dal Vangelo secondo Mc 12,28-34 

In quel tempo, si accostò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. E il secondo è questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Non c’è altro comandamento più importante di questi”. Allora lo scriba gli disse: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità che Egli è unico e non v’è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore e con tutta la mente e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso val più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Gesù, vedendo che aveva risposto saggiamente, gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”. E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Il commento di don Antonello Iapicca

La “saggezza” dell’uomo consiste nel saper rispondere a una domanda, quella decisiva: “Qual’è il primo dei comandamenti?”. Il Vangelo di oggi ci svela che, per essa, vi è una risposta intelligente da cui deriva una vita altrettanto intelligente, sapiente, gustosa. La parola comandamento traduce diversi termini ebraici che significano una parola che affida un incaricoun comando fissato come un ordine di servizio, la legge “incisa” che orienta e dirige il compimento di una missione. Secondo la tradizione di Israele, i comandamenti sono sempre parole di vita: il loro compimento non è mai una fredda osservanza, ma è, invece, qualcosa di esistenziale, il cammino che conduce alla riuscita della vita attraverso il compimento della missione affidata a ciascun uomo: “Vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto, ed il vostro frutto rimanga” (Gv.15). Il comandamento è, dunque, una missione, rivela l’elezione e la primogenitura, la verità affidata a Israele prima e alla Chiesa poi perché sia annunciata al mondo. La domanda decisiva che appare nel Vangelo allora, può significare: “Che cos’è decisivo e imprescindibile nella vita? Quale è il cuore della missione che mi è affidata? Tra le tante che sento ogni giorno, qual’è la Parola che mi guida verso il Regno di Dio?”. La nostra vita, infatti, è come una freccia scoccata dall’arco verso un obiettivo ben preciso. Chet, uno dei termini ebraici del concetto di “peccato” significa “fallire il bersaglio”; in greco è tradotto con “hamartia”, che significa letteralmente direzione sbagliata di vita, come di un bersaglio che non si è riusciti a cogliere. Il termine peccato significa dunque una direzione sbagliata della propria esistenzaè relativo all’ontologia ancor prima che alla morale. S. Agostino considera il peccato come un “bene che non ha raggiunto il suo fine”. Il Concilio Vaticano II afferma che il peccato è un limite che l’uomo mette alla propria crescita, “ una diminuzione per l’uomo stesso, impedendogli di conseguire la propria pienezza” (GS 1,13). Non è possibile vivere confondendo pensieri, affezioni e azioni nel grigio del compromesso; o si è sapienti o si è stolti, o con il Signore o contro di Lui: “Gesù, vedendo che aveva risposto intelligentemente“… ovvero con discernimento, con sapienza, fissando il cuore della vita nel cuore della Scrittura. L’incipit del Decalogo, le Dieci Parole di Vita vergate con il fuoco dell’amore divino e rivelate sul Sinai, rammenta un’esperienza. L’ascolto è preceduto e accompagnato da un’esperienza: la liberazione dall’Egitto. Lo stesso incipit dello Shemà, il comandamento più grande: l’amore a Dio e al prossimo scaturisce dall’esperienza dell’unicità di Dio. Per questo prima di essere un comandamento, lo Shemà è un annuncio e una profezia, la rivelazione di un’identità: Ascolta Israele, il Signore è uno. Il comandamento più grande rivela la grandezza di Colui che comanda, la sua unicità. La missione affidata a Israele prima e alla Chiesa poi, l’incarico che costituisce la vita di ciascuno di noi, rivela l’identità di Colui che incarica e affida la missione. E nella sua identità è rivelata anche quella dell’apostolo, dell’inviato. Nella relazione di intima comunione tra Liberatore e liberato è gestato, nasce e si compie il comandamento più grande. Gesù e lo scriba sono entrambi figli di Israele, conoscono le vicende del proprio popolo. Egitto, Mitraym, in ebraico significa “angoscia, luogo dove l’umano è definitivamente incastrato e rinserrato”. In Egitto il popolo ha vissuto nella condizione servile, incastrato nel servizio agli idoli, e forse si è esso stesso sottomesso all’idolatria, disordine che dissipa “cuore, mente e forze”. “Disordine” in ebraico si dice “faraone”: a lui asservito il Popolo santo aveva perduto la sua identità, l’arco scoccato stava fallendo il bersaglio, e la vita scorreva dissipata nella fatica della schiavitù. In questa situazione fallimentare è avvenuto l’impossibile, Dio stesso è sceso a liberare il Popolo per condurlo al bersaglio autentico, al compimento della sua missione. Il comandamento più grande, la sintesi di tutta la Torah e dei profeti, è quindi il sigillo e il segno dell’opera unica compiuta dall’unico che ne aveva il potere: “Il Popolo ebraico attesta, compiendo il primo comandamento, che “solo il Signore suo Dio” può fare questo. Testimonia che ne è beneficiario. Accetta e decide, per quanto possibile, di assumere la liberazione dalla servitù del faraone. Vuole servire il solo Signore, rendergli culto, orientare tutte le sue forze, tutto il suo cuore, tutta la sua anima, tutto il suo tutto, a questo solo culto” (Marie Vidal, Un ebreo chiamato Gesù). In quella prima Pasqua Dio era solo, non v’era con Lui alcun dio straniero; ha spiegato le sue ali e ha liberato il suo popolo rivelando se stesso nella forza incommensurabile del suo amore, l’unico che ha reso possibile l’impossibile. Non vi sono altri dei, non si allineano altri signori. E’ uno. E’ Dio. L’unica risposta alla questione che ci pone la vita è amarlo perché è unico: amarlo con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutte le forze è l’unica vita ragionevole, intelligente, sapiente.
