Dal Vangelo di Gesù Cristo secondo Giovanni 16,16-20.
 
Ancora un poco e non mi vedrete; un po’ ancora e mi vedrete». Dissero allora alcuni dei suoi discepoli tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: Ancora un poco e non mi vedrete, e un po’ ancora e mi vedrete, e questo: Perché vado al Padre?».  Dicevano perciò: «Che cos’è mai questo “un poco” di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire».  Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «Andate indagando tra voi perché ho detto: Ancora un poco e non mi vedrete e un po’ ancora e mi vedrete? In verità, in verità vi dico: voi piangerete e vi rattristerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia. 

Il commento di don Antonella Iapicca
“Che cos’è mai questo “un poco”, non sappiamo cosa dice…”: un poco, il tempo, il passato, il presente, il futuro, e in essi la vita, il suo senso, e la direzione che ha preso, e quel che accadrà. Gli apostoli non comprendevano le parole di Gesù, era per loro un parlare oscuro, non sapevano. Il verbo greco “oida” utilizzato da Giovanni, in virtù della sua radice e del suo uso semantico è, non a caso, legato al verbo vedere; Bruno Snell, il grande filologo tedesco, umanista e pensatore tra i più acuti del Novecento, definisce così il verbo oida: “so, perché ho visto. Un sapere in base a una propria visione”. Oida designa “la conoscenza come una meta raggiunta, come un assoluto” (I. De La Potterie, Studi di cristologia giovannea); esprime un’evidenza della conoscenza, quella ad esempio acquisita dal cieco nato nell’incontro salvifico con il Signore: Se sia un peccatore o no, non lo so; questo io so bene: ero cieco e ora ci vedo” (Gv. 9,25); come afferma De La Potterie, la connotazione è: “questa è una cosa che so benissimo”. Non sapere dunque è, al contrario, un non avere una conoscenza certa, assoluta e profonda. Così è del Battista che non aveva ancora visto in Gesù il Messia, della samaritana che non conosceva il dono di Dio, dei discepoli che non conoscevano il cibo che doveva mangiare Gesù; così è di Tommaso che non sa dove va il Signore, e per questo non può conoscere la via. Così per i discepoli dinanzi all’annuncio di Gesù che appare nel vangelo di oggi: non sappiamo cosa dice. Circa le parole di Gesù ed il loro contenuto, essi sono in un’ignoranza radicale perché non hanno l’esperienza di quello che Gesù sta dicendo. Sono radicalmente impotenti, manca loro la chiave per conoscere con assoluta certezza, per vivere quel che viene detto loro. “Non conosco il luogo dove l’amore emigrato depone la sua vittoria e ha inizio la crescita nella realtà delle visioni, né dove è conservato il sorriso infantile gettato per gioco nella fiamma scherzosa,  ma so che è questa la sostanza con cui la terra palpitando accende la sua musica stellare” (Nelly Sachs, La morte festeggia ancora la vita). Queste parole descrivono bene l’ignoranza angosciante dei discepoli: il loro amore sta per emigrare a deporre in qualche luogo la vittoria di cui ha parlato; ma non conoscono quel luogo, non sanno di che tempo stia parlando il Signore. Solo, quello strano senso di tristezza che ha afferrato i loro cuori e appesantito le loro menti; sanno solo che la terra inghiottirà, prima o poi, quel loro amico e maestro tanto amato. E con Lui le loro speranze, i progetti, i desideri. Risuonano le crude parole di Giobbe: “L’uomo, nato di donna, breve di giorni e sazio di inquietudine, come un fiore spunta e avvizzisce, fugge come l’ombra e mai si ferma”. Esattamente come accade anche a noi e a ogni uomo. Non sappiamo, siamo radicalmente ignoranti su dove andrà a finire il fidanzamento, su che ne sarà di nostro figlio, se completeremo gli studi e troveremo lavoro, se ci licenzieranno, se saremo fedeli al marito, se e quando la salute ci abbandonerà, se guariremo da questa malattia, se la vite darà vino buono, o passerà una gelata e brucerà ogni seme gettato, se ce la faremo ad arrivare alla fine del mese, se qualcuno ascolterà l’annuncio del Vangelo. E mille altre domande racchiuse nel parlare oscuro del Signore, che giunge oggi a ciascuno di noi come una Buona Notizia, che ci svela e consegna la chiave per decodificare il senso primo ed ultimo di ogni nostro istante. Le parole di Gesù sono la password che ci abilita ad entrare nel fantastico programma che è la nostra vita. Perché ogni suo frammento è un frammento della stessa vita di Cristo, così che, annunciando il suo destino, ci svela il nostro. Ed esso è legato indissolubilmente al vedere e al non vedere Lui.
