dal Vangelo secondo Gv 8,51-59

In quel tempo, disse Gesù ai Giudei: “In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte”.
Gli dissero i Giudei: “Ora sappiamo che hai un demonio. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: ‘‘Chi osserva la mia parola non conoscerà mai la morte’’. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?”.
Rispose Gesù: “Se io glorificassi me stesso, la mia gloria non sarebbe nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: ‘‘È nostro Dio!’’, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei come voi, un mentitore; ma lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò”.
Gli dissero allora i Giudei: “Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?”. Rispose loro Gesù: “In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono”.
Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

IL COMMENTO di don Antonello Iapicca

Chi pretendi di essere?”. Quante volte nella nostra vita ricorre questa domanda. Spesso ben celata dietro maschere religiose, altre volte brutalmente espressa nell’incapacità di accettare l’evidenza dei propri limiti. La morte esiste. E Qualcuno, anche oggi, pretende di annunciare che una semplice Parola è capace di vincere la morte. Il padre stesso della fede è morto, accidenti, e ora basterebbe una Parola? Per di più di un povero Galileo che ha tutto dell’indemoniato? Questo Vangelo è molto profondo e tocca un punto sensibile in ciascuno di noi: tocca la nostra fede, il nostro modo di aver fede, lo contesta e lo frantuma. Se ci lasciamo giudicare dalla Verità, correggere come figli dalle parole di Gesù, potremo sperimentare la gioia, quella vera che non scappa dalle mani, la gioia esultante di Abramo.

