Dal Vangelo secondo Giovanni 5,31-47

In quel tempo, Gesù disse ai Giudei: “Se fossi io a render testimonianza a me stesso, la mia testimonianza non sarebbe vera; ma c’è un altro che mi rende testimonianza, e so che la testimonianza che egli mi rende è verace. Voi avete inviato messaggeri da Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità. Io non ricevo testimonianza da un uomo; ma vi dico queste cose perché possiate salvarvi. Egli era una lampada che arde e risplende, e voi avete voluto solo per un momento rallegrarvi alla sua luce.
Io però ho una testimonianza superiore a quella di Giovanni: le opere che il Padre mi ha dato da compiere, quelle stesse opere che io sto facendo, testimoniano di me che il Padre mi ha mandato. E anche il Padre, che mi ha mandato, ha reso testimonianza di me. Ma voi non avete mai udito la sua voce, né avete visto il suo volto, e non avete la sua parola che dimora in voi, perché non credete a colui che egli ha mandato.
Voi scrutate le Scritture credendo di avere in esse la vita eterna; ebbene, sono proprio esse che mi rendono testimonianza. Ma voi non volete venire a me per avere la vita.
Io non ricevo gloria dagli uomini. Ma io vi conosco e so che non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste. E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?
Non crediate che sia io ad accusarvi davanti al Padre; c’è già chi vi accusa, Mosè, nel quale avete riposto la vostra speranza. Se credeste infatti a Mosè, credereste anche a me; perché di me egli ha scritto. Ma se non credete ai suoi scritti, come potrete credere alle mie parole?”.

Il commento di don Antonello Iapicca

Paura di non essere. E’ impossibile sopportare d’essere senza identità, e scorrere sui giorni come i titoli di coda di un film che nessuno legge mai. Bisogna assolutamente escogitare qualcosa per essere protagonisti e conquistarsi un ruolo, come gli animali che delimitano il proprio territorio. Come per un rapito, dobbiamo esibire una prova che siamo ancora vivi, altrimenti chi pagherà mai il riscatto per noi? Ma tutto quello che ci agita per cercare di essere è pura vana-gloria: “La vanità, il vantarsi di se stessi, è un atteggiamento della mondanità spirituale, che è il peccato peggiore nella Chiesa. La mondanità spirituale è un antropocentrismo religioso che ha degli aspetti gnostici. Chi cede a questa vanità autoreferenziale in fondo nasconde una miseria molto grande” (Card. J. Bergoglio – Papa Francesco I). Dietro ad ogni atteggiamento fondato sulla vanagloria si nasconde l’eresia gnostica, “inversione che è perversione della fede, autocelebrazione dell’uomo” (De Lubac). Spesso anche noi, come i giudei, prendiamo gloria gli uni dagli altri, cerchiamo testimoni a favore nel lungo processo al nostro vuoto. Ma si tratta di false testimonianze, tutte carnali. Certezze biologiche, che durano lo spazio d’un mattino. Un raffreddore, una contraddizione e tutto crolla, e allora violenza o depressione e angoscia e morte anticipata nell’alienazione quotidiana. Senza l’amore di Dio dentro, unica consistenza che dia valore alla vita, senza il suo amore a testimoniare l’unicità di ciascuno di noi, tutto è vanità. “Aveva ben ragione san Girolamo di paragonare la vanagloria all’ombra. Difatti l’ombra segue dovunque il corpo, ne misura persino i passi. Fugge questo, fugge anche lei; cammina a passo lento, anche lei a lui si uniforma; siede ed anche allora prende la stessa posizione. Lo stesso fa la vanagloria, segue dovunque la virtù. Invano cercherebbe il corpo fuggire la sua ombra, questa sempre e dovunque la segue e le va appresso” (Padre Pio da Petralcina, Ep.I, 398). La vanagloria è un’ombra di morte, il ripiegamento orgoglioso su se stessi che impedisce la fede. Spesso, di fronte ad eventi che ci scandalizzano, che ci mettono alla prova, ci scopriamo increduli; proprio la vanagloria è, infatti, l’antidoto più efficace alla fede: “E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?”