Dal Vangelo secondo Matteo 10,7-15.

E strada facendo, predicate che il regno dei cieli è vicino.
Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame nelle vostre cinture,
né bisaccia da viaggio, né due tuniche, né sandali, né bastone, perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento.
In qualunque città o villaggio entriate, fatevi indicare se vi sia qualche persona degna, e lì rimanete fino alla vostra partenza.
Entrando nella casa, rivolgetele il saluto.
Se quella casa ne sarà degna, la vostra pace scenda sopra di essa; ma se non ne sarà degna, la vostra pace ritorni a voi.
Se qualcuno poi non vi accoglierà e non darà ascolto alle vostre parole, uscite da quella casa o da quella città e scuotete la polvere dai vostri piedi.
In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sòdoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città.

Il commento di don Antonello Iapicca

Il Regno dei Cieli è vicino e gli Apostoli di ogni tempo ne sono gli ambasciatori. Con loro anche noi siamo chiamati ad annunciare il Regno di Dio, la patria nella quale siamo stati accolti e dalla quale siamo inviati. Nella vita, nel pensiero, nelle parole, come stigmate luminose, gli apostoli recano impressa la fragranza del Regno della Grazia, dove vivono coloro che “hanno ricevuto tutto gratuitamente e tutto gratuitamente donano”. Ecco il cuore della missione, la fonte dello zelo: la gratuità con la quale siamo stati amati, riscattati, chiamati. Nessun merito, nessun curriculum, perché se fosse per questi…. Solo la gioia di essere stati amati gratuitamente: “La gioia nasce dalla gratuità di un incontro! E’ il sentirsi dire: “Tu sei importante per me”, non necessariamente a parole. Questo è bello… Ed è proprio questo che Dio ci fa capire. Nel chiamarvi Dio vi dice: “Tu sei importante per me, ti voglio bene, conto su di te”. Gesù, a ciascuno di noi, dice questo! Di là nasce la gioia! La gioia del momento in cui Gesù mi ha guardato. Capire e sentire questo è il segreto della nostra gioia. Sentirsi amati da Dio, sentire che per Lui noi siamo non numeri, ma persone; e sentire che è Lui che ci chiama. E la gioia dell’incontro con Lui e della sua chiamata porta a non chiudersi, ma ad aprirsi; porta al servizio nella Chiesa” (Papa Francesco, Ai seminaristi e alle novizie, 6 luglio 2013).

Purtroppo spesso ci troviamo davanti a Dio come chi molto ha dovuto sacrificare per “scegliere” di servirlo, come chi ha comunque diritti acquisiti sul campo, tra sforzi e rinunce: “Io non mi fido di quel seminarista, di quella novizia, che dice: “Io ho scelto questa strada”Non mi piace questo! Non va!” (Papa Francesco, ibid). Ma questo “non va” è per ognuno di noi chiamato ad essere cristiano, scelto da Cristo ad essere un suo ambasciatore; è il peggio che potrebbe capitare alla Chiesa e ai suoi apostoli, dimenticare la gratuità e l’insondabilità misteriosa dell’elezione. Si scivola nel moralismo che fa a pezzettini l’universo intero con le sue ingiustizie, che “spella il fratello” (Papa Francesco), che esibisce opzioni preferenziali per poveri e ultimi dal proprio saldo primo posto di potere e di arroganza, quello che polverizza i peccatori. Chi dimentica la propria storia, e l’amore con il quale Dio l’ha salvata, non sarà mai un apostolo di Lui, sarà piuttosto un superbo rappresentante di se stesso, del proprio egoismo rivestito di falso altruismo, lupi travestiti da agnelli, mercenari della missione, sempre alla ricerca di se stessi, ingannatori tra i peggiori.