Gesù si rivolge ai giudei che hanno creduto in Lui nel contesto di quella che, nel giudaismo dopo l’esilio era chiamata semplicemente Ha-Dhag – La Festa, Sukkot, la Festa delle Capanne. La gioia di Abramo nel vedere il giorno di Gesù, la Parola che, custodita, preserva dal gustare la morte, la Gloria del Padre che rivela l’identità umana e divina di Gesù. Occorre leggere tutto ciò nel contesto della Festa delle Capanne, accanto alla tradizione ebraica riguardante la figura di Abramo.
Sukkot prevedeva una settimana intera di festeggiamenti all’insegna della gioia, che esplodeva nell’ultimo giorno. Le cronache dell’epoca raccontano di grandi feste popolari svolte nei cortili del Tempio, che si affollavano di pellegrini che agitavano il lulavOvunque a Gerusalemme si cantavano salmi e canti popolari. La Mishnà afferma che “chi non ha assistito a questa festa ignora cosa sia una festa“. A Sukkot, la gioia è unita alla precarietà delle tende, che chiama ciascuno ad andare all’essenziale, alla Torah – che proprio nel deserto venne donata per poter «scegliere la vita» (cfr Dt 30,1ss.).
La gioia era legata alla luce e all’acqua, elementi fondamentali per la vita. La Torah, fonte della gioia, è spesso paragonata a questi due elementi. Nella festa di Sukkot essi si fondevano, e Gesù li ha raccolti mostrando di esserne il compimento.
Al termine del primo giorno, “i Sacerdoti e i Leviti – scendevano nell’atrio del Tempio riservato alle donne e vi facevano dei grandi preparativi… Le persone più religiose e più illustri danzavano davanti alla folla con in mano delle fiaccole ardenti e recitando Salmi e Inni» (Talmud Babilonese, Sukkah, 51b). Il Tempio era illuminato grandiosamente. Secondo la Mishnah, quattro candelabri giganteschi alti più di venti metri erano posti all’interno del cortile delle donne. Ciascun candelabro era rivestito in oro ed aveva quattro braccia. Sedici fiamme illuminavano Gerusalemme dalla collina più alta dove sorgeva il Tempio. I Leviti suonavano i loro strumenti innescando la gioia. La luce ricordava al Popolo la Gloria di Dio che aveva preso dimora del Tempio. Nel tempo in cui Salomone edificò il primo tempio, fu proprio a Sukkot che la gloria della Shekinah scese su di esso. Gesù, presente nel Tempio durante la Festa rivela che con Lui è giunta nel mondo la Luce vera, quella che illumina ogni uomo. Camminare nella sua luce, seguirlo come discepoli, significherà non inciampare più nella morte, perchè “lo splendore del Re ha vinto le tenebre” (Preconio Pasquale). Nella notte dell’umanità è brillata la Luce che non conosce tramonto, in Gesù le notti dell’Antico Testamento che profetizzavano la notte delle notti ha incontrato la Luce che dissipa ogni tenebra, la luce della Pasqua.
Il settimo giorno della festa è noto come Hoshana Rabba. Sukkot era una festa che celebrava l’ultimo raccolto dell’anno ringraziando Dio e supplicandolo per la pioggia nell’anno a venire. L’acqua aveva un ruolo fondamentale nella Festa delle Capanne. Prima della festa i rabbini ammaestravano il Popolo sui passi della Scrittura riguardanti l’acqua. Uno di essi era letto anche dal Sommo Sacerdote: “In quel giorno dirai: “Io ti lodo, Signore! Dopo esserti adirato con me, la tua ira si è calmata, e tu mi hai consolato. Ecco, Dio è la mia salvezza; io avrò fiducia, e non avrò paura di nulla; poiché il Signore è la mia forza e il mio cantico; egli è stato la mia salvezza». Voi attingerete con gioia l’acqua dalle fonti della salvezza. Abitante di Sion, grida, esulta, poiché il Santo d’Israele è grande in mezzo a te” (Is. 12, 1ss). L’originale tradotto con salvezza è Yesuah, Gesù! Nell’ultimo giorno della Festa, quando l’acqua scorreva a fiumi e la gioia era giunta al suo apice, Gesù grida con tutta la forza che è proprio Lui quell’acqua viva cui ogni uomo anela. Dal suo seno sgorgheranno fiumi di acqua capace di dissetare, come una sorgente che zampilli sino alla vita eterna; Lui compie quanto promesso alla donna samaritana e ai figli di Abramo: ogni pensiero, ogni fatica, ogni dolore, troveranno in Lui compimento e senso. Il raccolto della vita sarà abbondante, trabocchevole, perchè mayim ḥayim, l’acqua viva, lo Spirito di Colui che ha vinto la morte, scenderà copioso ad irrigare la terra, immagine dell’esistenza di ciascun uomo. E’ Lui la salvezza, Gesù, “Dio che salva” dalla morte e dona, senza limiti, il suo stesso alito di vita, la fonte dell’esultanza senza fine.
Al termine della Festa ci si congedava con le seguenti parole del Salmo 128: «Ti benedica JHWH da Sion e possa tu vedere la felicità di Gerusalemme tutti i giorni della tua vitapossa tu vedere i figli dei tuoi figli, pace su Israele» (Sal 128,5-6). Questa benedizione è scesa su Abramo, che ha visto la felicità di Gerusalemme, il cuore della Terra a lui promessa, e ha visto i figli dei suoi figli, la posterità da lui generata, la discendenza sorta da Isacco, il figlio a lui promesso. Non una sola parola annunciata da Dio è andata dispersa: in Cristo Abramo ha visto la Gerusalemme celeste ed eterna scendere e accogliere la Gerusalemme terrena; in Lui ha visto moltiplicarsi, per l’eternità, la discendenza scaturita dai suoi fianchi. Abramo ha visto la gioia.
Secondo una tradizione rabbinica Abramo aveva conosciuto Dio a quarantotto anni. Secondo la simbolica biblica sette per sette è il compimento, quindi Abramo ha conosciuto Dio sulla soglia del compimento della sua vita. La Parola ascoltata lo ha introdotto nella pienezza. La vita di Abramo era in attesa di qualcosa, di qualcuno capace di strapparlo dalla morte incipiente, dal carico di fallimento che gravava sui suoi giorni. Non aveva un figlio cui donare se stesso in eredità, non aveva una terra cui consegnare il suo corpo al riposo. Abramo era sulla soglia della morte; ma proprio qui la Parola di Dio ha trasformato quell’al di là di morte in un futuro colmo di vita. Dio si è fatto presente sul confine drammatico tra morte e vita. Qui Abramo ha cominciato a vedere il giorno di Gesù.
Poi, il compimento della promessa, e quel giorno del Messia si faceva più nitido, la gioia cresceva. Abramo aveva sperimentato sino ad allora tutto quello che la Festa delle Capanne significava: aveva visto la luce della vita brillare nella notte del fallimento, aveva danzato e gioito all’udire la Parola di speranza; aveva dimorato nella precarietà, in attesa della manna, camminando appoggiato alla sola Parola ricevuta; aveva accolto in sè la pioggia abbondante della fertilità, e quell’acqua di vita aveva dischiuso il seno sterile di Sara. Finalmente, stringeva tra le braccia Isacco, la vita stessa scaturita dalla sua carne morta. Ma, era questo il giorno di Gesù nel quale rallegrarsi? Abramo, come il Popolo, gustava la gioia, faceva festa, ma non era ancora quello il giorno del Messia. Egli avrebbe sconvolto ogni attesa, facendo di ogni esperienza una profezia di qualcosa immensamente più grande. Abramo aveva pregustato il potere di una Parola più forte della morte, e custodiva, come Maria, quell’evento prodigioso. Kierkegaard, a proposito di Abramo, scriveva: “Ciascuno diventa grande in rapporto alla sua attesa; uno diventa grande con l’attendere il possibile, un altro con l’attendere l’eterno, ma colui che attese l’impossibile, divenne più grande di tutti”. Ad Abramo mancava qualcosa, mancava l’impossibile che aveva intuito potersi compiere sin dal primo momento in cui aveva ascoltato la voce di Dio. Mancava la prova decisiva, l’amore pieno e incondizionato. Mancava la notte più dura nella quale vedere la luce della Pasqua, il giorno eterno del Messia Gesù. Mancavano quell’angoscia, quel dolore, quell’assurdo che tutto strappa, che scuote ogni certezza; mancava la notte oscura della fede.
Ed è giunta per Abramo l’onda travolgente dello Tsunami. Il nomade Abramo si trovava proprio come al culmine della Festa delle Capanne, quando l’aqua scorre a fiumi. Era infatti presso il pozzo di Bersabea, nel territorio dei Filistei; i suoi piedi calcavano la Terra che Dio gli aveva promesso, guardava Isacco e “invocò il nome del Signore, Dio dell’eternità” (Gen 21,33), al colmo della gioia per le grazie che Dio gli aveva concesso.E in questo luogo di festa, “Dio mise alla prova Abramo e gli disse: ‘Abramo!’. Rispose: ‘Eccomi!’. Riprese: ‘Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò'” (Gen 22, 1-2). Una lancia nel cuore, identica a quella che ha trafitto l’anima di Maria. Il tesoro più grande, la sua stessa vita. Quella vita che Dio gli aveva donato, ora se la voleva riprendere. Come se nel bel mezzo della festa di Sukkot fosse disceso Dio ordinando di ritornare in Egitto e perdere tutto quanto costituiva la ragione della gioia.
La mishnah afferma: «Dieci prove ebbe a subire Abramo nostro padre e resistette a tutte, e ciò fa conoscere quanto fosse grande l’amore di Abramo nostro padre» (Avot 5:3). Il Talmud Babilonia, (Trattato Sanhedrin 89b), descrive così la decima tentazione di Abramo:
Sulla strada [per il paese di Moriah] Satana venne a lui [da Abramo] e gli disse: “Se provassimo a dirti una parola ti darebbe fastidio?… Ecco tu ne hai ammaestrati molti, hai fortificato le mani stanche; le tue parole hanno rialzato chi stava cadendo, hai raffermato le ginocchia vacillanti; e ora che il male piomba su di te, tu ti lasci abbattere; ora che è giunto fino a te, sei tutto smarrito” (Giob.4:2-5). Egli rispose: “io cammino nella mia integrità» (Sal.26:1). “Ma”, gli disse [Satana]: “la tua pietà non è forse la tua fiducia?” (Giob.4:6). “Ricordati”, egli continuò, “quale innocente perì mai?” (Giob.4:7). Vedendo che lui [Abramo] non lo ascoltava, gli disse: «Una parola mi è furtivamente giunta (Giob.4:12): ho ascoltato da dietro la Cortina [cioè, dai segreti più intimi di Dio], l’agnello per un olocausto (Giob.4:7), ma non Isacco per un olocausto”. Egli rispose: “è la punizione di un bugiardo quella che se anche dovesse dire la verità non sarà ascoltato”».
Salendo il Monte Moria Abramo ha dovuto subire la tentazione più grande, quella di dubitare di Dio dinanzi all’assurdo che lo afferrava fin nelle viscere. In questo racconto emergono in filigrana le tentazioni di Gesù, ma anche le parole a Lui pronunciate qualche momento prima il dialogo del Vangelo di oggi, quelle riguardanti il demonio, vero padre dei giudei che avevano creduto in lui. Anch’essi dovevano passare dalla schiavitù alla libertà, dal segno alla verità; avevano creduto ma erano ancora preda della carne, attaccati a quanto avevano ricevuto da Dio come un dono e che avevano trasformato in un possesso orgoglioso, come satana loro padre. Dovevano ascoltare sino in fondo Gesù per conoscere la Verità, il Padre che ama davvero e libera dalla morte e dal peccato, e rinnegare il padre della menzogna che rende schiavi. Come Abramo dovevano abbandonare la propria vita alla Parola fatta carne, a quell’uomo che credevano sapere donde venisse e invece non conoscevano. Dovevano consegnare se stessi a quell’uomo che era Dio. E incamminarsi verso il nuovo Moria, il Golgota dove sperimentare la provvidenza di Dio in quell’Agnello che vi offriva la vita. Dovevano abbandonare ogni giustizia umana, per accogliere la “pretesa” di Gesù, la giustizia celeste, l’amore fatto Parola eterna più forte del peccato e della morte.
Come Abramo, per non assaporare la morte, dovevano imparare a custodire la parola, secondo il significato della parola osservare nell’originale greco. Custodire vuol dire infatti avere qualcosa di prezioso, amarlo, e legare ad esso la propria vita, le proprie energie, il proprio tempo. Sorvegliare, proteggere, amare la Parola. Come Abramo e come i giudei anche noi siamo chiamati, attraverso le vicende della nostra vita, quando tutto sembra perduto, ad imparare ad amare la Parola, Cristo, più d’ogni altra cosa. L’amore autentico è l’amore puro e disinteressato, ed esso passa sempre per il Moria, per l’esperienza che il frutto di questo amore è la provvidenza di Dio, il giorno di Gesù, la vita oltre la morte. La Grazia di questo amore, il dono di questa consegna totale che spoglia per colmare, passa per il sacrificio di Isacco, per la prova più dura. Essa stessa è l’anticipo della Grazia più grande, la libertà totale e incondizionata che si fa obbedienza colma di amore. Per giungere a vivere come Santa Teresa d’Avila: “Se ti amo, o mio Tesoro, non è per il Cielo che mi hai promesso. Se temo di offenderti, non è per l’inferno di cui sono minacciato. Quel che mi attira a te, sei tu, tu solo: è vederti inchiodato sulla croce, col corpo straziato, in agonia di morte. E il tuo amore si è talmente impadronito del mio cuore che anche se il Paradiso non esistesse, ti amerei lo stesso; se non esistesse l’inferno ti temerei ugualmente. Tu nulla hai da promettermi, nulla da darmi per provocare il mio amore: quand’anche non sperassi quel che spero, ti amerei come ti amo“.

