di Don Antonello Iapicca

Dal Vangelo secondo Luca 11,5-13

Poi aggiunse: «Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti;
e se quegli dall’interno gli risponde: Non m’importunare, la porta è gia chiusa e i miei bambini sono a letto con me, non posso alzarmi per darteli; vi dico che, se anche non si alzerà a darglieli per amicizia, si alzerà a dargliene quanti gliene occorrono almeno per la sua insistenza.
Ebbene io vi dico: Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto.
Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce, gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?
Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono!».

IL COMMENTO

La preghiera è intrecciata con la vita. Spesso la si immagina come qualcosa che scaldi il cuore e ci rassicuri; ci accingiamo a pregare con la segreta speranza di sentire qualcosa, e quando non accade, crediamo che ciò sia dovuto alla nostra scarsa concentrazione. La parabola di oggi è un midrash di Gesù sul Padre Nostro, e, con le parole che ne seguono, fa chiarezza su cosa sia, essenzialmente la preghiera. Essa è questione di vita o di morte. Chi cerca trova, chi chiede ottiene, a chi bussa sarà aperto: Ma chi è che cerca, chiede e bussa? E poi, che cosa cercare e chiedere? Perchè bussare?  “Amico, prestami tre pani, perché è giunto da me un amico da un viaggio e non ho nulla da mettergli davanti“. In una frase è descritta la situazione di ogni uomo, la nostra. Un amico è giunto alla porta nel mezzo del suo cammino, e ha chiesto ospitalità. Essa è sacra in oriente, e per un ebreo costituisce uno degli appelli più pressanti della Torah. Il nome stesso ‘ibri, «ebreo», che i popoli confinanti davano a Israele e da lui accolto come suo, significa «abitante al di là della frontiera», cioè straniero. Ogni ebreo ha il dovere sacro dell’ospitalità «… perché voi siete stati stranieri in terra d’Egitto» (Es 22,20; 23,9). Per un ebreo, l’Egitto è il “luogo dell’angoscia” dal quale il Signore lo ha tratto in salvo senza alcun merito da parte sua. Per questo, in ogni viandante riconoscerà se stesso, e, facendo memoria della sua storia, farà nei suoi riguardi quanto ha Dio ha fatto con lui.

Ma quest’uomo non può! Non ha il pane necessario – quello che Gesù invita a chiedere nel Padre Nostro – per accogliere il suo ospite, il suo amico. Forse ha dimenticato di prepararlo, o ne ha consumato la provvista. Ed è il cuore della notte, come quella in cui Dio ha “liberato i figli di Israele, nostri padri, dalla schiavitù dell’Egitto” (Exultet di Pasqua). Per questo deve farsi egli stesso pellegrino e andare a bussare alla porta dell’amico: deve chiedere quello che non ha per essere quello che doverebbe essere. Deve tornare ad essere straniero in terra d’Egitto, nell’angoscia, per sperimentare di nuovo l’opera di Dio: deve fare memoria della Pasqua. Deve ricordare la sua storia ed entrare così nella verità. E’ dalla verità infatti, sinonimo di umiltà, che sgorga la preghiera autentica, fiduciosa, audace, radicata nella certezza di non essere delusi. E la verità è il bisogno estremo di chi non ha nulla.

Anche noi, come quest’uomo, non abbiamo il pane per sfamare l’amico che bussa alla nostra porta: siamo senza amore per la moglie, il marito, i figli, i colleghi; non possiamo accogliere quanti, stanchi e affaticati, cercano in noi ospitalità: il riposo del perdono, la consolazione di una parola, la tenerezza dell’ascolto. Non possiamo farci carico della loro stanchezza, dei loro peccati. Non possiamo accogliere Cristo che bussa alla porta celato nel bisogno del fratello. E’ la verità, siamo in Egitto, stranieri e pellegrini: dobbiamo cercare, chiedere e bussare per ottenere quello che ci manca: lo Spirito Santo. C’è un amico che bussa alla nostra vita e cerca e chiede pane; e c’è un Amico che può darcelo. Sino ad ora abbiamo dato, pur cattivi – schiavi in Egitto – cose buone ai nostri figli, il pane che sazia la carne. Forse consigli, forse denaro, e lo studio, e i vestiti. Così come a tutti quelli che ci sono vicini: succedanei dell’amore, regali che saziano solo fugacemente. A maggior ragione, in virtù della sua bontà e della sua misericordia, il nostro Amico, il Padre celeste, ci darà lo Spirito Santo, il frutto compiuto della Pasqua, perchè possiamo mettere davanti ai nostri amici il pane di cui hanno bisogno: l’amore stesso di Dio fatto carne in noi. Pregare non è sentire ma vivere autenticamente, perchè senza l’amore provvidente del Padre tutto nella vita è vanità di vanità; Il Padre Nostro è la preghiera del mendicante che bussa con insistenza alla porta dell’Amico perchè sa che “L’amico ama in ogni tempo; è nato per essere un fratello nella sventura”(Pr. 17:17).

