di Don Antonello Iapicca
Vangelo Lc 11,47-54

In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. Così voi date la testimonianza e approvazione alle opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite loro i sepolcri.
Per questo la sapienza di Dio ha detto: Manderò a loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno; perché sia chiesto conto a questa generazione del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo, dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccarìa, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione.
Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito».
Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo ostilmente e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.

IL COMMENTO
Le parole del Vangelo di oggi chiudono il discorso tenuto nella casa del fariseo e che ha avuto origine dalla sua meraviglia di fronte alla novità di Gesù. Il non lavarsi le mani è stato un atto profetico nella linea di tutti i profeti dell’Antico Testamento. Con quel segno non ha voluto condannare il precetto, ma si è offerto come uno specchio nel quale farisei e dottori della Legge potevano guardare la propria immagine autentica: sono loro quelli che, in realtà, non si lavano le mani; Gesù non fa altro che mostrare e annunciare profeticamente la verità che si nasconde nella realtà che appare. Il precetto compiuto non esprime un contenuto adeguato: si purifica l’esterno mentre il cuore resta pieno di impurità; si pagano le decime di tutti gli ortaggi e si trascurano giustizia e amore. Soprattutto, si disprezza e respinge il profeta che annuncia la verità capace di aprire la strada alla conversione. Da allora infatti scribi e farisei si mettono alla caccia di Gesù, che si concluderà nell’uccisione del Profeta.

Si comprendono allora le parole durissime del Signore: la generazione che rifiuta Gesù è quella cui verrà chiesto conto del sangue di ogni profeta e di ogni giusto, perchè ha rifiutato il Profeta annunciato da Mosè; con Lui è giunta la pienezza dei tempi, il compimento di ogni profezia, il culmine della storia d’amore di Dio con il suo popolo. E’ la generazione della quale siamo tutti figli, perchè tutti siamo contemporanei di Gesù. Le sue parole giungono oggi alla nostra vita, scuotono la Chiesa, ci chiamano a conversione. I farisei e i dottori della Legge godevano di grande prestigio, erano le guide spirituali del popolo, detenevano il potere. Insegnavano nella “casa della conoscenza”, la casa dello studio, dove erano chiamati a dare sapore alla Torah, ad attualizzarla perchè Israele potesse accoglierla e vivere alla sua luce. Avevano le chiavi di questa casa – le chiavi della scienza – ma se ne sono appropriati chiudendo la porta della conoscenza a se stessi e a quanti la desideravano. Avevano chiuso la porta alla profezia e al Profeta.

La Chiesa che smarrisce o rifiuta la profezia è come il sale che ha perduto il sapore: “I discepoli del Signore sono chiamati a donare nuovo “sapore” al mondo, e a preservarlo dalla corruzione” (Benedetto XVI, Angelus del 6 febbraio 2011). Ma quando il sale perde il sapore è il mondo a dare il suo veleno alla Chiesa corrompendola. E’ quello che succede quando l’Istituzione si chiude in se stessa e non lascia varchi all’irrompere dello Spirito. Come i farisei e i dottori hanno fatto con Gesù. “La Chiesa è fondata sugli apostoli e sui profeti. I profeti della Chiesa primitiva si organizzavano come membri di un collegio. Più tardi il collegio dei profeti si dissolse, e questo certamente non a caso, poiché l’Antico Testamento ci dimostra che la funzione del profeta non può essere istituzionalizzata, dato che la critica dei profeti non è diretta solo contro i preti, si dirige anche contro i profeti istituzionalizzati, perché Dio trova, per così dire, più margine di manovra e più ampio spazio per agire presso i primi, presso i quali può intervenire e prendere iniziative liberamente, cosa che non potrebbe fare invece con una forma di profezia di tipo istituzionalizzato. Come gli stessi apostoli erano a loro modo anche profeti, così bisogna riconoscere che nel collegio apostolico istituzionalizzato esiste pur sempre un carattere profetico. Così la Chiesa affronta le sfide che le sono proprie grazie allo Spirito Santo che, nei momenti cruciali, apre le una porta per intervenirePotremmo citare i nomi di grandi personaggi della Chiesa che sono stati anche figure profetiche in quanto hanno saputo tenere aperta la porta allo Spirito Santo. Solo agendo così essi hanno saputo esercitare il potere in modo profetico. Per quanto riguarda i profeti indipendenti, cioè non istituzionalizzati, occorre ricordare che Dio si riserva la libertà, attraverso i carismi, di intervenire direttamente nella sua Chiesa per risvegliarla, avvertirla, promuoverla e santificarla. Essi sorgono sempre nei momenti più critici e decisivi nella storia della Chiesa. Così facendo hanno ridato alla Chiesa il suo vero aspetto, quello di una Chiesa animata dallo Spirito Santo e condotta dal Cristo stesso” (J. Ratzinger).