Racconta un midrash che mentre Isacco si legò volontariamente all’altare del sacrificio e Abramo si accingeva a compiere il sacrificio, il Signore vide “come fosse uguale il cuore dei due: sgorgavano lacrime dagli occhi di Abramo e le lacrime cadevano su Isacco legato. Isacco piangeva e le sue lacrime cadevano sulla legna che era tutta bagnata. Tutta la creazione piangeva. Poi Abramo prese il coltello per immolare il figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò e disse: «Abramo, Abramo! ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato il tuo figlio, il tuo unico figlio!»”. Sul Moria Abramo ha sperimentato questo amore, ha visto il giorno che non muore, il volto di Cristo impresso in quel figlio offerto e riscattato. Dopo l’intervento dell’angelo infatti Abramo, secondo il Targum, ha chiamato quel luogo: Qui il Signore fu vistoAl culmine dell’angoscia Abramo ha visto che “Dio è favorevole”, ha visto il giorno di Cristo.
Quel giorno è la gioia vera, quella che annunciava Sukkot, la gioia della Torah compiuta, della luce e dell’acqua della vita che non si esauriscono e illuminano e fecondano per l’eternità. Il giorno di Gesù è la gioia vera ed autentica che i discepoli hanno sperimentato la sera di Pasqua: “In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete… Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia… Ora siete nella tristezza, ma vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia (Gv. 16, 20.22). Il giorno del rifiuto, della persecuzione, quando tutti gli uomini, mentendo, parleranno male dei discepoli del Signore: il giorno delle beatitudini: “Vi dico, in quel giorno rallegratevi“. Abramo ha visto il giorno di Gesù perchè Gesù, ritornando vittorioso dalla tomba, lo aveva visto nello sguardo di Isacco salvato dalla morte, immagine profetica dell’Uomo delle beatitudini. E’ questa l’esperienza più profonda, quella che ci attende nella notte di Pasqua: guardare Cristo fisso negli occhi, come Abramo ha fissato suo figlio. Piangere con lui, delle lacrime del getsemani. Tremare con Lui quando tutto, ma proprio tutto ci è tolto. “Fiat lux, fiat voluntas, un’eco lontana risponde alla prima, alla parola di creazione, un’eco fedele: un secondo inizio risponde al primo; una seconda creazione risponde alla prima” (Charles Péguy, Getsemani). La luce della Pasqua che brilla nell’obbedienza del Figlio, l’obbedienza di Abramo, di Isacco, di ciascuno di noi. Al culmine della notte brilla la luce, nel fondo dello sconforto e della paura, proprio allo spegnersi di ogni certezza, anche quella della preghiera e della stessa Parola di Dio, quando tutto tace e ci troviamo schacciati dall’incomprensibile, appare il volto di Cristo che s’erge trionfante sulla morte. Non vi è altra gioia che ci interessa:abbracciare già fin d’ora la “vita”, la vita vera, che non può più essere distrutta da niente e da nessuno. (J. Ratzinger – Benedetto XVI, Gesù di Nazaret, volume II). Abbracciare Isacco ridonato, abbracciare Cristo, vita nostra.
Sant’Ambrogio (circa 340-397), vescovo di Milano e dottore della Chiesa
Su Abramo, I, 67-78

