Dal Vangelo secondo Marco 10,46-52.

E giunsero a Gerico. E mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». E Gesù gli disse: «Và, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada. 

Il commento di don Antonello Iapicca

La nostra vita è racchiusa in quella di questo cieco ai bordi di una via, mendicando qualcosa per vivere. Ci avviciniamo agli altri, parliamo, lavoriamo, facciamo amicizia, siamo mariti, mogli, preti, religiosi, figli e genitori, ma sempre mendicanti. Allunghiamo le mani delle parole, degli sguardi, dei compromessi, delle paure, del detto e non detto, degli ammiccamenti, dei regali e dagli aiuti. Facciamo perfino salti mortali di splendida carità, pur di raggranellare un po’ d’affetto che ci permetta sfangare un’altra giornata al riparo dalla solitudine. E passa Gesù. La sua Pasqua, il suo passaggio, scuote la vita. Ora sta passando, accanto a me, a te. E’ Lui che accende la fede, i suoi passi scuotono il cuore dal torpore, ed è già fedeè già certezza che Lui può cambiare la nostra vita. Il suo incedere scioglie la nostra lingua muta e orgogliosa, impaurita e schiava, in un grido di supplica grondante speranza, forse l’ultima, l’unica, la vera. Possiamo recuperare la vista, alzare lo sguardo e ritrovare il cielo aperto, e vedere dischiuse le porte del Paradiso, ora. Il Signore ci “chiama”, ha ascoltato il nostro grido di vera umiltà, “abbi pietà, sono morto nei miei peccati, sono schiavo e cieco, tutto mi sembra buio e assurdo, Signore pietà”. Innescato dai suoi passi, destato dalla sua presenza misteriosamente ricolma d’amore e misericordia deposta appena un centimetro dalla propria tristezza, il cuore contrito e umiliato di quel povero relitto gettato in strada, ha fatto breccia nel cuore di Cristo, ha bloccato il Signore nel bel mezzo della sua Pasqua, del suo passaggio. Ed ecco, allo stesso modo, ci chiama, ci attira fin dentro al suo cammino dalla morte alla vita: “Che cosa desideri, che cosa vuoi?“. La fede è tutta qui, gridare sapendo, per la luce della Grazia, a Chi chiedere e che cosa chiedere. La fede che salva è vedere prima con il cuore e la mente che con gli occhi. E’ un dono celeste che scioglie le labbra ad esprimere il grido del cuore. E’ desiderare il bene supremo, ovvero occhi aperti per vedere l’amore di Dio in Cristo Gesù, il discernimento che legge la volontà buona del Padre in ogni evento e relazione. La mancanza di questa sapienza è la vera cecità, che atterrisce e obbliga a mendicare, a fare compromessi, seduti e incapaci di muoversi, e quindi a peccare e a morire. Per questo il grido del cieco non può che scaturire dal cuore di un risuscitato”, come il cieco che, “chiamato” come Lazzaro dalla sua tomba, “getta via il mantello” come le bende che avvolgono un cadavere, il segno del suo io prigioniero dell’egoismo e dell’orgoglio, e “balza in piedi” come chi leva dal sepolcro. E’ nel cuore, infatti, che si comincia a guardare, ma è anche dove inizia ad aggredire la cecità iniettata dall’inganno del demonio. E’ nel cuore che si deposita l’incredulità, il glaucoma che brucia la retina del cuore dove Dio riflette il suo amore incarnato nella storia perché si creda a Lui per abbandonarsi alla sua volontà. Se il demonio riesce a offuscare l’evidenza come una nube che avvolge una montagna, iniziamo a dubitare, sino a finire col credere alla menzogna che Dio non ci ama, perché altrimenti la nostra vita sarebbe diversa. Ormai non ci rendiamo più conto che quello che guardiamo non è più la nostra vita, gli eventi e le persone sono confusi, nascosti, avvolti nella menzogna: la moglie è ormai solo un’isterica, il marito un egoista inguaribile, i genitori dei fossili lontani anni luce dai problemi dei figli, i figli dei capricciosi imbelli, gli amici sono approfittatori, i colleghi subdoli nemici, e tutto sembra coalizzarsi contro di noi. Non resta allora che accucciarsi e rinchiudersi nella sconfitta, deposti sulla strada come un sacco della spazzatura, allungando la mano alla ricerca di una briciola di generosità e di affetto per non morire del tutto.