. S. Bernardo la descrive come “male sottile, segreto veleno, peste occulta, artefice d’inganni, madre dell’ipocrisia, dell’invidia, sorgente dei vizi, fomite di delitti, ruggine delle virtù, verme roditore della santità, accecamento dei cuori, che cambia i rimedi in malattie e fa della medicina una causa di languore” (Serm. VI. in Psalm). Non può credere chi cerca, dagli e negli altri, nella carne, la gloria – il peso, il valore, la consistenza della propria esistenza, secondo l’etimologia del termine greco dóxa e di quello ebraico “kavod”. Grava su di lui la maledizione descritta dal profeta Geremia: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo, e pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore. Sarà come un tamerisco nella steppa; non vedrà venire il bene, dimorerà in luoghi aridi nel deserto, in una terra di salsedine, dove nessuno può vivere” (Ger. 17, 5 ss). Due amici che fondano la propria relazione sulla vanagloria si ritroveranno con odio e invidia; così due sposi, o due fidanzati, se cercano nell’altro il proprio essere, non avranno che gelosia e rancore. Così sul lavoro, a scuola, nello sport e nello svago, anche nella Chiesa. Ogni relazione regolata dalla vanagloria è destinata a diventare una terra dove il sale uccide la vita. Soprattutto, chi pone la sua gloria nella carne “non vedrà venire il bene”, non riconoscerà Gesù negli eventi e nelle persone, le “opere” del bene che trascende la soddisfazione delle concupiscenze che si cela nella storia, e quindi “non potrà credere in Colui che lo ha inviato”. Nelle situazioni difficili, nelle prove della vita, quando l’amico mostrerà la sua debolezza, quando lo sposo tradirà le attese, quando la fidanzata entrerà in crisi, quando la croce si farà presente, fuggirà nascondendosi nell’inganno della propria carne, delle sue passioni, dei suoi desideri, per sperimentare la morte. La vanagloria, infatti, chiude la porta al Messia, e la apre ai falsi profeti, a chi viene alla nostra vita “nel proprio nome”: il marito, la moglie, il fidanzato, la fidanzata, i figli, gli amici, i fratelli. Li accogliamo come i salvatori della nostra povera vita, attribuiamo loro la gloria riservata a Dio, sperando di essere contraccambiati con la stessa gloria; ci nutriamo di cibo avariato che avvelena lentamente l’anima, il cuore e la mente. Schiacciati su un orizzonte puramente carnale, idolatriamo le creature dimenticando il Creatore, annegando nella superbia che ci fa dio senza esserlo: “La superbia, come la radice di tutti i peccati, è arroganza, che vuole soprattutto potere, apparenza, apparire agli occhi degli altri, essere qualcuno o qualcosa, non ha l’intenzione di piacere a Dio, ma di piacere a se stessi, di essere accettati dagli altri e – diciamo – venerati dagli altri. L’«io» al centro del mondo: si tratta del mio io superbo, che sa tutto. Se sono arrogante, se sono superbo, vorrei sempre piacere e se non ci riesco sono misero, sono infelice e devo sempre cercare questo piacere” (Benedetto XVI, Lectio divina con i parroci di Roma, 23 febbraio 2012).

 
E non basta “scrutare le Scritture”, far parte di una comunità cristiana, aver “ascoltato mille volte le parole dei profeti”: se non viviamo nell’intimità d’amore con Cristo, contemplando nella preghiera incessante il suo volto riflesso nei fratelli, ascoltando la sua voce nella predicazione, accogliendo e nutrendoci della sua Parola perché dimori in noi, significa che non abbiamo creduto davvero all’Inviato del Padre, e non siamo mai “andati” a Cristo come piccoli e poveri mendicanti. Per giustificare la propria incredulità i giudei si appellano a Mosè, che aveva visto il volto di Dio, ma Gesù smaschera questa pretesa perché, rifiutando Lui, dimostrano di non avere l’amore capace di riconoscerlo. Anche noi possiamo riempirci la bocca della Parola di Dio, esibire lignaggi di partecipazione alla vita ecclesiale, ma senza amore, senza lo Spirito Santo che induce innanzi tutto a considerare gli altri superiori a sé, tutta la religiosità si rivela per la vanità che la costituisce. Solo la Gloria di Dio, la Shekinà che tutto avvolge e tutto ricrea, può strapparci dall’inganno superbo del demonio. Gesù “non prende gloria dagli uomini”, non v’è nulla di falso o vano nella sua vita. La “testimonianza su di Lui”, la prova dell’autenticità della sua esistenza e della sua missione, non proviene dalla carne, ma dal Cielo e si manifesta in opere celesti. Quelle alle quali, in Lui, siamo chiamati a compiere