Chiudere la porta alla profezia, all’interno dell’Istituzione come all’esterno, rifiutare i  carismi, significa chiudere la porta della salvezza e della felicità a noi stessi e a quanti, piccoli, poveri e peccatori, attendono fuori della casa della Conoscenza, la Chiesa eletta da Dio perchè accolga come una madre anche il più grande peccatore. Peggio, significa rifiutare Cristo: così la Chiesa cessa di essere quello che è riducendosi ad un’istituzione umana governata da criteri mondani, che si specchia in se stessa nel timore di guardarsi nel suo Sposo e convertirsi. Ed è quello che succede alla nostra vita, non lontana da quella dei  farisei e dei dottori della Legge: la perversione di appropriarci del tesoro che ci è affidato e sul quale abbiamo autorità: i figli, il matrimonio, il lavoro, gli affetti, e la Grazia. Guai a voi ci dice dunque il Signore, che rifiutate il soffio dello Spirito, i profeti e gli apostoli inviati per strapparci dalla menzogna. Quanti sepolcri abbiamo aperto alla profezia che è sempre amore vero, quello che non fa sconti al peccato ma ha misericordia del peccatore.

Ma è Lui, il Signore Gesù, che ha cercato e raccolto la chiave. In Lui la chiave della Scienza è divenuta la Croce, la profezia rigettata perchè la menzogna non può accogliere la verità.   In Lui e’ svelata ogni scienza, quella sublime dell’amore che riscatta e trasforma una vita schiacciata nell’egoismo e nella ricerca di sé, in un dono totale. La Croce è la chiave che apre il cuore indurito e chiuso nell’orgoglio, che scioglie le catene della paura e della menzogna. La chiave consegnata a Pietro, per aprire e chiudere, legare e sciogliere, in terra ed in Cielo. La chiave consegnata alla Chiesa perchè, mossa dallo Spirito profetico,  conduca le generazioni ad entrare nella casa eterna di Dio: la Croce gloriosa di Cristo che penetra tutto e indica il cammino alla Verità.

Baldovino di Ford ( ?-circa 1190), abate cistercense, poi vescovo
Sul Sacramento dell’altare, II,1 ; SC 93, 169

« Gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo ostilmente»

Coloro che hanno versato il sangue di Cristo non l’hanno fatto allo scopo di cancellare i peccati del mondo… Inconsapevolmente però hanno servito il disegno della salvezza. La salvezza del mondo, che avrebbe seguito, non dipendeva dal loro potere, né dalla loro volontà, né dalla loro intenzione, né dal loro agire, bensì è venuta dalla potenza, dalla volontà, dall’intenzione, dall’agire di Dio. In quell’effusione di sangue infatti, non era all’opera solamente l’odio dei persecutori, ma anche l’amore del Salvatore. L’odio ha fatto la sua opera di odio, l’amore ha fatto la sua opera di amore. Non l’odio, bensì l’amore ha operato la salvezza.

Versando il sangue di Cristo, l’odio ha riversato se stesso, perché fossero «svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,35). Anche l’amore, spargendo il sangue di Cristo, spargeva se stesso, perché l’uomo sapesse quanto Dio lo ama: «Egli non ha risparmiato il proprio Figlio» (Rm 8,32). «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv 3,16).

Questo Figlio unigenito è stato offerto, non perché i suoi nemici avessero prevalso, bensì perché lui in prima persona l’ha voluto. «Dopo aver amato i suoi, li amò sino alla fine» (Gv 13,1). La fine, è la morte accettata per coloro che egli ama: ecco la fine di ogni perfezione, la fine dell’amore perfetto. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15,13).