dal vangelo secondo Lc 11,47-54

In quel tempo, il Signore disse: «Guai a voi, che costruite i sepolcri dei profeti, e i vostri padri li hanno uccisi. Così voi date la testimonianza e approvazione alle opere dei vostri padri: essi li uccisero e voi costruite loro i sepolcri.
Per questo la sapienza di Dio ha detto: Manderò a loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno; perché sia chiesto conto a questa generazione del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo, dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccarìa, che fu ucciso tra l’altare e il santuario. Sì, vi dico, ne sarà chiesto conto a questa generazione.
Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito».
Quando fu uscito di là, gli scribi e i farisei cominciarono a trattarlo ostilmente e a farlo parlare su molti argomenti, tendendogli insidie, per sorprenderlo in qualche parola uscita dalla sua stessa bocca.

Il commento di don Antonello Iapicca
 
A noi, a me e a te che siamo figli di questa generazione, figli della Chiesa di questo tempo concreto, “sarà chiesto conto del sangue di tutti i profeti, versato fin dall’inizio del mondo, dal sangue di Abele fino al sangue di Zaccarìa, che fu ucciso tra l’altare e il santuario”. Quanti profeti ci sono stati inviati? Quante persone ci hanno annunciato il Vangelo? Quante occasioni per ascoltare e convertirci? E’ bene fare memoria della storia d’amore intessuta dal Signore per noi. E perché noi? Perché Israele e non l’Egitto? Perché tu e non tua cugina? Perché nel mistero del’elezione, tu ed io fossimo il segno di Dio deposto dinanzi agli occhi di chi ci è accanto; un segno di contraddizione capace di annunciare la novità radicale del Vangelo, l’amore impensabile che vuole raggiungere ogni uomo. “Per questo la sapienza di Dio ha detto: Manderò a loro profeti e apostoli ed essi li uccideranno e perseguiteranno”: per chiedere conto a noi di tutta la storia che ci ha preceduti. Che ingiustizia potremmo pensare, vero? Che c’entriamo noi? E invece c’entriamo eccome! Innanzi tutto perché, come gli scribi e i farisei contemporanei di Gesù, ci crediamo anche noi migliori di molti, forse di tutti. Certamente dei pedofili e degli assassini che riempiono i telegiornali. Anche dei profeti ai quali non abbiamo creduto e che abbiamo perseguitato… Ed erano incarnati in nostra moglie, o in un fratello… E poi, proprio perché siamo figli di una lunga storia di salvezza, e i nostri occhi hanno visto miracoli che i profeti e i re avrebbero voluto contemplare e non hanno potuto, una grande responsabilità grava su di noi. Solo un moralista può pensarla come un peso. Un cuore innamorato e grato a Dio per il suo amore immeritato la vive come l’occasione per dare compimento alla propria vita, nella gratuità e nella gratitudine, fragranze soavi che accompagnano sempre un annuncio credibile del Vangelo. Non è dunque una profezia di sventura quella che oggi il Signore ci annuncia. E’ una chiamata a conversione, seria e decisiva. Giunge il momento favorevole della resa dei conti, dove lasciare a Cristo i fallimenti dell’egoismo perché, finalmente, possiamo vivere con amore la missione che ci è stata affidata. Gli scribi e i farisei si erano appropriati della storia di salvezza e delle Grazie ricevute dal Popolo. Avevano rubato la “chiave della scienza” per saccheggiarne i tesori, escludendo perversamente i “poveri” e i “piccoli”. Per questo Gesù rivela la sua missione come quella del Servo che viene a predicare la salvezza proprio agli esclusi, ai peccatori pubblici, agli “affaticati e oppressi”. Offre loro il suo giogo, la Sapienza della Croce, e così fa luce e chiede conto di ogni abuso. E’ Lui stesso la Sapienza crocifissa che chiede conto dell’elezione.