anche noi . E’ Lui l’unica nostra Gloria, il valore della nostra vita. E’ Gesù la nostra identità, noi portiamo il suo Nome: “avere in noi il suo amore”, averlo accolto nel realismo libero di chi non presume di se stesso, che conosce la propria debolezza di fronte ad ogni situazione, l’incapacità di vivere le relazioni secondo la volontà di Dio: chi vive nella verità accoglie l’amore di Dio e, mosso da esso, può credere, abbandonare la propria vita nelle sue maniChi ha l’amore di Dio può morire ogni giorno per amore, non fugge, vede il bene per sé e per gli altri anche nella Croce. Anzi, proprio laddove il mondo senza amore vede solo morte, il cristiano colmo dell’amore di Dio vede la vittoria di Cristo, crede contro ogni speranza; è l’amore che illumina la fede e apre l’intelligenza della mente e del cuore a riconoscere le “opere” di Gesù nella storia. L’amore di Dio effuso dallo Spirito Santo ci sintonizza sulla frequenza esatta della “voce e delle parole di Dio” che risuonano nella vita di ogni giorno, elimina i fruscii di sottofondo e le interferenze del demonio che ci inducono a dubitare. E’ l’amore che ci fa umili perché accolti per quello che realmente siamo, e così divenire liberi per accogliere il Signore senza condizioni: “Questo è l’inizio dell’essere cristiano: è vivere la verità. L’umiltà è soprattutto verità, vivere nella verità, imparare la verità, imparare che la mia piccolezza è proprio la grandezza, perché così sono importante per il grande tessuto della storia di Dio con l’umanità. Proprio riconoscendo che io sono un pensiero di Dio, della costruzione del suo mondo, e sono insostituibile, proprio così, nella mia piccolezza… imparare ad accettare la mia posizione nella Chiesa, il mio piccolo servizio come grande agli occhi di Dio. E proprio questa umiltà, questo realismo, rende liberi.” (Benedetto XVI,Lectio divina con i parroci di Roma, 23 febbraio 2012). L’amore di Dio per la piccolezza di ciascun uomo, scopre il velo su cui urta inesorabilmente la carne, e rivela il volto di suo Figlio in ogni nostro prossimo: siamo chiamati ad accogliere Cristo in chi ci è accanto riconoscendo le sue opere in lui. Accogliere lo sposo come l’amico, la fidanzata come il figlio, non perché viene a noi “nel proprio nome”, quello che identifica l’uomo vecchio che si corrompe dietro alle passioni ingannatrici; ma perché in ciascuno è posto il Nome nuovo di Colui che fa nuove tutte le cose, l’unico Nome nel quale vi è salvezza, su cui fondare ogni relazione, il Nome di Cristo: “Accoglietevi perciò gli uni gli altri come Cristo accolse voi, per la Gloria di Dio” (cfr. Rm 15). Accogliersi mutuamente per la Gloria di Dio, stendendo le braccia sulla Croce che la diversità dell’altro e la volontà di Dio preparano per me nelle grandi come nelle piccole cose, come Cristo ci ha accolti sulla Croce glorificando così il Padre!: “Io penso che le piccole umiliazioni, che giorno per giorno dobbiamo vivere, sono salubri, perché aiutano ognuno a riconoscere la propria verità ed essere così liberi da questa vanagloria che è contro la verità e non mi può rendere felice e buono” (Benedetto XVI, Lectio divina con i parroci di Roma, 23 febbraio 2012). Elisabetta della Trinità lo aveva compreso bene, giungendo a riconoscere la sua missione, il senso più profondo della sua vita, nell’essere “lode della sua Gloria”. Tutta la vita come un inno di lode alla Gloria di Dio che risplendeva in lei: “Il mio Sposo mi ha fatto capire che è lì la mia vocazione in terra d’esilio, in attesa di cantare il Sanctus eterno nella Città dei santi”. Al punto che Elisabetta si firmò addirittura in latino: “Laudem gloriae”. Vi aveva visto un suo «nome nuovo», quello della pienezza. Un nome che implicava la missione di partecipare al Mistero Pasquale di Colui che fu la «grande lode di gloria al Padre», il «Cristo crocifisso per amore». Così Elisabetta si gettò con fede e amore nel «folto della croce». Accettò tutto con il sorriso e l’abbandono alla volontà di Dio, diventando veramente “lode di gloria della Trinità”, un’anima “che adora sempre e, per così dire, è tutta trasformata nella lode e nell’amore, nella passione della gloria del suo Dio”.
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