Nel dialogo tra lo scriba e Gesù si legge in filigrana tutta la storia di Israele che, proprio in quel momento, trova pienezza e compimento. E’ il dialogo tra il Liberatore-Gesù e il liberato-scriba che si incontrano nell’amore. Per questo Gesù conclude congratulandosi con lo scriba dicendogli che non è lontano dal Regno di Dio: aderendo alle sue parole lo scriba riconosce in quel comando la missione della sua vita che consiste nell’esodo dalla condizione servile alla libertà, dall’Egitto alla Terra Promessa, dalla morte alla vita, dal peccato al compimento, all’amore totale e senza condizioni. La missione di Gesù e la missione dello scriba-discepolo coincidono! Gesù è, nello stesso tempo, Dio e il prossimo oggetti dell’amore esclusivo e geloso di cui il comandamento dello Shemà. Ma anche lo scriba è l’oggetto dello stesso amore “unico” da parte di Gesù, che per lui, come per ogni uomo, si è fatto obbediente sino alla morte di Croce: “Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono” (Eb 5,9). In ebraico i termini “ascolto” e “obbedienza” coincidono: così, nella parola dello Shemà, l’ascolto si fa obbedienza, nella quale l’amore si rivela autentico e incorruttibile. E’ il paradosso che smaschera le menzogne di questa società che reclama autodeterminazione e false libertà: solo nell’obbedienza di chi si abbandona senza riserve all’amore di Cristo si compie il “comandamento più grande”, il comandamento dell’uomo libero, e per questo capace di amare ad immagine e somiglianza del Dio libero che lo rigenerato nella misericordia. Non esiste vita autentica dove non esiste libertà, perché non esiste amore laddove permane la schiavitù. Dove regna il faraone vi è disordine e l’uomo vive dissipato: cuore, anima e forze si combattono conducendo l’uomo ad una schizofrenia interiore che lo distrugge. L’ascolto della sua Parola è l’unica possibilità offerta all’uomo per essere libero davvero, affrancato dal potere del demonio: “Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. La Parola di Gesù è la Verità che annuncia la sua Croce gloriosa dove ha compiuto lo Shemà in una carne simile alla nostra; sulla Croce che ci attende ogni giorno il Signore ci offre il comandamento più grande come un dono gratuito nel quale ri-orientare la vita con cuore, anima e forze impiegate per amare. Allora, a chi consegnare se stessi se non a Gesù sul letto d’amore della Croce, dove Lui si è consegnato a noi? Dio infatti è “unico” perché il suo amore è l’unico che scende, con noi e in noi, nella sofferenza più profonda, nei dolori di un cancro, nelle angosce dei tradimenti e dei fallimenti, nei tormenti dei dubbi, in tutti gli istanti delle nostre vite. Lui è l’unico che ci ama così come siamo. Come dividere il nostro amore con idoli vani, inesistenti, incapaci di amare e di salvare? Tutto ha origine da un’esperienza nella nostra concretissima vita. Non si tratta di un impegno, di buona volontà, ma dell’amore che sorge dall’essere amato, dal quale sgorga, naturalmente, l’amore al prossimo, il dono totale che giunge sino al nemico. Nulla di sentimentale, erotico e passionale, ma un amore crudo, reale, totale, ragionevole e sapiente, amore unico per l’Unico amore. Per questo lo Shemà è il “comandamento più importante”, la roccia su cui erigere l’esistenza, la stabilità nell’instabilità, la certezza nella precarietà. Lo Shemà crocifisso è il fondamento del matrimonio, della sessualità vissuta secondo la volontà di Dio, del fidanzamento, dell’amicizia, del lavoro, della Chiesa stessa. Lo Shemà irrora di eternità tutto il transitorio della vita generando la libertà di amare in qualunque circostanza, senza illusioni, nella santa indifferenza che sbriciola ogni preteso assoluto che vorrebbe rubare mente, anima e corpo. Non vi è argomento di discussione, non vi è problema, difficoltà o sofferenza, non vi è precarietà, non vi è differenza e attrito, non vi è male che abbia ragione dell’amore che compie lo Shemà. Esso incarna il Cielo in ogni questione della terra, mette in fila le priorità e i valori, illumina le questioni più intricate, sciogliendole dal laccio che le vorrebbe innalzare in un assoluto teso a nascondere il fondamento autentico. Lo Shemà è l’antidoto al fallimento dei rapporti: chi vive lo Shemà non dirà mai “non ti amo più, sono cambiati i miei sentimenti, non è più come prima”, perché esso inchioda ogni relazione sul robusto Legno della Croce, il luogo della libertà che si fa dono, sia quel che sia, costi quel che costi. Lo Shemà è il sigillo della Grazia e dell’elezione a vivere sulla terra l’amore celeste, la missione affidata alla Chiesa e a ciascuno di noi.