Le ultime parole di Gesù sulla sorte di chi non accoglie il Vangelo suppone che questi abbiano davvero incontrato Cristo, ascoltato la Buona Notizia e visto i segni del Regno di Dio, autentici, che contestino quelli, corrotti, del mondo. Se gli apostoli e la Chiesa presentano surrogati e caricature, il mondo e i suoi figli sono privati dell’oggetto stesso a cui aprirsi; se annunciamo la severa e inconcludente legge moralistica di un’etica senz’anima, se gettiamo pesi che non portiamo neanche con un dito, se trasmettiamo una serie di compromessi con il pensiero mondano per essere ben accetti, se dubitiamo del potere di Cristo perché non abbiamo sperimentato o abbiamo dimenticato la gratuità del miracolo che ci ha sanati, purificati e perdonati, coloro ai quali siamo inviati si troveranno davanti delle caricature ipocrite e saranno così privati della libertà nella quale accogliere o rifiutare il Signore. Si troveranno dinanzi a una menzogna, e sarà loro sottratta la possibilità di essere salvati e ricevere la Pace messianica, quella portata da Cristo risorto.

Per questo gli Apostoli chiamati nella gratuità, donano se stessi gratuitamente, come un frutto maturo dell’opera di Cristo: si comprende allora perché non portano con sé alcuna sicurezza, alcun appoggio se non la Parola per la quale sono stati inviati. La Parola che conferma le loro parole, che rende evidente la loro natura di figli di Dio e cittadini del Cielo. La volontà di Dio si compie in loro per pura Grazia. “Oro, argento, moneta di rame nelle cinture, bisaccia da viaggio, due tuniche, sandali, bastone” non fanno per loro: gli apostoli non “si procurano” nulla che sappia di mondo, non sono apostoli per acquisire meriti, per saziare la fame della carne. Sono liberi perché colmi dell’amore di Cristo, entrano nel mondo ma non gli appartengono; per salvarlo, infatti, non si possono usare gli strumenti che lo stanno condannando. Il bagaglio, come fu per per Davide dinanzi a Golia, sono solo le cinque pietre, i cinque libri della Torah, la Parola trafitta delle cinque piaghe del Signore. Il potere di curare e guarire li accompagna, per schiudere il Cielo, la vittoria sul mondo e la corruttibilità della carne, la vita più forte della morte: la vita divina operante nella carne, è questo il miracolo più grande, perché nessun apostolo può darsela da se stesso, è un dono del Cielo, invocato senza posa in una preghiera che, in ogni circostanza, inginocchia l’apostolo con Cristo nel Getsemani, il seno benedetto della Passione che ha salvato l’umanità.

Solo chi è con Lui nella notte dell’angoscia che prelude alla croce, può “uscire da se stesso” e lasciarsi crocifiggere per amore e così annunciare il Vangelo del perdono dei peccati. Solo inginocchiandosi con Gesù potremo vivere con Lui l’angoscia per un figlio, per la moglie, il fidanzato, il collega, trasformandola nello zelo pieno di compassione che ci avvicinerà ad ogni persona in pericolo, alle situazioni più disperate con la certezza incrollabile della fede, lo stesso cuore e la stessa mente di Cristo dinanzi all’evento decisivo per la salvezza dell’umanità: “l’evangelizzazione si fa in ginocchio. Senza il rapporto costante con Dio la missione diventa mestiere. Ma da che lavori tu? Da sarto, da cuoca, da prete, lavori da prete, lavori da suora? No. Non è un mestiere, è un’altra cosa. Il rischio dell’attivismo, di confidare troppo nelle strutture, è sempre in agguato. Se guardiamo a Gesù, vediamo che alla vigilia di ogni decisione o avvenimento importante, si raccoglieva in preghiera intensa e prolungata. Coltiviamo la dimensione contemplativa, anche nel vortice degli impegni più urgenti e pesanti. E più la missione vi chiama ad andare verso le periferie esistenziali, più il vostro cuore sia unito a quello di Cristo, pieno di misericordia e di amore. Qui sta il segreto della fecondità pastorale, della fecondità di un discepolo del Signore!” (Papa Francesco, Ibid).

