questo il tempo di Dio. Ogni missione profetica segue lo stesso schema: annuncio, processo, rifiuto, passione, croce, sepolcro e risurrezione. Questo significa che ogni profezia deve passare per il crogiuolo, per il sacrificio dell’agnello. Solo così essa potrà mostrare la sua autenticità, la verità capace di liberare davvero. Gesù lo sapeva e per questo non temeva di dirigersi a Gerusalemme, il luogo dove la Pasqua doveva essere celebrata, come non era possibile che un profeta morisse fuori da Gerusalemme.
Ogni profezia infatti annuncia la Pasqua, rivelando, negli eventi della storia, la sapienza della Croce: essa distrugge ogni falsa sapienza, l’astuzia di Erode la volpe, l’ipocrisia dei farisei. Per questo, ogni criterio che induce a fuggire dalla croce è figlio di satana. Occorre coraggio per vivere ogni giorno il ministero profetico che ci è assegnato, senza scappare. Il coraggio che scaturisce dalla fede; dubitare è spegnere la profezia e sbiadire la vita. Dio ci ha chiamato per compiere la stessa opera di Giosuè e di Gesù: tre giorni per condurre questa generazione al di là del Giordano. Non siamo soli, Lui è con noi; unica condizione è meditare giorno e notte la Scrittura, essere uniti a Cristo, lasciare che sia Lui ad operare in noi. Ci attende Gerusalemme, il rifiuto e la morte: non è possibile che la storia di ogni giorno non ci conduca alla moglie, al marito, ai colleghi, al loro rifiuto; è così che, attraverso di noi, il Signore può raggiungerli e salvarli. Non è possibile morire fuori dalla storia, perchè l’autenticità della nostra vita sia provata, e divenga profezia di salvezza per coloro ai quali siamo inviati.
Il rifiuto della profezia genera solitudine e morte, il destino della casa di Gerusalemme. Ma, misteriosamente, anche questo è necessario: per essere scacciato, satana deve venire alla luce. In Gerusalemme sono coagulati il disprezzo, il rifiuto, i peccati di ogni generazione. “La tradizione ebraica associava alla città santa la creazione di Adamo e al monte Moria il sacrificio di Isacco. Lì, il nuovo Adamo sarebbe stato anch’egli tentato, e, come Isacco, sarebbe stato legato. L’intera storia biblica doveva essere ricapitolata e ricuperata alla radice” (F. Manns, Ecce Homo). Gesù deve affrontare il rifiuto della “Gerusalemme di quaggiù, schiava insieme con i suoi figli”, per dischiudere le porte della “Gerusalemme di lassù, libera che è la nostra madre” (Gal. 4,25-26). Scriveva S. Ireneo che le cose “non sono create per se stesse, ma per il frutto che cresce in esse”. E come per il frutto l’acino e il grano persistono mentre spariscono la resta e il graspo, così Gerusalemme, “che in sé portava il giogo della schiavitù”, viene soggiogata per lasciare posto alla Gerusalemme libera. Ad essa vengono condotti tutti quelli che, disseminati nel mondo intero, possono portare frutti”  (S. Ireneo, Adv. Haer.). Il rifiuto del Messia inaugurerà l’era della nuova Gerusalemme, nella quale ogni profezia su di essa troverà compimento. Il rifiuto e la condanna trascineranno la carne del Signore nella tomba, e la stessa casa di Gerusalemme diverrà un sepolcro deserto. Ma proprio questo passaggio segnerà l’aurora gloriosa del Benedetto che viene nel nome del Signore; la sua vittoria sarà la pace. Secondo un’etimologia popolare Gerusalemme era interpretata come “visione della pace”. Questa visione sarà compiuta quando i discepoli rivedranno il Maestro risorto al terzo giorno: “Pace a voi!”. E’ Gesù stesso, il Tempio ricostruito in tre giorni, la visione della pace, la nuova Gerusalemme i cui figli sono raccolti come una covata sotto le ali della chioccia.
Per questo è necessario che Gesù si diriga oggi alla nostra vita, per far luce e smascherare i nostri peccati. La sua strada siamo noi che, come Gerusalemme, rifiutiamo la profezia e il Profeta. I passi di Gesù ci cercano anche oggi in un desiderio ardente di far pasqua con noi, di amarci, di perdonarci. I suoi passi cercano i nostri peccati. S. Girolamo si converte e per far penitenza dei suoi peccati rimane a Betlemme per ben 35 anni, in una spelonca accanto alla grotta della Natività, pregando, studiando e traducendo in latino la Bibbia. In una notte di Natale gli appare Gesù Bambino che gli chiede: “Non hai niente da darmi nel giorno della mia Nascita? Il Santo gli risponde: Ti do il mio cuore! – Va bene, ma desidero ancora qualche altra cosa. – Ti do le mie preghiere! Va bene; ma voglio qualche cosa di più, insisteva Gesù. – Non ho più niente, che vuoi che ti dia? – Dammi i tuoi peccati, o Girolamo, rispose Gesù Bambino, perché io possa avere la gioia di perdonarli ancora”. Troppe volte abbiamo visto la nostra casa deserta, la famiglia dispersa e incapace di perdonarsi. Troppe volte abbiamo rifiutato la profezia che ci avrebbe resi liberi, trattenendo e difendendo i nostri peccati. Oggi il Signore ci viene a prendere sotto le sue ali, per farci sperimentare il potere del suo amore. Oggi possiamo incontrarlo di nuovo, vittorioso su ogni nostro peccato, e accoglierlo abbandonandoci nell’umile fede di chi, dal fondo del suo deserto, riconosce in Gesù la benedizione inviata dal Padre.