In ogni notte che avvolge la nostra incapacità di amare, la schiavitù al peccato che si fa  paura e ci impedisce di consegnarci al fratello, possiamo importunare l’Amico: ricordare e pregarlo come dicendogli che “Questa è la notte in cui hai vinto le tenebre del peccato”. E’ la “notte beata, che sola ha meritato di conoscere il tempo e l’ora in cui Cristo è risorto dagli inferi”. Mezzanotte, il cuore delle nostre tenebre vuote, è l’ora in cui pregare e sperimentare che “Il santo mistero di questa notte sconfigge il male, lava le colpe, restituisce l’innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti” (Exultet di Pasqua). Pregare è entrare con Cristo nella Pasqua, per accogliere, proprio nell’estremo bisogno, il pane capace di sfamarci e di trasformarci in pane per i nostri amici.

Chiedete e vi sarà dato. Benedetto XVI

Questa preghiera accoglie ed esprime anche le umane necessità materiali e spirituali: “Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano, e perdona a noi i nostri peccati” (Lc 11,3-4). E proprio a causa dei bisogni e delle difficoltà di ogni giorno, Gesù esorta con forza: “Io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto” (Lc 11,9-10). Non è un domandare per soddisfare le proprie voglie, quanto piuttosto per tenere desta l’amicizia con Dio, il quale – dice sempre il Vangelo – “darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!” (Lc 11,13). Lo hanno sperimentato gli antichi “padri del deserto” e i contemplativi di tutti i tempi, divenuti, a motivo della preghiera, amici di Dio, come Abramo, che implorò il Signore di risparmiare i pochi giusti dallo stermino della città di Sòdoma (cfr Gen 18,23-32). Santa Teresa d’Avila invitava le sue consorelle dicendo: “Dobbiamo supplicare Dio che ci liberi da ogni pericolo per sempre e ci tolga da ogni male. E per quanto imperfetto sia il nostro desiderio, sforziamoci di insistere in questa richiesta. Che ci costa chiedere molto, visto che ci rivolgiamo all’Onnipotente?» (Cammino, 60 (34), 4, in Opere complete, Milano 1998, p. 846). Ogniqualvolta recitiamo il Padre Nostro, la nostra voce s’intreccia con quella della Chiesa, perché chi prega non è mai solo. “Ogni fedele dovrà cercare e potrà trovare nella verità e ricchezza della preghiera cristiana, insegnata dalla Chiesa, la propria via, il proprio modo di preghiera… si lascerà quindi condurre… dallo Spirito Santo, il quale lo guida, attraverso Cristo, al Padre» (Congregazione per la Dottrina della Fede, Alcuni aspetti della meditazione cristiana, 15 ottobre 1989, 29: AAS 82 [1990], 378).

Ambrogio di Milano, Esposizione sul Vangelo di Luca

Questo passo del Vangelo secondo Luca ci insegna la preghiera frequente, la speranza di impetrare, il modo di persuadere: e questo innanzi tutto in un precetto, poi in un esempio. Infatti, quando uno promette qualcosa, deve aggiungervi la speranza di quanto promesso, affinché sia data obbedienza ai consigli, fedeltà alle promesse. E questa, pensando alla bontà umana, a maggior ragione raggiunge la speranza della bontà divina, purché evidentemente le richieste fatte siano ragionevoli. In caso contrario, la richiesta si cambierebbe in colpa. Né quel tale di cui parla il Vangelo ha avuto vergogna di chiedere con molta insistenza qualcosa, perché non sembrasse che mancava di fiducia nella misericordia del Signore, oppure che protestava sfacciatamente per non aver ottenuto alla prima domanda quanto chiedeva. E così ci ha fatto vedere che sovente Dio non concede quanto noi gli chiediamo con le nostre preghiere, perché giudica inutili e dannose quelle cose che noi invece riteniamo convenienti.

Giovanni Taulero (circa 1300-1361), domenicano a Strasburgo
Discorso 17, per il lunedì prima dell’Ascensione

« Dacci oggi il nostro pane quotidiano » (Mt 6,11)

Dobbiamo considerare come e perché dobbiamo pregare. Quando l’uomo vuole impegnarsi nella preghiera, deve, prima di tutto, riportare il suo cuore all’interno, richiamarlo dal vagabondaggio e dalle dissipazioni dove si perdeva, e allora cadere con grande umiltà ai piedi di Dio, chiedere l’elemosina con generosità, bussare alla porta del cuore del Padre e mendicare il suo pane, ossia la carità… Dobbiamo domandare, inoltre, che Dio ci accordi e ci insegni a chiedere ciò che gli piace di più nella nostra preghiera e ciò che ci sarà più utile…

Non tutti gli uomini possono pregare in spirito, ma ci sono quelli che devono ricorrere alla preghiera vocale. In questo caso ti rivolgerai a nostro Signore con le parole le più amabili, le più amicali e le più affettuose che tu possa immaginare : ciò ecciterà anche la tua carità e il tuo cuore. Chiedi al Padre celeste che, per mezzo del suo unico Figlio, si dona lui stesso a te come oggetto della tua preghiera, nel modo più piacevole.  E quando avrai trovato una forma di preghiera che, più di tutte le altre, ti piaccia e ecciti la tua devozione…, conserva questo modo di pregare e concedile le tue preferenze… Bisogna bussare alla porta con diligenza e perseveranza perché « chi persevererà sino alla fine sarà salvato » (cfr. Mt 10,22; 2Tm 2,5)… « Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono! » (Lc 11,13).