La Chiesa è il segno fecondo del Cielo che strappa gli uomini al mondo per generarli al Regno di Dio. Per questo, senza timore essa opera i prodigi per i quali è mandata nel mondo: “guarisce gli infermi, risuscita i morti, sana i lebbrosi, caccia i demòni”, proprio nei luoghi i suoi figli sono chiamati ogni giorno. Un padre che non scaccia i demoni che affliggono il figlio – la superbia che lo sguinzaglia sulle strade della concupiscenza e delle false libertà ad esempio – ha perduto lo Spirito Santo, non è più un “padre in missione”: sarà un padre amico, psicologo, pedagogo che cercherà nella sapienza carnale e mondana le soluzioni per risolvere i problemi del figlio, e non lo amerà con l’amore di Cristo. Un prete che si appoggia sui propri criteri, magari quelli studiati sui libri e deliberati nei consigli pastorali, non “serve”, diviene come il sale che ha perduto il sapore e non può mettersi a “servizio” del bene di ciascuna pecora affidatagli sciogliendo se stesso per salare con verità e misericordia la sua vitaha perduto il sapore della Croce, il sale che purifica, sana e scaccia i demoni dai giovani, dai matrimoni, dagli anziani e dalle vedove. Ormai non crede più al potere della croce, l’unica capace di liberare chi è schiavo del peccato; mentre “il mistero pasquale è il cuore palpitante della missione della Chiesa! E se rimaniamo dentro questo mistero noi siamo al riparo sia da una visione mondana e trionfalistica della missione, sia dallo scoraggiamento che può nascere di fronte alle prove e agli insuccessi. La fecondità pastorale, la fecondità dell’annuncio del Vangelo non è data né dal successo, né dall’insuccesso secondo criteri di valutazione umana, ma dal conformarsi alla logica della Croce di Gesù, che è la logica dell’uscire da se stessi e donarsi, la logica dell’amore. È la Croce – sempre la Croce con Cristo, perché a volte ci offrono la croce senza Cristo: questa non va! – Ed è dalla Croce, supremo atto di misericordia e di amore, che si rinasce come «nuova creatura»” (Papa Francesco, Omelia del 7 luglio 2013).

La Chiesa compie ciò che annuncia, perché “rimane nel mistero pasquale di Cristo”, celebrandolo nei sacramenti e annunciandolo sempre e ovunque: Cristo è vivo in Lei, e si mostra a chiunque da essa è raggiunta. Vivere in questa Grazia, la Grazia del mistero pasquale di Cristo che si rinnova istante dopo istante nelle nostre vite concrete e diviene così il segno di una vita celeste ancorata nell’amore crocifisso di Cristo e per questo autentica, a questo sono chiamati e inviati gli Apostoli, tu ed io: “Gesù bastonava tanto contro gli ipocriti: ipocriti, quelli che pensano di sotto; quelli che hanno – per dirlo chiaramente – doppia faccia. Parlare di autenticità ai giovani non costa, perché i giovani – tutti – hanno questa voglia di essere autentici, di essere coerenti. E a tutti voi fa schifo, quando trovate in noi preti che non sono autentici o suore che non sono autentiche!” (Papa Francesco, Ai seminaristi e novizie, 6 luglio 2013).

Ogni giorno sulle strade della nostra vita siamo chiamati ad essere quel che siamo, cristiani. La vita celeste in noi, lo Spirito Santo che ispira, guida e compie in noi le opere di vita eterna che ogni uomo attende, che tutti hanno diritto di vedere, per credere ed essere salvati. Nessun piano preventivo, nessun programma se non quello di essere docile alla volontà di Dio, alla Sua Grazia. Al lavoro, in famiglia, nella malattia, nella sofferenza o nella gioia, l’amore del quale siamo amati è la nostra manna, che non imputridisce. Non possiamo portare due tuniche, come il Popolo di Israele non poteva accaparrare due razioni di manna nel tentativo incredulo di assicurarsi il futuro, pena la corruzione della primogenitura. Ogni giorno, invece, dobbiamo uscire e attingere il suo amore, nell’ascolto della Parola e nei sacramenti, formati permanentemente per andare ad annunciare il Regno; nella certezza che, accolti oppure no, in ogni circostanza la pace, l’aria del Cielo, nessuno potrà togliercela. Essa è con noi per sempre.