La cecità, dunque, è sempre legata all’incredulità, e sorge dal cuore, dove il demonio punta e aggredisce. Il passaggio di Gesù è un terremoto nel cuore di Bartimeo, e ridesta il seme incorruttibile che lo ha fatto immagine e somiglianza di Dio: quell’Uomo ridà forza all’uomo che è in lui. Egli “sente” che Gesù passa con i suoi discepoli e comincia a gridare. La Chiesa infatti ha questa missione, accompagnare Gesù, passare con Lui nella storia, fare in modo che la sua Pasqua giunga al cuore di ogni uomo cieco e senza speranza, per risvegliarlo, e risuscitare la fede, lo sguardo rinnovato sulla vita e la storia. Essa non può star chiusa nei templi, negli uffici e nelle sacrestie, se Gesù e i suoi discepoli non fossero passati di lì, Bartimeo sarebbe rimasto cieco a mendicare. Bartimeo, invece, ha cominciato a credere proprio al passaggio di Gesù: nel cuore ha iniziato a vedere in Lui la salvezza che si incarnava nella sua vita, il riscatto e la misericordia che giungevano proprio accanto al suo dolore e al suo fallimento. In quel momento ha riaperto gli occhi del cuore perchè la stessa storia sulla quale i suoi occhi si erano chiusi divenendo così per lui un’oscura notte di solitudine, per il passaggio e la presenza di Gesù, ridiviene luminosa di speranza, albergo di forze e gioia che sembravano perdute. Per questo nel suo grido appare già “la fede che lo salva”. In fondo, tra i tanti, Bartimeo era l’unico pronto ad incontrare Gesù. La storia lo aveva preparato ad accogliere la fede che il Signore e la sua Chiesa gli avrebbero annunciato passando accanto a lui. Bartimeo era l’unico che sapeva cosa voleva, perchè era l’unico che, nonostante il tempo buttato a mendicare, riconosceva la sua cecità. Bartimeo è anche immagine del catecumeno che percorre un cammino di illuminazione, sino alla fede adulta e alle acque del battesimo; il tempo precedente l’incontro con Gesù è quello nel quale, tra le vicende della vita, il seme della fede deposto dalla predicazione, lavora nell’ombra, preparando misteriosamente il miracolo della vista; esso rende consapevoli della propria realtà, rivela i peccati che si annidano nel cuore e si fanno mantello di orgoglio e superbia, parla al cuore diradando a poco la menzogna dell’ipocrisia. Ciò significa che anche il tempo che ci sembra scorrere inutile e grigio, senza vedere soluzioni ai problemi, senza incontrare la persona con cui condividere la vita, senza lavoro, senza apparente via di sbocco per figli o amici, anche il lungo tempo di cecità può essere il seno fecondo che prepara l’incontro con il Signore. Anche il grigio dei giorni può ricevere il seme della fede. Per Bartimeo è stato così, come per ogni uomo, come per noi. E oggi, come ogni giorno pensato dal Signore per ciascun uomo, passa Gesù, mentre il dono immenso dei suoi passi di misericordia danno forza e vigore al desiderio di luce e gratitudine di una fede “liberata” dalle catene della menzogna, senza mantelli e con le gambe robuste per correre incontro a Cristo. Anche oggi giunge al nostro cuore l’annuncio della Chiesa, il santo trambusto dei suoi figli, delle sue famiglie che lottano e si perdonano, degli apostoli che fanno strada al Signore perché le onde benefiche della sua Pasqua lambiscano la morte di ogni generazione. E così, “riacquistata la vista”, finalmente riconciliati con Dio e la nostra storia, come Bartimeo possiamo “passare” dall’essere mendicanti a dispensatori, gratuitamente, esattamente come tutto riceviamo da Lui, sempre. La fede che purifica il cuore perché possa vedere Dio in tutto e tutti, muove i passi nella sequela del Signore, ci fa guardare avanti senza tornare al passato, lasciare i morti seppellire i propri morti e “seguire” l’agnello ovunque vada. La luce della sua Pasqua vittoriosa sulla morte e il peccato, ci apre gli occhi per riconoscere le orme di Gesù dinanzi ai nostri passi, le tracce del suo amore nella nostra vita, per  dischiudere le nostre labbra alla lode, l’autentico compimento di ogni esistenza, il frutto puro della sua liberazione. Come Mosè inviato da Dio a liberare il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto per dare lode a Dio, così anche noi siamo stati guariti, salvati e chiamati a seguire il Signore in una vita trasformata in una liturgia di benedizione, come primizie per accompagnare questa generazione alla Terra Promessa del Paradiso.