« Abramo vide il mio giorno »

“Dio disse ad Abramo: Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò” (Gen 22,2). Isacco prefigura Cristo che sta per soffrire. Viene su un’asina…; quando il Signore venne per soffrire per noi la sua Passione, sciolse il puledro, figlio dell’asina sul quale salì… Abramo disse ai suoi servi: “Torneremo da voi”; ha profetizzato ciò che ignorava… Isacco ha portato la legna; Cristo, il legno della croce. Abramo acompagnava suo figlio; il Padre accompagnava Cristo. Disse infatti: “Mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me” (Gv 16,32). Isacco disse a suo padre… “Ecco qui la legna ma dov’è l’agnello per l’olocausto?” Disse delle parole profetiche, pur senza saperlo; il Signore infatti preparava un agnello per l’olocausto. Anche Abramo ha profetizzato rispondendo : “Dio stesso provvederà l’agnello per l’olocausato, figlio mio”…

“L’angelo del Signore gli disse: “Abramo, Abramo… non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli alcun male! Ora so che temi Dio e non hai risparmiato il tuo figlio prediletto per me” (cfr Rm 8,32)… Abramo alzò gli occhi e vide un ariete appeso con le corna in un cespuglio” . Perché un ariete? È quello che ha il valore più grande nel gregge. Perché appeso? Per farti vedere che questa non era una vittima terrena… Il nostro corno, la nostra forza, è Cristo (lc 1,69), che è superiore ad ogni uomo, come leggiamo: “Tu sei il più bello tra il figli dell’uomo” (Sal 44,3). Solo lui è stato innalzato da terra ed esaltato, come insegna lui stesso con queste parole: “Io non sono di questo mondo. Sono di lassù” (Gv 8,23). Abramo in quell’olocausto ha intravvisto la sua Passione; per questo il Signore disse di lui: “Abramo vide il mio giorno e se ne rallegrò”. Egli è apparso ad Abramo, rivelandogli che il suo corpo avrebbe sofferto la Passione grazie alla quale egli ha riscattato il mondo. Indica pure il genere di Passione che avrebbe sofferto mostrandolo appeso; quel cespuglio è il legno della croce. E, innalzato su quel legno, la guida incomparabile del gregge ha attirato tutti a sé, per farsi conoscere da tutti.

Sant’Ireneo di Lione (circa130-circa 208), vescovo, teologo e martire
Contro le eresie, 4, 5-7 ; SC 100

« Abramo vide il mio giorno, e se ne rallegrò »

Poiché Abramo era profeta, vedeva nello Spirito il giorno della venuta del Signore e il disegno della sua Passione, per mezzo della quale lui stesso e tutti coloro che credebbero in Dio verrebbero salvati. E trasalì di una grande gioia (Gn 17, 17). Abramo quindi conosceva il Signore, poiché desiderò vedere il suo giorno… desiderò vedere quel giorno per poter anche lui abbracciare Cristo, e avendolo visto in modo profetico, esultò.

