di Don Antonello Iapicca

Dal Vangelo secondo Giovanni 13,16-20.

In verità, in verità vi dico: un servo non è più grande del suo padrone, né un apostolo è più grande di chi lo ha mandato. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica. Non parlo di tutti voi; io conosco quelli che ho scelto; ma si deve adempiere la Scrittura: Colui che mangia il pane con me, ha levato contro di me il suo calcagno. Ve lo dico fin d’ora, prima che accada, perché, quando sarà avvenuto, crediate che Io Sono. In verità, in verità vi dico: Chi accoglie colui che io manderò, accoglie me; chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato».


IL COMMENTO

Possiamo essere beati, e non è così difficile. Basta vivere secondo la natura che ci è stata donata, nella Grazia della chiamata di Dio. Non dipende da noi, e scoprirlo è la prima beatitudine. E’ opera della Grazia che ci modella secondo la volontà di Dio, per farci conformi all’immagine di Cristo. Diventarlo, poco a poco, è l’unica vera beatitudine, la profonda gioia preparata per noi. La semplicità di non pretendere nulla di più di quel che ci è donato, che è tanto, infinitamente tanto, e non ce ne rendiamo conto. E’ il massimo, è Cristo e la sua stessa vita in noi. Si, la vita di ora, il lavoro, la famiglia, gli amici, lo studio, il carattere, l’aspetto fisico, tutto di noi fa di noi Cristo. Siamo legati a Lui e la nostra vita acquista senso e pienezza nel lasciar trasparire dai nostri sguardi, dalle parole, dai gesti, dalla vita la Sua presenza. E’ qualcosa di impresionante, non possiamo non soffermarci su questo mistero. Il Signore ha deciso di prendere dimora in noi, cosicchè non ci apparteniamo più e frasi del genere “ho bisogno di tempo per me stesso” o cose del genere sono completamente in contrasto con la verità. Il Vangelo è la nostra vita, le Parole di Gesù sono verità e vita proprio perchè sono le uniche che ci svelano chi siamo, che illuminano i nostri passi nel mondo, che disegnano la nostra fisionomia spirituale. E non vi sono alternative, se non vogliamo cadere nell’alienazione, nella schizofrenia di vivere quel che non siamo. La nostra parte di eredità è magnifica, una sorte deliziosa ci è stata data, ed è quella di essere di Cristo al punto di esserne una tracia gettata tra le pieghe della storia. Lui ci invia, per il battesimo ricevuto innanzi tutto, e ogni momento della nostra giornata è la vigna del Signore dove il Suo Spirito vuol dare frutto. Ogni incontro è prezioso. Ogni parola. Anche al bar, con la ragazza, con i colleghi, con la segretaria, sulla metro, al mercato, ogni persona incontrata ha, in noi, l’occasione di accogliere Cristo, e, con Lui, il Padre, Dio. Lo comprendiamo davvero quanto sia preziosa la nostra vita, quanto tutto sia irripetibile e indispensabile alla missione per la quale siamo nati? Anche i difetti, le debolezze, anche le ore che sembrano non terminare mai e perdute tra studio e lavoro. No, tutto è meraviglioso, nulla è noioso, tutto è nuovo e pieno di vita, perchè in noi, ovunque e sempre viene Cristo.


Commento al Vangelo di :

Concilio Vaticano II
Constituzione dogmatica sulla Chiesa (Lumen gentium), §8

« Un apostolo non è più grande di chi lo ha mandato »

Come Cristo ha compiuto la redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa e chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza. Gesù Cristo « che era di condizione divina… spogliò se stesso, prendendo la condizione di schiavo » (Fil 2,6-7) e per noi « da ricco che era si fece povero » (2 Cor 8,9): così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria terrena, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. Come Cristo infatti è stato inviato dal Padre « ad annunciare la buona novella ai poveri, a guarire quei che hanno il cuore contrito » (Lc 4,18), « a cercare e salvare ciò che era perduto» (Lc 19,10), così pure la Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dalla umana debolezza, anzi riconosce nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo fondatore, povero e sofferente, si fa premura di sollevarne la indigenza e in loro cerca di servire il Cristo…

La Chiesa « prosegue il suo pellegrinaggio fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio » (San Agostino), annunziando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga (1 Cor 11,26). Dalla virtù del Signore risuscitato trae la forza per vincere con pazienza e amore le afflizioni e le difficoltà, che le vengono sia dal di dentro che dal di fuori, e per svelare in mezzo al mondo, con fedeltà, anche se non perfettamente, il mistero di lui, fino a che alla fine dei tempi esso sarà manifestato nella pienezza della luce.