Giovanni per esprimere il vedere, nel brano di oggi usa due verbi diversi: il primo, quando il Signore dice “ancora un poco e non mi vedrete” è “Theoreo“, che esprime un guardare attento e riflessivo; il secondo, quando Gesù dice “un po’ ancora e mi vedrete” è “Orao“, che è il vero e proprio sguardo della fede che va oltre alle apparenze e che sgorga da un’attenta riflessione che porta alla comprensione, e indica l’esperienza personale che abilita alla testimonianza. Da quest’ultimo deriva anche Oida, il sapere, il conoscere di cui, in quel momento, i discepoli erano sprovvisti. “La visione esteriore è divenuta un’immagine interiore e la visione corporale si è trasformata in una contemplazione spirituale” (I. De La Potterie, Ibid.). Alla luce di questo comprendiamo quello che il Signore sta dicendo: “ancora un poco e quanto avete potuto vedere attentamente di me, la mia carne, sarà sottratta al vostro sguardo. Ma ancora un po’ di tempo e potrete vedermi di nuovo, in pienezza, riconoscendo in me la vittoria sulla morte che vi ho annunciato: allora saprete, saprete perché avrete visto”. Esattamente come il cieco nato guarito da Gesù, la conoscenza si nutrirà di un’esperienza inattaccabile, la propria esperienza nel vedere oltre la carne. L’esperienza di Giobbe che, al termine dell’incontro con Dio, potrà dire: “prima ti conoscevo per sentito dire, ora i miei occhi ti vedono”. “Gli stessi santi apostoli, nonostante la conferma di numerosi miracoli e benché istruiti da tanti discorsi, si erano lasciati atterrire dalla tremenda passione del Signore e avevano accolto, non senza esitazione, la realtà della sua risurrezione. Però dopo seppero trarre tanto vantaggio dall’ascensione del Signore, da mutare in letizia tutto ciò che prima aveva causato loro timore. La loro anima era tutta rivolta a contemplare la divinità del Cristo, assiso alla destra del Padre. Non erano più impediti, per la presenza visibile del suo corpo, dal fissare lo sguardo della mente nel Verbo, che, pur discendendo dal Padre, non l’aveva mai lasciato, e, pur risalendo al Padre, non si era allontanato dai discepoli. Proprio allora, o dilettissimi, il Figlio dell’uomo si diede a conoscere nella maniera più sublime e più santa come Figlio di Dio, quando rientrò nella gloria della maestà del Padre, e cominciò in modo ineffabile a farsi più presente per la sua divinità, lui che, nella sua umanità visibile, si era fatto più distante da noi” (San Leone Magno, papa, Disc. 2 sull’Ascensione). Ma per passare a questa visione che si fa esperienza, è necessario il tempo di cui parla Gesù. La conoscenza si radica nel tempo, in esso cresce, si trasforma in un sapere certo e assoluto, nella fede capace di smuovere le montagne: “Quando il sangue ti sprizza dal cuore, nelle ore di dolore, sappi che nessuno può ferire il mondo. Solo la corteccia è scalfita. Nel profondo, nell’intimo dei cerchi, riposa il suo nucleo tranquillo e sano. E tu ne hai sempre parte, con ogni essere creato” (Werner Bergengruen). Un poco traduce mikron, da cui la stessa unità di misura, da cui microscopio. Un tempo mickron, breve, nel quale si accende il mistero pasquale del Signore, il suo passaggio dalla morte alla vita attraverso la Croce e il sepolcro. In una frazione di tempo si squarcia il velo del tempio, e la carne di Gesù varca la soglia del tempo cronologico per entrare nel tempo di Dio: “In Gesù Cristo, Verbo incarnato, il tempo diventa una dimensione di Dio, che in se stesso è eterno Cristo è il Signore del tempo; è il suo principio e il suo compimento; ogni anno, ogni giorno ed ogni momento vengono abbracciati nella sua incarnazione e risurrezione, per ritrovarsi in questo modo nella “pienezza del tempo” (Giovanni Paolo II, Dies domini, 74). Per questo il tempo della Passione ed il tempo della tomba, i due “un poco” del Vangelo di oggi, sono sono micro-tempi, assorbiti e come innestati nella pienezza del tempo, nel tempo eterno di Dio. Questo significa che nulla è assoluto, nulla è ineluttabile, solo la bestemmia contro lo Spirito Santo, la chiusura definitiva all’irrompere di Dio nella storia, può rendere vano il tempo. Esso è un soffio, un appuntamento di Dio con ciascun uomo creato per amore, perché camminando in esso, passi da una visione carnale ad una visione piena, impari a vedere Dio in Gesù, l’amore di Dio nella debolezza della carne.