Perciò Simeone, essendo della sua posterità, compieva la gioia del patriarca dicendo : « Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola ; perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli » (Lc 2, 29)… e Elisabetta disse [secondo alcuni manuscritti] : « L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore ». L’esultanza di Abramo scendeva, in tal modo, su coloro che vegliavano, che vedevano Cristo e credevano in lui. E, da questi suoi figli, questa esultanza risaliva fino ad Abramo…

A buon diritto dunque il Signore gli rendeva testimonianza dicendo : « Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno : lo vide e se ne rallegrò ». E non disse questo soltanto riguardo ad Abramo, ma a tutti coloro che, dal principio, acquistarono la conoscenza di Dio e profetizzarono la venuta di Cristo. Infatti ricevettero questa rivelazione dal Figlio stesso, quel Figlio che in questi ultimi tempi si è fatto visibile e palpabile e si è intrattenuto con gli uomini per far sorgere da pietre, figli di Abramo (Mt 3, 9) e rendere la sua posterità numerosa come le stelle del cielo.

Charles Péguy. LA NOTTE DEL SIGNORE
Tratto da Getsemani.

Tutto era pronto. La vita di famiglia, trent’anni, aveva avuto luogo. La vita pubblica, tre anni, aveva avuto luogo. La vita di casa, il banco di lavoro e la morsa, la sega e la pialla, era finito, questo era stato fatto. La vita di popolo, la montagna e la pianura, e il lago di Tiberiade, la predicazione e le similitudini, la curva delle parabole, lungo le strade, era finita; questo era stato fatto. Tutto era pronto. Il coronamento stava per cominciare. Il coronamento stava per aver luogo. Tutto era pronto. Tutte le virtù private e pubbliche, tutte le virtù eroiche dei trenta e tre anni stavano per culminare nel sacrificio supremo.

Durante anni e anni l’albero della croce, pazienza vegetale, senza miracolo aveva preparato la durezza del suo legno. In qualche palude del Giordano la canna era spuntata, lo scettro di derisione, una canna era spuntata, la canna unica e una spina, senza miracolo, una santa spina era spuntata in qualche macchia giudea, in qualche macchia ebraica. Una spina nera, una spina purpurea, forse un semplice rovo, una grossa spina di quei paesi. Tutti erano chiamati in servizio; gli uomini erano chiamati in servizio; gli attrezzi eterni erano pronti, gli strumenti della salvazione del mondo.

Giuda era pronto e il bacio saliva alle labbra di Giuda. Il bacio che attendeva dai secoli dei secoli. Il bacio che nei secoli dei secoli in seguito si ripercuoterà eternamente. Il bacio annunciato, il bacio che si ripercuote da tutta l’eternità.
E in una camerata in basso, appoggiata al terzo affardellamento, la lancia, la lancia per il Fianco, aspettava.
Tutto era pronto, lui solo, lui solo non lo era. Tutta la creazione era convocata, era stata convocata. r.:appello era fatto; non soltanto l’appello di quella prima decuria, e della sinistra di quella seconda, e di Malco: l’appello della creazione intera.

E come la lancia era pronta, anche gli angeli erano pronti. Come la lancia era pronta all’equipaggiamento del Romano, nello stesso modo gli angeli si preparavano. Sorpresi di dover raccogliere un sangue d’uomo, un sangue di Dio, un sangue d’uomo di Dio.
Lui stesso era preparato, la sua preparazione era fatta. La sua volontà era decisa da tutta l’eternità. Aveva deciso questo. Nessuno gli forzava la mano. Chi del resto, chi poi gli avrebbe forzato la mano. Niente lo forzava, niente gli forzava la mano, e ad occuparsi di quell’affare, niente se non un amore immenso, niente se non il suo immenso amore infinito, niente l’aveva trascinato in quell’affare se non un amore immenso, il suo infinito amore eterno. Da tutta l’eternità si era imbarcato in quell’affare.

Da tutta l’eternità la sua decisione era presa. Adesso poteva fermare tutto, disdire Giuda e disdire Barabba, disdire Pilato e disdire Caifa, disdire Malco. L’eternità stessa attendeva, figlio mio, lei che non attende mai, che non attende affatto. Leternità stessa era sospesa. E lui stesso attendeva come il suo coronamento, da tutta l’eternità sapeva, da tutta l’eternità attendeva questo coronamento. Singolare. Sapere, amico mio, come si vedeva bene, su quest’esempio eminente, su quest’esempio singolare, che c’è un abisso tra sapere e fare, tra sapere la morte (la propria morte) e passarvi. Lui stesso il suo amore attendeva. Da tutta l’eternità il suo amore infinito, il suo amore eterno attendeva. E che c’è un abisso tra volere e fare, tra volere la morte, la propria morte, e anche la morte degli altri, e passarvi.

Perché infine questa volontà che egli diceva altra, di un altro, questa volontà che diceva estranea, alienam, questa volontà che chiamava la volontà di suo padre, non la sua, verumtamen non sicut ego volo, sed sicut tu, infine questa volontà non era soltanto la volontà di suo padre; era anche la sua; da tutta l’eternità era propriamente la sua.
Lui stesso aveva messo l’ultima mano alla sua istituzione, alla fondazione della sua città. La Chiesa era fondata. Pietro era investito. Il pane era stato cambiato in corpo e il vino era stato cambiato in sangue, il vino dell’uva della vite. Cosa dev’essere mai la morte, figlio mio, perché in quel momento egli abbia avuto un’esitazione, perché un’esitazione atroce l’abbia fatto un istante tentennare. Lui stesso l’ultimo dei profeti, il principe dei profeti, aveva tre e quattro volte profetizzato la sua propria morte, aveva appena profetizzato la sua passione e la sua morte.