E lo chiede oggi a noi. Ma è amore, è la gelosia che cerca ogni pecora perduta per la negligenza di pastori autoreferenziali, mercenari che hanno usato delle cose sante per saziare le proprie concupiscenze. E qui ci siamo tutti: vescovi, preti, religiosi e suore, padri e madri, catechisti e semplici cristiani. Tutti incatenati all’egoismo figlio della paura di morire; tutti speriamo di scamparla arraffando la Scienza, come un talismano dal quale ottenere prestigio e autorità, visibilità e gratificazione. Tutti come gli scribi e i farisei, ma anche come gli apostoli, sempre in cerca dei primi posti, di sedere alla destra e alla sinistra del Re Messia. Tutti dimenticando che la “scienza” vera è quella della Croce, vergata dal sangue dell’amore che sacrifica se stesso sino alla morte; nessuno cerca questa “scienza”, nessuno sa neanche dove siano le sue “chiavi”. Per questo Gesù viene a chiedere conto a ciascuno di noi della grande menzogna alla quale abbiamo creduto, e con la quale abbiamo ingannato i fratelli. La “scienza” che abbiamo è falsa, è una volgare imitazione, ci gonfia per poi farci scoppiare miseramente. E’ la “scienza” della superbia; con le sue “chiavi” abbiamo “chiuso” la porta del Regno in faccia ai piccoli che ci erano stati affidati. Abbiamo ingannato moglie e marito spacciando per “scienza” d’amore quello che era solo concupiscenza: sacrifici, parole, regali, tutto falso! Tutto per offrire a noi stessi l’affetto dell’altro. E, di fronte alla prima vera difficoltà, abbiamo “chiuso” la porta allo Spirito Santo, perché troppo pericoloso… E abbiamo così impedito a noi e al prossimo di “entrare” nella “casa della conoscenza” (la traduzione esatta dell’originale reso con “scienza”), ovvero la casa dello studio, la yeshiwà dove gli ebrei scrutano la Torah. In essa avremmo sperimentato la comunione autentica che annuncia il Paradiso, e invece sono due mesi che non parliamo. Ed è quello che accade alla Chiesa quando “chiude” le sue porte alle irruzioni dello Spirito, scacciando i carismi che Dio le dona. I farisei e i dottori avevano le “chiavi” di questa casa, “le chiavi della scienza” appunto. Come i vescovi, i presbiteri, i genitori, tu ed io, inviati in ufficio, a scuola o in un ospedale. Che ne facciamo? Ci lasciamo sorprendere dallo Spirito Santo o ci “chiudiamo” impauriti? Lasciamo che l’amore di Dio giunga a chi ci è accanto nelle forme e nei tempi che non avevamo previsto, o “chiudiamo” con superbia la saracinesca perché lo Spirito non è arrivato in orario? Riconosciamolo, quanti “sepolcri” abbiamo aperto alla profezia e ai profeti, che ci hanno annunciato inaspettatamente l’amore vero, quello che non fa sconti al peccato ma ha misericordia del peccatore; quello che annuncia Papa Francesco, e del quale continuiamo a scandalizzarci. Forse anche ieri abbiamo seppellito un profeta. Forse era proprio “Abele”, nostro fratello; forse era nostro figlio, ferito e peccatore, che, in quella sua infinita debolezza, era una profezia del miracolo che l’amore di Dio voleva compiere. E invece abbiamo “chiuso” ogni possibilità, “chiusi” nell’orgoglio di padre ferito… Ma non è finita! Oggi, ora possiamo aprirci alla Grazia, ai carismi che rinnovano la Chiesa e ciascuno di noi, i doni che si nascondono nelle persone e negli eventi più impensati; soprattutto nella Croce, la “chiave” che apre il cuore indurito e chiuso nell’orgoglio. La chiave consegnata a Pietro, per aprire e chiudere, legare e sciogliere, in terra e in Cielo. La chiave consegnata alla Chiesa perché, mossa dallo Spirito, conduca le generazioni ad entrare nella casa eterna di Dio.
 
QUI IL COMMENTO APPROFONDITO
Le parole del Vangelo di oggi chiudono il discorso tenuto nella casa del fariseo e che ha avuto origine dalla sua meraviglia di fronte alla novità di Gesù. Il non lavarsi le mani è stato un atto profetico nella linea di tutti i profeti dell’Antico Testamento. Con quel segno non ha voluto condannare il precetto, ma si è offerto come uno specchio nel quale farisei e dottori della Legge potevano guardare la propria immagine autentica: sono loro quelli che, in realtà, non si lavano le mani; Gesù non fa altro che mostrare e annunciare profeticamente la verità che si nasconde nella realtà che appare. Il precetto compiuto non esprime un contenuto adeguato: si purifica l’esterno mentre il cuore resta pieno di impurità; si pagano le decime di tutti gli ortaggi e si trascurano giustizia e amore. Soprattutto, si disprezza e respinge il profeta che annuncia la verità capace di aprire la strada alla conversione. Così facendo, scribi e farisei si frapponevano tra Gesù ed il Popolo. Il continuo interrogare, mettere a prova, tendere trappole iniettava veleno e mirava a screditare Gesù. Questione di potere e prestigio certamente, ma, soprattutto, rifiuto di Gesù quale Messia. Al punto che, proprio a partire dal discorso in casa del fariseo, si mettono alla caccia di Gesù, che si concluderà nell’uccisione del Profeta.
Si comprendono allora le parole durissime del Signore: la generazione che rifiuta Gesù è quella cui verrà chiesto conto del sangue di ogni profeta e di ogni giusto, perchè ha rifiutato il Profeta annunciato da Mosè; con Lui è giunta la pienezza dei tempi, il compimento di ogni profezia, il culmine della storia d’amore di Dio con il suo popolo. E’ la generazione della quale tutti siamo figli, perchè tutti siamo contemporanei di Gesù. Le sue parole giungono oggi alla nostra vita, scuotono la Chiesa, ci chiamano a conversione. I farisei e i dottori della Legge godevano di grande prestigio, erano le guide spirituali del popolo, detenevano il potere. Insegnavano nella “casa della conoscenza”, la casa dello studio, dove erano chiamati a dare sapore alla Torah, ad attualizzarla perchè Israele potesse accoglierla e vivere alla sua luce. “Entrare nella conoscenza” era sinonimo di entrare nel Regno di Dio: esso si realizzava ovunque si fosse compiuta la volontà di Dio.   Farisei e dottori avevano le chiavi di questa casa – le chiavi della scienza – ma se ne erano appropriati chiudendo la porta della conoscenza e quindi del regno di Dio a se stessi e a quanti la desideravano. Avevano chiuso la porta alla profezia e al Profeta.