Il tempo è breve, come scrive San Paolo: “d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; oloro che piangono, come se non piangessero e quelli che godono come se non godessero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano del mondo, come se non ne usassero appieno: perché passa la scena di questo mondo!” (1 Cor. 7, 29-31). Per questo, come scriveva Santa Teresa d’Avila: “Nada te turbe, nada te espante, quien a Dios tiene nada le falta. Solo Dios basta. Todo se pasa, Dios no se muda, la paciencia todo lo alcanza. Niente ti turbi, niente ti spaventi, chi ha Dio niente gli manca. Niente ti turbi, niente ti spaventi, solo Dio basta. Tutto passa, Dio non cambia, la pazienza raggiunge tutto”. Alla domanda dei discepoli Gesù risponde con l’annuncio della sua Pasqua che si compirà in loro: un tempo breve che segnerà il passaggio alla pienezza del tempo e della visione, alla gioia che nessuno potrà più togliere loro. Gesù invita i discepoli e ciascuno di noi ad entrare nella sua dinamica pasquale, a ricevere la chiave che dischiude la porta della conoscenza piena: un poco, tutta la vita è racchiusa in questo “mikron”, tra lacrime e gioia piena: “Tutto ha la sua ora e c’è un tempo per ogni cosa sotto il sole: un tempo per la nascita e un tempo per la morte… un tempo per piangere e un tempo per ridere” (Qo 3,1ss.). Il mistero pasquale del Signore è il paradigma di ogni esistenza: in ogni tempo vi è “un poco” per non vedere e “un poco” per vedere, un tempo per la Croce e il sepolcro, ed un tempo per la risurrezione. Vivere ogni istante in questa consapevolezza significa non afferrarsi a nulla, per offrirsi a tutto, significa poter amare. Perché la cifra autentica del tempo è la liberà, che conferisce contenuto e sostanza a ogni istante. La libertà apparsa e compiuta nel Signore, quella sbocciata nel Getsemani, dove Egli ha introdotto la nostra stessa umanità sul cammino dell’amore sino alla fine, obbediente e docile alla volontà del Padre. La libertà di accogliere l’amore di Dio disseminato nel tempo e nella carne, che spinge a vivere di questo amore, sino alla consegna della propria vita. E’ dunque la libertà la finestra che apre ogni mikron di tempo al respiro infinito di Dio. Nell’amore libero e totale l’eterno irrompe nel tempo per conferirvi il senso unico e credibile che risponde al desiderio più profondo di ogni uomo. Nell’amore si compie il passaggio compiuto da Gesù; in esso si schiudono gli occhi del cuore alla visione viva di Dio. “Il Dio della Bibbia non è una forza che riposa in se stessa, che tiene in movimento il mondo senza muovere se stessa. Quando Dante definisce Dio «l’amor che move il sole e l’altre stelle» (Paradiso XXXIII, 145), riecheggia certo chiaramente la visione aristotelica, ma con il concetto di «amor» è nondimeno enunciato qualcosa di nuovo: l’idea della relazione, che assume in sé l’altro e si lascia assumere in lui. L’immagine delle mani, che abbracciano il tempo e così gli divengono contemporanee, mi sembra rendere nel modo migliore una rappresentazione della relazione di Dio con il tempo ed insieme della sua superiorità su di esso” (Joseph Ratzinger alla Pontificia Università Lateranense il 15 dicembre 1998 all’interno del Colloquio su «San Tommaso e lo Spirito Santo»; Dal numero di Nuntium del giugno 1999). La nostra vita sarà, per grazia di Dio, un passaggio, una Pasqua tra le lacrime e la gioia. In ebraico il termine “lacrima” è ricco, e richiama altre due parole. Foneticamente, lacrima, “demah” esprime anche il sangue dell’occhio. Contemporaneamente un altro significato della parola occhio è “sorgente”. “Così, una lacrima, il sangue dell’occhio, è una sorgente di vita, perché, nella Scrittura, il sangue è la vita. Lacrime d’amore come una sorgente di vita vera, piena, eterna; lacrime d’amore come una sorgente di gioia. Le lacrime di Gesù alla vista di Lazzaro, che ha lasciato entrare nella stessa dinamica descritta nel Vangelo di oggi: anche lui, come Gesù, come ciascuno di noi, è passato attraverso un mikron di tempo nella tomba per risvegliarsi nella contemplazione della vita che sconfigge la morte: “Nessuno può ferire il mondoSolo la corteccia è scalfita. Contro quest’immagine sta l’immagine di Cristo Crocifisso, il sapere che il mondo ha potuto ferire a morte lo stesso suo Dio: Ma esiste il luogo dell’amore emigrato, poiché, grazie alla ferita mortale di Cristo, Dio è entrato nel mondo” (J. Ratzinger). E oggi, la stessa ferita di Cristo è quella aperta nei mikron di tempo della nostra vita che ci nascondono alla vista del mondo – il male, l’ingiustizia, la malattia, i fallimenti, la Croce ed il sepolcro di ogni giorno – finestre attraverso le quali il destino eterno di ogni uomo, Dio stesso, il luogo dell’amore emigrato, si svela all’umanità in attesa.