Giuliana di Norwich (tra 1342-1430 cc), reclusa inglese
Le Rivelazioni del Divino Amore, cap. 31

« Quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli »

La sete spirituale di Cristo finirà. Ecco la sete : il suo intenso desiderio di amore verso di noi che durerà fino a quando ne saremo testimoni al giudizio universale. Perché gli eletti, che saranno la gioia e la felicità di Gesù per l’eternità, sono ancora, in parte, qui giù e, dopo di noi, ce ne saranno altri fino all’ultimo giorno. La sua ardente  sete è di averci tutti in Lui, per la sua più grande felicità – è quello che mi sembra, almeno…

In qualità di Dio, Egli è la beatitudine perfetta, felicità infinita che non potrebbe né aumentare né diminuire… Ma la fede c’insegna che, per la sua umanità, ha voluto subire la Passione, soffrire ogni tipo di dolore e morire per amore per noi e per la nostra felicità eterna… Come Egli è la nostra Testa, Cristo è glorificato e non può più soffrire; ma poiché è anche il Corpo che unisce tutti i suoi membri (Ef 1,23), non è ancora del tutto glorioso e impassibile. È per questa ragione che egli prova sempre questo desiderio e questa sete, che risentiva sulla croce (Gv 19,28), e che erano, mi sembra, in lui dall’eternità. Così è ora e così lo sarà fino a quando l’ultima anima salvata sarà entrata in questa beatitudine.

Sì, come è vero che in Dio c’è la misericordia e la pietà, così c’è in lui anche la sete e questo desiderio. In virtù di questo desiderio che è in Cristo, anche noi lo desideriamo : diversamente nessuna anima andrebbe in Cielo. Questo desiderio e questa sete provengono, credo, dalla bontà infinita di Dio, come la sua misericordia…; e questa sete durerà in Lui, fino a quando saremo nel bisogno, attirandoci alla sua beatitudine.

Origene. La Gerusalemme terrena e la Gerusalemme celeste

“era dunque nei cieli una realtà (veritas) e sulla terra la sua ombra e la sua
imitazione (exemplar et umbram). E finché sulla terra esisteva quest’ombra
c’era una Gerusalemme terrena (Hierusalem terrestris)… Ma quando con la
venuta del Salvatore nostro Dio … vennero a cadere l’ombra e l’imitazione
(umbra et exemplaria ceciderunt). Gerusalemme è crollata (cecidit enim
Hierusalem)… sicché ormai il luogo in cui si deve adorare non è più sul monte
Garizim, né a Gerusalemme (segue citazione di Lc 4,21-23; necque in Hierosolymis sit locus)… Se dunque, giudeo, quando vieni a Gerusalemme, città
terrena (ad Hierusalem civitatem terrenam), e la troverai abbattuta, ridotta in
cenere e polvere, non piangere… ma al posto della città terrena cerca quella
celeste. Guarda in alto e vi troverai «la Gerusalemme celeste (Hi e rusal em
coelestem) che è madre di tutti» (cf. Gal 4,26).  (Origene, In Jos. XVII,1)