Ed ecco che non solo stava per smentire tutti gli altri profeti. Ma stava per smentire se stesso profeta. Cosa dev’essere mai la morte, amico mio, figlio mio, perché il solo avvicinarsi, perché la sola attesa, perché la sola apprensione della morte l’abbia messo in un tale stato, in quello stato. Perché non ci si deve ingannare, amico mio, e non dissimulatevelo, era questo, e questo soltanto, che era nel cuore del supplizio, che era il midollo e il cuore della passione!

In questo senso non vi sfugge che la sua passione e soprattutto che la sua morte era come un compimento e nello stesso tempo come una prova e un controllo, una verifica, quasi una concentrazione, una realizzazione suprema della sua incarnazione.
Chi moriva come uomo, a quel punto come uomo, era dunque bene uomo, era dunque ben stato incarnato uomo. Era come una prova per mezzo del limite. Avrebbe dovuto subire la morte, la morte ordinaria, la morte comune, figlio mio, la morte come in Villon, la morte di ogni uomo, la morte di tutti quanti, la sorte comune, la morte comune a tutti quanti, la morte di cui vostro padre è morto, figlio mio, e il padre di vostro padre.

Quale deve essere, figlio mio, quale bisogna che sia questa morte, perché egli abbia preso giustamente questo tempo, in cui immensi preparativi, a cui immense promesse facevano capo, per segnare questo tempo di sosta, questo tempo di spavento, questo tempo di stupore, diciamo la parola, questo tempo di vacillamento, diciamo la parola, questo tempo di arretramento. Questo tempo di sbigottimento.
Per tirar fuori infine questa spaventosa preghiera. Questa atroce preghiera di un’ansietà carnale, di un’ansietà come eterna, quest’atroce preghiera di un’angoscia infinita. Transeat a me Pater mi, si POSSIBILE EST, transeat a me calix iste. Testo niente affatto commovente, come è stato detto migliaia di volte, in tutti i romanticismi, laici, ecclesiastici, antichi, moderni, cristiani, atei. Ma testo letteralmente spaventoso, molto precisamente spaventoso.

Tutti i testi vanno nello stesso senso, i profeti, i santi, e lui profeta e santo. Tutti i testi vanno nello stesso senso che è il senso del compimento della salvezza. E un solo testo contrasta. Un solo testo respinge. Ed è precisamente il testo dell’apprensione della morte.
E fu precisamente il tempo che egli prese, quando tutto attendeva, quando la creazione era sospesa alle labbra del suo Dio, fu precisamente il tempo che prese per darci, per lasciarci questo testo: il testo dell’apprensione della morte per non entrare in tentazione. Perché lo spirito è pronto, ma la carne è debole. Parole spaventose, che non si vogliono affatto intendere nel loro senso, spaventoso.

Testo spaventoso che non si vuole affatto leggere, che si venera, che non si vuole leggere, che si venera per non leggerlo. Parole spaventose, che si venerano per non intenderle. Le si intende, le si legge, come un rimprovero, a quei bambini che siamo, sarebbe come un biasimo, conosciuto, abituale, registrato, dunque senza importanza, digerito, come un ammonimento, una sgridata. Gesù, in questa versione, in questa lettura, Gesù riprenderebbe Pietro come dall’alto, come uno che sa correggerebbe, riprenderebbe uno che non sa, come uno che può riprenderebbe uno che non può.

Amico mio, è tutto il contrario, diametralmente il contrario. Nel momento in cui insegna a quei disgraziati la tentazione e di vegliare e di pregare per non entrare nella tentazione, e che lo spirito è pronto e che la carne è debole, quale riflessione, quale conversione non doveva operare su se stesso, quale marcia indietro non doveva fare su se stesso (sulla sua anima) e sulla sua propria carne.
Era tra il suo primo e il suo secondo, dobbiamo dirlo, mancamento, era tra la sua prima e la sua seconda preghiera di supplica; dopo la prima, prima della seconda. Aveva appena provato, in se stesso, aveva appena conosciuto, istantaneamente aveva conosciuto cosa sia quell’angoscia spaventosa e nella sua propria carne aveva conosciuto cosa sia la debolezza della carne, l’infermità di ogni carne.

Ecco, sembrava dire [era soltanto il fratello, che aveva appena parlato al padre, al Padre comune, era il fratello che (se ne) tornava verso i suoi fratelli, verso uno, verso tre fratelli più giovani, verso tutti i cristiani suoi fratelli (più giovani) e che sembrava dire loro]: Vedete cosa è la nostra carne, e la nostra tentazione. Bisogna vegliare. Bisogna pregare. Non si è mai tranquilli. Per la seconda volta se ne andò, e pregò, dicendo: Padre mio, se questo calice non può passare senza che io ne beva, sia fatta la tua volontà.

