dal Vangelo secondo Mt 11, 28-30

Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. 
Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. 
Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero». 

Il commento di don Antonello Iapicca

Lui ci chiama, per imparare la mitezza e l’umiltà, il cuore di Cristo. Ascoltare e andare. E’ questa la volontà di Dio per noi. Oggi e sempre. Sino all’ultima chiamata, quella per le nozze eterne. Andare e fermarsi presso di Lui. Vedere dove Lui abita, stare con Lui, imparare con l’orecchio aperto come un discepolo. Ai suoi piedi, cercando e desiderando l’unica cosa buona, la sua Parola, la sua vita, il suo amore. In questo atteggiamento del cuore, e solo in esso, troveremo ristoro, riposo per il nostro intimo, per le nostre anime.

Entrare nel suo riposo, nello shabbat preparato per noi, entrarvi con un cuore docile. Se oggi ascoltiamo la sua voce non induriamoci, lasciamoci sedurre dalla sua misericordia. Il suo Giogo, la Croce d’ogni giorno, è il cammino al riposo. Perchè riposa solo chi ha presente sempre la verità: “Sappi [tre cose,] da dove vieni: da una goccia putrefatta; dove vai: verso un luogo di polvere, di larve e di vermi; e davanti a chi dovrai rendere conto: davanti al Re, il Re dei re, il Santo, benedetto Egli sia” (Avot 3,1). Sapere queste tre cose è la verità che libera dall’orgoglio e dall’arroganza di dover condurre la propria vita con lo sforzo e l’angoscia di chi presume di sé ed esige dagli altri.

Andare al Signore è già imparare ad essere miti e umili di cuore. Il mite infatti, come recita il salmo 37, possiede già la terra perchè ha conosciuto la propria debolezza, non se ne scandalizza, si lascia condurre, e può vivere dell’autentico alimento: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore, il tuo Dio, ti ha fatto fare in questi quarant’anni nel deserto per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandamenti. Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provar la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per insegnarti che l’uomo non vive soltanto di pane, ma che vive di tutto quello che procede dalla bocca del Signore”(Deut. 8,2-3). L’umiltà della verità conduce all’abbandono totale alla Parola: in un manoscritto ebraico scoperto nel 1898 nel cosiddetto Cairo Genizah, il luogo dove in una sinagoga del Cairo venivano “sepolti” i manoscritti logori contenenti le Sacre Scritture, è stato trovato questo frammento: “Venite a me, voi che siete senza istruzione, prendete dimora nella mia casa di studio [beit midrash]. Quanto tempo volete rimare privi di queste cose, mentre la vostra anima ne è tanto assetata? Ho aperto la bocca e ho parlato della sapienza: Acquistatela senza denaro. Sottoponete il collo al suo giogo, e permettete alla vostra anima di portare il suo carico. Essa è vicina a quelli che la cercano e la persona che dà la sua anima la trova. Vedete con gli occhi che poco mi faticai, ma ho perseverato fino a quando non l’ho trovata”.

Imparate (màthete = studiate) Da (apo) me. L’umiltà e la mitezza si studiano, ed il libro è Cristo, la sua stessa vita incarnata nella nostra esistenza. Studiare le sue parole, il suo pensiero, i suoi sentimenti, sino ad assumerli e a farli nostri. Nulla di sentimentale o moralistico, piuttosto il com-prendere, il prendere-con noi, su di noi, il giogo della Torah, il carico leggerissimo dello straordinario compiuto in Cristo. Prendere con noi una vita, un amore, una relazione, un lavoro e una malattia, anche una depressione, un giogo pesantissimo per chi non conosce Cristo. Un giogo che, senza la Grazia, schiaccia e uccide: e questo è per quanti esigono dai cristiani, facendo della Chiesa un luogo di leggi, di obblighi, di volontariati asfissianti: “«Gli scribi e i Farisei seggono sulla cattedra di Mosè. Fate dunque ed osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate secondo le opere loro; perché dicono e non fanno. Difatti, legano dei pesi gravi e li mettono sulle spalle della gente; ma loro non li vogliono muovere neppure con un dito» (Mat. 23:2-4).

“Mosè era un uomo molto umile, più di ogni altro uomo sulla faccia della terra.” (Numeri 12,3). E’ mite chi ha imparato che la lotta d’ogni giorno non è contro le creature di carne, contro suocere o mariti o mogli o figli o colleghi di lavoro o coinquilini di condominio. La lotta è contro il demonio, il padre della menzogna e dell’orgoglio. In questa lotta occorre imbracciare le armi della fede, la Parola, lo zelo per il Vangelo, il suo amore infinito. La fede, la speranza e la carità, i doni del Cielo riservati a chi reclina il proprio capo sul petto di Gesù. La nostra mente nel cuore di Gesù:  questa la fonte della mitezza e dell’umiltà, la porta al riposo e alla pace.

Ci aiuta la figura di Davide: “instancabile e tenace ricercatore di Dio, ne ha tradito l’amore, e questo è caratteristico: sempre è rimasto cercatore di Dio, anche se molte volte ha gravemente peccato; umile penitente, ha accolto il perdono divino, anche la pena divina, e ha accettato un destino segnato dal dolore. Davide così è stato un re, con tutte le sue debolezze, «secondo il cuore di Dio» (cfr 1Sam 13,14), cioè un orante appassionato, un uomo che sapeva cosa vuol dire supplicare e lodare” (Benedetto XVI, Catechesi del 22 giugno 2011). Non perdere mai l’audacia di ritornare a Dio, di abbandonarsi alla misericordia del Padre: è questa l’umiltà, la mitezza autentica, il cuore secondo Dio che conosce Dio e non dubita di Lui, mai. Neanche davanti alla caduta più atroce, mai. Neanche dinanzi alla contraddizione più umilante. Mai. Nella certezza che, inginocchiati con Cristo nel Getsemani, nulla e nessuno potrà mai separarci dal suo amore.