La Chiesa che smarrisce o rifiuta la profezia è come il sale che ha perduto il sapore: “I discepoli del Signore sono chiamati a donare nuovo “sapore” al mondo, e a preservarlo dalla corruzione” (Benedetto XVI, Angelus del 6 febbraio 2011). Ma quando il sale perde il sapore è il mondo a dare il suo veleno alla Chiesa corrompendola. E’ quello che succede quando l’Istituzione si chiude in se stessa e non lascia varchi all’irrompere dello Spirito. Come i farisei e i dottori hanno fatto con Gesù. “La Chiesa è fondata sugli apostoli e sui profeti. I profeti della Chiesa primitiva si organizzavano come membri di un collegio. Più tardi il collegio dei profeti si dissolse, e questo certamente non a caso, poiché l’Antico Testamento ci dimostra che la funzione del profeta non può essere istituzionalizzata, dato che la critica dei profeti non è diretta solo contro i preti, si dirige anche contro i profeti istituzionalizzati, perché Dio trova, per così dire, più margine di manovra e più ampio spazio per agire presso i primi, presso i quali può intervenire e prendere iniziative liberamente, cosa che non potrebbe fare invece con una forma di profezia di tipo istituzionalizzato. Come gli stessi apostoli erano a loro modo anche profeti, così bisogna riconoscere che nel collegio apostolico istituzionalizzato esiste pur sempre un carattere profetico. Così la Chiesa affronta le sfide che le sono proprie grazie allo Spirito Santo che, nei momenti cruciali, apre le una porta per intervenirePotremmo citare i nomi di grandi personaggi della Chiesa che sono stati anche figure profetiche in quanto hanno saputo tenere aperta la porta allo Spirito Santo. Solo agendo così essi hanno saputo esercitare il potere in modo profetico. Per quanto riguarda i profeti indipendenti, cioè non istituzionalizzati, occorre ricordare che Dio si riserva la libertà, attraverso i carismi, di intervenire direttamente nella sua Chiesa per risvegliarla, avvertirla, promuoverla e santificarla. Essi sorgono sempre nei momenti più critici e decisivi nella storia della Chiesa. Così facendo hanno ridato alla Chiesa il suo vero aspetto, quello di una Chiesa animata dallo Spirito Santo e condotta dal Cristo stesso” (J. Ratzinger).
Chiudere la porta alla profezia, all’interno dell’Istituzione come all’esterno, rifiutare i carismi, significa chiudere la porta della salvezza e della felicità a noi stessi e a quanti, piccoli, poveri e peccatori, attendono fuori della casa della Conoscenza, la Chiesa eletta da Dio perché accolga come una madre anche il più grande peccatore. Peggio, significa rifiutare Cristo: così la Chiesa cessa di essere quello che è riducendosi ad un’istituzione umana governata da criteri mondani, che si specchia in se stessa nel timore di guardarsi nel suo Sposo e convertirsi. Ed è quello che succede alla nostra vita, non lontana da quella dei  farisei e dei dottori della Legge: la perversione di appropriarci del tesoro che ci è affidato e sul quale abbiamo autorità: i figli, il matrimonio, il lavoro, gli affetti, e la Grazia. Guai a voi ci dice dunque il Signore, che rifiutate il soffio dello Spirito, i profeti e gli apostoli inviati per strapparci dalla menzogna. Quanti sepolcri abbiamo aperto alla profezia che è sempre amore vero, quello che non fa sconti al peccato ma ha misericordia del peccatore.
Ma è Lui, il Signore Gesù, che ha cercato e raccolto la chiave. In Lui la chiave della Scienza è divenuta la Croce, la profezia rigettata perché la menzogna non può accogliere la verità. In Lui e’ svelata ogni scienza, quella sublime dell’amore che riscatta e trasforma una vita schiacciata nell’egoismo e nella ricerca di sé, in un dono totale. La Croce è la chiave che apre il cuore indurito e chiuso nell’orgoglio, che scioglie le catene della paura e della menzogna. La chiave consegnata a Pietro, per aprire e chiudere, legare e sciogliere, in terra ed in Cielo. La chiave consegnata alla Chiesa perché, mossa dallo Spirito profetico, conduca le generazioni ad entrare nella casa eterna di Dio: la Croce gloriosa di Cristo che penetra tutto e indica il cammino alla Verità.