Iterum secundo, per la seconda volta se ne va, per la seconda volta prega, per la seconda volta dice: Si non potest, come riprende, come ripete il si possibile est della prima volta, del primo ritiro, della prima solitudine, della prima preghiera. Ma si arrende, si sottomette. E già al negativo: Si non potest; si non possibile est. Nisi bibam illum: si rappresenta già di berlo. Fiat voluntas tua, come riprende il sicut tu. Ma in negativo anche, al contrario, il sicut ego volo (voluntas mea) scompare anch’esso qui.

E per un meraviglioso accordo interiore come risuscita qui, come rianima, come rinnova, come richiama, come rimemora la preghiera (orans, et dicens; oravit, dicens) , come ritrova qui la preghiera che ha lui stesso insegnato agli uomini, lui stesso inventato al tempo della sua predicazione, lui stesso concepito, ricevuto, in un colpo di santità, la preghiera che aveva lui stesso deciso, trovato, insegnato sulla montagna, nel sermone, nel discorso sulla montagna. Cioè in questo culmine del suo sgomento, nel momento stesso in cui, uomo, aveva più bisogno di preghiera, in cui aveva un bisogno maximum di preghiera, un bisogno culminante, lui stesso come uomo, lui stesso uomo ritrova questa preghiera, questa stessa preghiera, perché anche a se stesso, a se stesso uomo, anche a sé se l’era insegnata.

Perché se l’era insegnata a lui stesso, a lui uomo, come a noi; e in quella notte tragica fu quella preghiera che gli risalì alle labbra, la formula stessa di quella preghiera; ma non più nella sua continuità sulla montagna, in quella bella continuità del suo sermone: Pater noster, qui es in coelis, sanctificetur nomen tuum; adveniat regnum tuum; fiat voluntas tua. Non più quel bel ritmo di fiume e quella continuità, ma una preghiera spezzata, rotta, atroce, in quella notte tragica, la stessa preghiera frammentaria, spezzata dalla tragicità di quella notte. Pater mi, si non potest hic calix transire nisi bibam illum, fiat voluntas tua.

E questa forma come ritirata, come serrata, quest’invocazione come ritirata a sé, Pater mi invece di Pater noster, che attira, che attrae, che riavvicina suo Padre a sé; che fa, che dà una tale fusione, una tale penetrazione delle sue due persone che dicendo questa preghiera d’uomo non si sa di colpo fino a che punto non parli di colpo, molto specialmente, particolarmente, quasi professionalmente, come tecnicamente, da figlio di Dio, bisogna credere che questa inaudita, che questa avocazione incredibile, eco della tripla preghiera, non dicesse niente, non volesse dir nulla, non significasse nient’altro che la morte carnale e la paura della morte carnale: Mio Dio, mio Dio, ut quid dereliquisti me?

Perché mi avete abbandonato?, che questa strana, che quest’incredibile avocazione non mascheri, non sveli, non nasconda un’altra paura e un’altra morte, che non denunci affatto, che non riveli affatto un altro mistero, un mistero mistico, un mistero infinitamente più profondo. Mettiamo che avesse un corpo, e che il suo corpo si fosse ben difeso. Il suo corpo si era rivoltato, il suo corpo si era ribellato davanti alla morte, davanti alla morte del corpo.

E lui stesso seguì il suo corpo, in un certo senso (come noialtri peccatori e come così spesso i santi), seguì come un pover’uomo il suo corpo, l’indicazione del suo corpo, l’invocazione del suo corpo, l’avocazione del suo corpo. Compiendo così, con un coronamento meraviglioso, compiendo la sua incarnazione nella sua redenzione.

Fiat lux, et lux fuit; lux facta. Verumtamen non sicut ego volo, sed sicut tu. Fiat voluntas tua; et voluntas ejus fuit; voluntas facta. A cinquanta secoli di distanza, da prima di Adamo, fino al nuovo Adamo, fino a quel nuovo Adamo, secondo lo stesso ritmo a titolo di eco fedele questa stessa parola, quest’eco risuonò. E a un intervallo di più di cinquanta secoli di distanza il grido della seconda creazione rispose alla parola della prima creazione.

Nella prima, all’inizio, alle soglie della prima (un) Dio attivo, (un) Dio di comando e d’inizio aveva pronunciato (gloriosamente) una parola di comando, una parola d’autorità, una parola di creazione, una parola attiva, effettiva, efficace. Nella seconda, all’inizio, alle soglie della seconda (un) Dio umile, (un) Dio sottomesso, (un) Dio ritirato, aveva pronunciato fedelmente, in tutta fedeltà, da eco fedele, (un) Dio umile aveva pronunciato umilmente, sottomesso, un’umile parola d’umiltà, di sottomissione. Di passione.

Ecco, cristiani, ecco il vostro progresso; ecco qual è il progresso per voi, il vostro reale, il vostro religioso progresso. Più di cinquanta secoli di progresso, di un progresso, del vostro progresso, portano a questo, a questo secondo inizio: un Dio caduto in avanti sulla faccia, procidit in faciem suam, un Dio prostrato sulla faccia della terra, un Dio lo stesso, un Dio umile, un Dio sottomesso, in tutto lo sconforto e più che in tutta l’umiltà dell’uomo.

Fiat lux,fiat voluntas, un’eco lontana risponde alla parola prima, alla parola di creazione, un’eco fedele: un secondo inizio risponde al primo; una seconda creazione risponde alla prima; e questo secondo comandamento.
E come la prima creazione era la creazione di tutto il mondo, la creazione dell’universo, totius orbis universi, di tutta la creazione questa seconda creazione, questa eco fedele, questa fedeltà non è altro, non sta per essere altro propriamente che la creazione dello spirituale, che essere la propria creazione propria, ritardata più di cinquanta secoli, del mondo spirituale.

