dal Vangelo secondo Mt 6, 7-15
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Pregando, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate. Voi dunque pregate così:
Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome;
venga il tuo regno; sia fatta la tua volontà,
come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano,
e rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
Se voi infatti perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe».

 
Il commento di don Antonello Iapicca
Si può vivere da orfani o da figli. Schiavi o liberi. Infelici o felici. Chiediamoci oggi se viviamo da figli liberi; o se siamo schiavi di un sorriso, di un’attenzione, di un affetto. Oggi più che mai il mondo ci offre gadget da orfani, kit di sopravvivenza per anime prosciugate di senso e sostanza. Li abbiamo visti i nostri figli? Sembrano automi, la mano si infila in automatico nella tasca ogni tre – quattro minuti per tirar fuori lo smartphone, e lo sguardo inebetito a fissarne lo schermo, sperando un commento, un post, qualcosa che riempia il vuoto pneumatico di un tempo che ha il solo compito di scivolare via come una parentesi tra un messaggio e l’altro. Ma forse anche noi, padri e madri, siamo incapsulati nella stessa nevrosi che fa della vita un pedaggio da pagare per entrare nelle grazie degli altri, “sprecata” come quella dei nostri figli.
Allo stesso modo, una preghiera piena di parole “sprecate” è il sintomo di chi si sente tradito, inutile, disprezzato, dimenticato ai bordi della storia che conta, delle scelte importanti, e tenta, con le parole, di farsi notare e di essere importante. Come noi, spesso orfani che cercano di costruirsi un’identità che non sia ignorata. Le “tante parole” della preghiera, come i post gettati parossisticamente nei social networks, segnano una vita in ginocchio davanti agli uomini e alle cose, perché prostrata dinanzi a sé stessi; “come i pagani”: molti dei, nessun Padre. Conoscere Lui, infatti, è la vita eterna, è sapere d’essere amati, ora, così come siamo, senza condizioni.
I rabbini raccontavano questa breve parabola: “Il figlio di un re aveva preso una cattiva strada. Il re gli inviò il suo precettore con questo messaggio: “Ritorna figlio mio!”. Ma il figlio gli fece rispondere: “Con che faccia posso tornare? Mi vergogno a comparirti dinanzi”. Il padre allora gli mandò a dire: “Può un figlio vergognarsi di tornare da suo padre? E se tu torni, non torni da tuo padre?” (Dt R. 2,24). Chi ha conosciuto il Padre ha la libertà di ritornare sempre alla fonte e all’origine del proprio essere, di gettarsi tra le sue braccia con semplicità schietta, fiducia filiale, umile audacia, nella certezza di essere accolti con misericordia: “La consapevolezza che abbiamo della nostra condizione di schiavi ci farebbe sprofondare sotto terra, il nostro essere di terra si scioglierebbe in polvere se l’autorità dello stesso nostro Padre e lo Spirito del Figlio suo non ci spingessero a proferire questo grido: “Abbà, Padre!”. Quando la debolezza di un mortale oserebbe chiamare Dio suo Padre se non soltanto allorché l’intimo dell’uomo è animato dalla potenza dall’alto?” (S. Pietro Crisologo, Ser. 71).
Chi ha “una stanza dove ritirarsi e sfogare le proprie angosce, confessare i propri peccati, piangere e stringersi al petto di suo Padre, non ha più bisogno di prostrarsi agli idoli, e la sofferenza procurata dai rifiuti, dalle incomprensioni, dai fallimenti, non ha il potere di strappargli la speranza e la pace. Conoscere il Padre nell’’esperienza del suo amore presente in ogni evento della nostra vita, ci sazia e ci fa persone, ci rende la dignità che ci spetta, l’attenzione, la stima, l’amore. Chi attinge al cuore del Padre sa amare gli altri di un amore libero, sganciato dalle rincorse affannate e deluse, sfugge ai compromessi, lotta per la castità, vive nella luce della verità, dona la sua vita senza appropriarsi di quella altrui: “Chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino” (Benedetto XVI, Deus caritas est, 42).

L’incontro con Dio mio Padre fa scaturire il Padre nostro nel quale vivere ogni istante. Nell’intima preghiera che si abbandona totalmente a Lui, ritroviamo anche tutti gli altri uomini. In mio Padre nessuno mi è più  estraneo, e ogni relazione assume i contorni della libertà e della verità. Come fu per Gesù nel Getsemani, l’Abbà che sgorga dal cuore attira a Dio, misteriosamente, schiere di uomini. Il Padre nostro è la prima missione che ci è affidata: avere nel cuore ogni figlio di nostro Padre, ogni nostro fratello. Per loro – perduti, dispersi, sofferenti – è la nostra vita di figli, ritmata e accompagnata dalle parole della preghiera: esse invocano il “Nome di Dio santificato” nelle nostre esistenze, perché si veda “il Cielo in terra” nelle opere che Dio compie in ciascuno, opere sante, ovvero separate e diverse da quelle del mondo ma ben presenti nella sua storia; implorano “l’avvento del Regno” nel quale viverecome figli del Re, regnando sul denaro e sugli idoli mondani, per dischiudere a tutti le porte sul destino che attende ogni uomo; desiderano il “compimento della volontà di Dio” che è “umiltà nella conversazione, fermezza nella fede, discrezione nelle parole, nelle azioni giustizia, nelle opere misericordia, nei costumi severità… non fare dei torti e tollerare il torto subito, mantenere la pace con i fratelli, amare Dio con tutto il cuore… nulla assolutamente anteporre a Cristo, poiché neppure lui ha preferito qualcosa a noi. Volontà di Dio è stare inseparabilmente uniti al suo amore, rimanere accanto alla sua croce con coraggio e forza” (S. Cipriano, Trattato «Sul Padre nostro»); sono le parole di chi è affamato del “pane quotidiano”, l’unico che alimenta la vita divina, il cibo di cui si è alimentato Gesù, la Croce che ci attende ogni “oggi”; parole che sperano la “libertà” dal demonio e “il male”, che desiderano “il perdono” sul quale infrangere l’odio e il rancore. Il Padre Nostro è il respiro interiore dei figli che hanno perduto la propria vita per amore.
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