Legami, Targûm su Gen. 22 (il testo riportato è tratto da S. P. Carbone – G. Rizzi, Le Scritture ai tempi di Gesù, op. cit., 109-110):

E avvenne, dopo questi avvenimenti, che YHWH mise alla prova Abramo per la decima volta e gli disse: Abramo! Abramo rispose nella lingua del santuario, e Abramo gli disse: Eccomi…Isacco disse: Ecco il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto? Abramo rispose: Davanti a YHWH sta preparato per lui l’agnello per l’olocausto. Se no sei tu l’agnello per l’olocausto. E andarono tutti e due assieme con un cuore perfetto. E vennero nel luogo che YHWH aveva indicato e Abramo costruì l’altare, dispose la legna, legò suo figlio Isacco e lo mise sull’altare sopra la legna. E Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio Isacco. Isacco prese la parola e disse ad Abramo suo padre: Padre mio, legami bene, in modo che io non ti impedisca e che la tua offerta non sia resa invalida, e che io non sia gettato nella fossa della perdizione del mondo futuro. Gli occhi di Abramo si volsero verso gli occhi di Isacco e gli occhi di Isacco si volsero verso gli angeli su in alto. Isacco li vide, ma Abramo non li vide. In quello stesso momento venne una voce dal cielo e disse: Venite a vedere i due soli che ci sono al mondo. L’uno immola e l’altro è immolato. Colui che immola non si rifiuta e colui che è immolato presenta la gola. E l’angelo di YHWH lo chiamò dai cieli e gli disse: Abramo! Abramo rispose nella lingua del santuario. Eccomi. Gli disse: Non stendere la mano sul ragazzo e non fargli alcun male, poiché io so che tu ora temi YHWH e non gli hai negato il tuo figlio, il tuo unico figlio. Abramo alzò gli occhi e guardò: ed ecco che vi era un ariete tra gli alberi, impigliato per le corna. Abramo l’andò a prendere e l’offrì in olocausto al posto di suo figlio. Allora Abramo rese culto e pregò il nome della Parola di YHWH e disse: Io ti prego, per il tuo stesso amore, o YHWH. Tutto è scoperto e conosciuto davanti a te. Ora, non c’è stata divisione nel mio cuore al momento in cui tu mi hai detto d’immolare Isacco mio figlio e di renderlo polvere e cenere davanti a te. Ma subito io mi sono levato all’alba e con zelo ho portato a compimento la tua Parola e con gioia ho eseguito la tua decisione. Ma ora, io ti prego per la tua misericordia, allorché i figli d’Isacco si troveranno in un tempo di difficoltà, ricordati della legatura d’Isacco loro padre ed ascolta la voce delle loro suppliche. Esaudiscili e liberali da ogni tribolazione. Così le generazioni future diranno: Sulla montagna del Santuario di YHWH dove Abramo offrì Isacco suo figlio, su questa montagna gli è apparsa la gloria della Presenza di YHWH.
Si può fare un confronto con Midraš Genesi Rabbah (il testo riportato è tratto da S. P. Carbone – G. Rizzi, Le Scritture ai tempi di Gesù, op. cit., 110):
“Un’altra spiegazione: Disse R. Jishaq: Quando Abramo stava per legare Isacco suo figlio, questi gli disse: Padre, io sono giovane e ho paura che forse tremi il mio corpo per la paura del coltello, mi faccia del male e forse la macellazione non sia valida e non ti sia considerato quale sacrificio: dunque legami bene e subito. E legò Isacco suo Figlio (Gn 22,9). Può un uomo legare un figlio di 37 anni senza il suo consenso? Subito stese Abramo la sua mano (Gn 22,10). Stendeva la mano per prendere il coltello e dai suoi occhi scendevano le lacrime, e le lacrime che provenivano dalla compassione paterna cadevano sugli occhi d’Isacco, tuttavia egli era felice di eseguire la Volontà del suo Creatore, mentre gli angeli si raccoglievano in schiere al disopra, e che cosa dicevano? Sono deserte le strade ed è cessato il transito per le vie, è stata infranta l’alleanza, ha disprezzato la città (Is 33,8). Non si compiace più di Gerusalemme e del Santuario che aveva intenzione di dare in possesso ai discendenti di Isacco. Non si tiene conto dell’uomo. Non sussiste il merito di Abramo. Nessuna creatura è considerata ai suoi occhi. Disse Rabbi Aha: Abramo cominciò a meravigliarsi: questi fatti non sono altro che fatti che portano stupore! Ieri dicesti: la tua discendenza prenderà il nome da Isacco (Gn 21,12), ed oggi hai cambiato e hai detto: prendi tuo figlio (Gn 22,2). Ed ora tu mi dici: Non mettere le mani addosso al ragazzo! Gli disse il Santo, che egli sia benedetto: Abramo, non infrangerò mai la mia alleanza ed il detto delle mie labbra non muterò (Sal 89,35), la mia alleanza manterrò con Isacco. Quando ti ho detto: Prendi tuo figlio, non ti ho detto: Scannalo, ma: Fallo salire (gioco sul TE della radice ’lh, che può voler dire ‘olocausto’ o ‘salire’). Te l’ho detto per amore, l’hai fatto salire ed hai eseguito il mio ordine, ora fallo scendere”.